Skip to main content

Full text of "Cronaca della guerra di Chioggia"

See other formats


BLIOTECA RARA 



CRONACA 

DELLA 

GUERRA DI CHIOGGIA 

SCRITTA 



DA 

DANIELE GHINAZZI 

DI TREVISO 

PUBBLICATA DA LUDOVICO ANTON MURATORI 

CD ORA IN COMODA FORMA RIDOTTA 

E DILIGENTEMENTE RIVEDUTA 

E CORRETTA. 



DUE TOMI IN UNO 



MILANO 

G« DAELLI e C- EDITORI 
M DCCC LXV 



^ ■ 



^0 



BIBLIOTECA RARA 

PUBBLICATA DA G. DAELLI 



CRONACA DELLA 

GUERRA DI CHIOGGIA 



REMOTE STORAGE 




Tip. Colnago e C.° 



Proprietà letteraria G. DAELL1 e G. 



CRONACA 

DELLA 

GUERRA DI CHIOGGIA 

SCRITTA » % 

DANIELE GHINAZZI 
DI TREVISO 

Pubblicata da Lodovico Anton 
Muratori ed ora in como- 
da forma ridotta 
e diligentemente 
riveduta e 
correità. 



G» . A 9 t) 






MILANO 

G. DAELL1 E GOMP. EDITORI 
M DCCC LXIV. 



Digitized by the Internet Archive 
in 2013 



http://archive.org/details/cronacade1laguer00chin 









irteli 



AVVERTENZA DELL' EDITORE 






« Ferveva intanto nuova guerra tra Genova 
e Venezia. Erasi combattuto dapprima in Ci- 
pro, in lutto Oriente; ma vinti i Genovesi nel 
1378 ad Anzio, fecero un grande armamento, 
occuparono l'Adriatico , vinsero a Pola Vittor 
Pisani (1379), che fu perciò strettamente im- 
prigionato da'suoi concittadini. Quindi i Genovesi 
assediaron Venezia da Chioggia e il mare, men- 
tre Francesco Carrara signor di Padova la 
stringea da terra, dalle Lagune. Non mai Ve- 
nezia erasi trovata a tale estremo: chiese, 
pregò pace. Ma Pietro Doria, Y ammiraglio gè 
novese, rispose : « voler prima por le briglie ai 
cavalli di san Marco. » Questo fece tornar il 
senno e il cuore a' Veneziani; e , tolto dai 
carcere e rifatto capitano Vittor Pisani, richia- 
mata la flotta da Levante sotto Carlo Zen, un 
altro grand'uomo di mare, resistettero dapprima 



7l£ 



VI AVVERTENZA 

virilmente , poi riassediarono essi i nemici in 
Chioggia (1380), li ridussero ad arrendersi, 
si liberarono. E slanche finalmente le due re- 
pubbliche, terminarono quella troppo famosa 
guerra, detta di Chioggia, con un trattato fatto 
in Torino per mediazione d'uno di que' prin- 
cipi Savoiardi, che ingrandivano (1381). » 

Con queste parole Cesare Balbo nel suo 
Sommario di Storia d* Italia ( Lemonnier , Fi- 
renze 1856) tratteggia di que' suoi colpi mae- 
stri la guerra di Chioggia , uno dei furori e 
delitti italiani, esecrandi, ma inevitabili nell'or- 
dine della vita politica varia e dispersa delb 
nazione che sotto le diverse forme di dialetti, 
di costumi, d'instituti non si riconosceva una, 
e non poteva ne sapeva ancora conciliare gli 
interessi e le ambizioni cozzanti, in una su- 
prema armonia. Furori e delitti che provano 
esuberanza di vita , e il delirio della fortuna. 
Non diremo che si debba riandare per ammae- 
stramento di futura saviezza , sibbene a ri- 
scontro dello sviluppo delle leggi storiche; 
imperocché Y efficacia morale della storia ò 
minore assai della sua efficacia scientifica. 

Il quadro è di mano di un testimone di ve- 
duta, commosso, ma imparziale; tantoché il 
valente cronista , Andrea Gatari di Padova , 
giunto a questa guerra , nella sua Cronaca 
padovana, credè non potere far meglio che la- 
sciar dire il Chinazzi. E veramente egli riuscì 
mirabilmente nel diario; forma sconnessa, ma 
che trattata con l'anima, accompagna assai 
bene con rincalzarsi de' giorni l'incalzar de- 



dell'editore vii 

gli eventi, e per esser breve e viva ti tiene 
sospeso come fa i presenti la stessa succes- 
sione dei fatti , che si coordinano poi nello 
spirito spontaneamente e senza i concerti o 
gli amminicoli dell'eloquenza. 

Il Muratori la trasse da un codice estense , 
in fine del quale si leggeva: Qui finisce la 
guerra fatta conlra Veneziani per il re di On- 
gheria, il Comune di Genova, il patriarca d'A- 
quilegia , ed il Signore di Padova. La quale 
cominciò del 1376 del mese d'agosto e finì 
d'agosto 1381. Scritta per Daniele di Chinazzo 
da Treviso, che a' predetti successi, ovvero alla 
maggior parte d'essi fu presente, abitando egli 
in Venezia per tutto il tempo di detta guerra. 
Copiala per me Andrea di Galeazzo de' Gatari 
nel 1433. Ed egli stesso al dì 12 agosto 1381 
dice: Ed io Daniele Chinazzo ritrovandomi in 
questo giorno in Venezia, vidi detto mostro, 
siccome infiniti altri corsero di tutta Venezia 
per vederlo (1). 

Il gran raccoglitore delle cose italiche dà 
questa favorevole sentenza in favore del Chi- 
nazzi: 

Non tantum suce cetatis res, sed eas, quas ocu- 
lis suis conspiciebat, minutius quidem interdum, 
quam quisquam optet, narrat, sed ignoscenda se- 
dulitate, quee scenam totani sub legentium oculos 



(1) Ecco il titolo col quale la pubblicò il iMuralori nel volume 
XV de' suoi Scrittori delle Cose Italiche. 

Danielis Chinata Tarvisini, Belli apud Fossam Ciadiani 
et alibi inter Venetos et Genuenses gesti anno MCCCLXXVIll 
et sequeniibus, italico sermone accurata descriptio, nunc pri* 
munì edita ex Msto Codice ììibliol liceo* Esten sis. 



Vili AVVERTENZA DELL'EDITORE 

efficacius sistit. Egregius quoque candor ac amor 
veri sine partium studio in cjus scriptis occur- 
rit, ut quam ego delectationem in ejus H istori a 
legenda cepi^ parem ceteros quoque relaturos 
partem. 

Il Pertieari nell'Amor patrio di Dante la citò 
fra le cronache scritte in volgare puro edita* 
UcO) che non cedono gran fatto alle toscane. E 
noi crediamo che per questo scritto si dimostri 
l'unità sostanziale dei dialetti italiani, foglie dello 
stesso fiore, secondochè altrove dicemmo, che 
come Clizia si volge al sole toscano. 

Un dubbio muove e ribatte il Muratori in- 
torno alla contemporaneità del Cronista. Questi 
chiama duca Bernabò signore di Milano, e duca 
Amedeo di Savoia , quando cotal dignità non 
era ancora entrata nelle loro famiglie. Ma que- 
sta anticipazione adulatoria si suol fare da quelli 
che copiano gli scritti ai tempi della nuova 
grandezza dei signori, i quali essi non osan 
vedere che nel fulgore presente , o negli ab- 
barbagli dell'avvenire, non già nei deboli prin- 
cipj della vita passata. 

Ecco dunque un diario spontaneo, naturale, 
vìvo, che vince gli ambiziosi diarj de' giorna- 
listi presenti, che scrivono dopo essersi acco- 
modato la cravatta allo specchio , e senza le- 
varsi il guanto dalla sinistra , aspettati come 
sono dai piaceri della conversazione e del tea- 
tro, ove lascian sfuggire i pensieri politici tra 
gli scambietti del ballo e i trilli dell'opera. 

Giulio Antimaco. 



CRONACA 

DELLA GUERRA DI CHIOGGIA 

TRA VENEZIANI E GENOVESI 

SCRITTA 
DA DANIELLO CHINAZZl 



CRONACA 

DELLA 

GUERRA DI CHIOGGIA 

TRA VENEZIANI E GENOVESI 



Cane della Scala, che era signore di Verona, di Brescia, 
di Lucca, di Parma, di Vicenza, e che novellamente si 
era fatto signore anco di Padova,, non si contentando di 
quanto possedeva, acquistò anco Feltre e Belluno, e 
ultimamente Treviso, nel cui acquisto vi lasciò anco la 
vita (come si crede) di veleno, se ben altri dicono d'altra 
morte, lasciando eredi Alberto, e Mastino suoi nipoti, dei 
quali questo in Verona, e quello in Padova, la lor resi- 
denza facevano. E tratto Mastino dal desiderio di accrescere 
lo Stato, mosse guerra a* Fiorentini, i quali per difendersi 
da lui, fecero lega co' Veneziani, con condizione che, supe- 
rando il nemico, Veneziani avessero la città di Treviso, e 
Fiorentini tutti i luoghi di Toscana da essi Scaligeri pos- 
seduti ; e tolsero anco in lega Marsilio, e Ubertino da Car- 
rara con espressa condizione di ritornargli in istato, e di 
subito restituirli nel dominio di Padova, quali abitavano 
in Padova, e erano i principali consultori di Alberto : con» 



4 GUERRA D! CHIOGGIÀ 

sentendo a questo, sì per ricuperar la signoria della città, 
come per vendicarsi dell' ingiuria ricevuta da Alberto, che 
aveva stuprata la moglie di Ubertino. 

Pietro de' Rossi da Parma, che a quel tempo era ripu- 
tato uomo di gran valore nelle cose della guerra, serviva 
Mastino. Fattogli intender dalla lega, benché suo fratello 
poco innanzi morto, era stato per opera di Mastino venenato 
per dubbio che non gli tollesse Parma, offerendogli di farlo 
signore di quella città, se voleva entrar nella lega, e es- 
serne di quella general capitano, si contentò, e accettò il 
partito ; e venuto a Venezia fu assunto a quel grado del 
generalato. 

Neil 1 anno 1337 Padova fu presa dall' esercito della lega 
col consiglio, e favore dei due fratelli da Carrara ; e Al- 
berto dalla Scala fu mandato prigione a Venezia; e per 
riaver il fratello, convenne a Mastino rinunziar il dominio 
della città di Treviso a' Veneziani, e ceder la signoria di 
Padova a Marsilio, che di essa ne restò signore nell'anno 
1337. Dopo la cui morte Ubertino suo fratello successe nella 
signoria nel 1338. E fece far il palazzo, dove ora abita il 
Podestà, con la Corte per sua abitazione, e per sua alte- 
rezza; e essendosi presa parte in Venezia di movergli guerra, 
fece ammazzar molti nobili, che erano stati causa di tal 
deliberazione, parte nelle strade, e parte nelle proprie case, 
i quali egli conosceva, perchè gli venivano fatti sapere tutti 
li segreti trattati, e ordinati nel Senato contra di lui ; e al 
fin ne prese alcuni, e con li sbadagli in bocca gli fece con- 
dur la notte a Padova, ove fattigli grandissimi spaventi 
gli astrinse a promettergli di essergli favorevoli ; e così gli 
liberò ; e col mezzo di essi egli stette poi sempre in pace 
con quella Republica ; e avendo tenuto il dominio di Pa- 
dova sette anni, mori nel 1345 alli 19 di marzo. 

Marsilietto da Carrara, detto de'Pappafaya, dopo la morte 



TÌU VENEZIANI E GENOVESI & 

di Ubertino fu da' Padovani fatto signore, e poco dopo, che 
fu stili 29 d' aprile di detto anno, fu proditoriamente morto 
da Giacomo e Giacomino, che furono figliuoli di Nicolò 
da Carrara ; e fattosi esso Giacomo con tal mezzo signore 
avendosi acquistata la benevolenza della città, fu da' Vene- 
ziani per suoi ambasciatori richiesto a metter gli termini, 
che erano fra loro di sotto da Oriago poco più in su, ed 
avendogli egli risposo, che gli mettessero dove volevano, 
che si averia contentato, se ben gli avessero voluti metter 
nel Palazzo di Padova, per questa umile risposta si acque- 
tarono, e mantennero con lui, finche egli visse, amicizia. 
Ma egli visse poco, che per un sdegno eh' ebbe di lui Gu- 
glielmo da Carrara naturale, da lui restò nel suo proprio 
palazzo estinto, e morto nel 1350. Giacomino fratello di 
detto Giacomo, e Francesco figliuolo del medesimo, morto 
che fu detto Giacomo, furono successori nella signoria, ma 
poco dopo avendo inteso Francesco, cbe Giacomino suo 
zio lo voleva venenare per restar solo nel dominio di Pa- 
dova , lo fece prendere, e chiuder nella rocca di Monselice 
ove egli finì sua vita V anno 1372 alli 15 di settembre. 
Onde il detto Francesco solo ne restò signore. 

Era prima avvenuto, che nel 1357 Lodovico re d' Un- 
gheria aveva mandato a richieder Veneziani, che gli voles- 
sero restituire la Dalmazia, e quella parte della Croazia che 
possedevano ; e che dovessero astenersi dal titolo, che si 
dava il loro Doge, dicendosi : Lux Venetiarum, Dalmatice 
et Croatice et dominus quartce partis, et dimidice totìus Impe- 
ra Romania. E non avendo essi voluto compiacerlo, gli 
mosse guerra, mandando il Ban della Bossina con grosso 
esercito nella Dalmazia, la qual dopo lunga guerra ebbero, 
avendo prima preso Zara per tradimento d' un Priore te- 
desco da S. Croce, che era in Zara al servizio de' Vene- 
ziani, e la notte introdusse gli Ungari. E poi Veneziani el 



6 GUERRA DI CHIOGGIA 

concluder la pace, gli diedero anco il Castello e il resto 
della Dalmazia, e Croazia; e cosi fu finita la guerra; e 
questo avvenne nel 1358. Ma mentre durava essa guerra, 
il detto re d' Ungheria venne in persona con più di ses- 
santa millia cavalli sotto Treviso posseduto da Veneziani, 
e scorrendo per il territorio, prese molte castella del Tre- 
visano, e per il guasto, che gli aveva dato, non trovando 
esso ne strami, né vittuarie per 1' esercito, si allargò nelle 
ville del Padovano, servendosi in esse di quello li faceva 
bisogno ; onde parendo a Francesco Carrara non poter ov- 
viar a questi danni, si risolse, durante questa guerra, di 
dar vittuarie agli Ungheri, e perciò ne nacque V odio dei 
Veneziani contra esso da Carrara, che fu poi causa d'infi- 
niti mali. E così fatta la restituzione per detti Veneziani 
al re d' Ungheria, della Dalmazia, e di quella parte di 
Croazia, che possedevano, si astennero anco dal titolo, 
sicché nell' avvenire il loro Doge si chiamò solamente Doge 
di Vinegia. 

Intanto Francesco da Carrara attese a fortificar li suoi 
confini, fabricando Castelcaro sopra il fiume Vecchio, 
che va verso Chioza, molto forte, e bello, e sopra la Brenta 
ad Oriago fece un* altra fortezza detta Portonovo, e vi or- 
dinò un mercado, nel qual ognuno potesse vendere, e com- 
perare senza pagar dazio. E queste fortezze furono fatte 
P anno 1359 per assicurar da quella parte il Padovano. 

Questi castelli, conoscendo Veneziani esser stati fatti a 
danno loro, non li piacquero ; però si risolsero di fare 
ancor essi un castello a S. Hilario di sotto dalle Gambarare, 
e acciò non lo facessero, il signor di Padova mandò a Ve- 
nezia suoi nuncj , che gli dissuadessero ; e al fin si com- 
posero in questo modo, che V Isola di S. Hilario restasse 
indivisa tra esse parti per cento anni, e che niuna di esse 
vi potesse far sopra fortezza, ne tenervi guardia alcuna ; e * 



TRA VENEZIANI È GENOVESI 7 

cosi si conservasse la pace tra essi per il detto tempo di 
cento anni. E di questa composizione ne restò assicuratore 
dell'una, e l'altra parte il re d'Ungheria, obbligandosi pa- 
gar per quella parte, che contrafacesse, ducati centomila; 
e di ciò ne fu fatto publico instrumento, che ad ambe le 
parti fu dato. 

Neil' anno poi 1371 il detto signor di Padova per allar- 
gare il suo Stato, fece far molti casamenti di sotto da Oriago 
e diede case e terreni a tutti quelli che volessero abitare 
in quel luogo, dove fu fatta una villa [esente da ogni fa- 
zione ; ed in breve tempo si empì di molta gente ; e per 
sicurezza di essa villa fece far una fossa con un arzere 
alto sopra la Brenta, il quale arzere era lungo dalla Pa- 
lata di Venezia fin ad Oriago ; e queste opere eran tutte 
sospette a* Veneziani; peritene si mossero a deliberargli di 
far guerra, e mandarono ambasciatori a Cane della Scala, 
dal quale ottennero licenza di far gente nel Veronese, e nel 
Vicentino, e perciò gli promisero dare ducati duecento e 
sessanta mila, che Cane della Scala il vecchio aveva loro 
dati per dar a' suoi figliuoli naturali. 

Venuti in Venezia ambasciatori del re d' Ungheria, di 
Fiorenza, di Bologna e d' altri signori conchiusero tregua 
con Francesco signor di Padova, V effetto della quale fu 
che esso distrusse la fortezza di Portonovo ad Oriago, e 
fece gettar a terra tutte le case , e spiantar gli arbori , e 
vigne. E fu spiantata anche la torre di S. Boldo nel terri- 
torio di Belluno al confm del Trivisano; e questa tregua 
si conchiuse per due anni. 

Per mettere i confini tra' Veneziani e Padovani , anda- 
rono insieme cinque nobili Veneti ed alcuni Padovani a 
Borgoforte sopra Y Adese , per riveder i confini di Gavar- 
zere; ma si partirono senza conclusione. 

Alcuni Veneziani, ed altri, che erano stati indotti con 



8 GUERRA DI CHIOGGIA 

promesse dal signor di Padova, che dovessero ammazzar 
alcu/ii nobili Veneziani, che esortavano il Senato a mover- 
gli guerra, presi, e avuta da loro la propria confessione, 
furono squartati ; e nell'avvenire i gentiluomini del Senato 
si messero ad andar accompagnati, e con scorte, non si 
tenendo sicuri dall' insidie del detto signor di Padova. E 
furono ordinate guardie per la città, e mandati molti Gan- 
zaruoli a Gavarzere, e per gli altri fiumi per guardarsi dai 
Padovani, 

Kinieri Guasco Sanese fu fatto capitano generale da terra 
per Veneziani in questa guerra, che apparecchiavano contro 
il Carrarese ; e provedutisi di gente, fecero una bastia, con 
un torrazzo sul monte di Romano nel Trivisano, ove già 
molto tempo innanzi non era stata fortezza ; e questo fe- 
cero per poter offender la terra di Bassano, che era del 
Carrarese, e munirono le castella del Trivisano, siccome 
esso Carrarese quelle del Padovano, e li serragli che lo cir- 
condavano. 

Cominciò quella guerra tra' Veneziani e Carraresi nel 
mese di ottobre 1372, e i Veneziani primieramente presero 
la bastia di Solagna sopra Bassano , e saccheggiarono li 
borghi, ma non puotero aver la torre, che era ben guar- 
nita. All'incontro li Padovani scorsero il Trivisano, e fe- 
cero molta preda. E Rinieri Guasco per certe differenze ri- 
nunziò al generalato, che fu poi dato a Giberto da Cor- 
reggio Parmigiano. Poco dopo giunsero le genti di Lodo- 
vico re d'Ungheria in aiuto del Carrarese sotto la condotta 
di Benedetto Ungaro, e di Giovanni Catto, e nel passar la 
Piave ruppero i Veneziani , che se gli erano opposti nel 
passaggio , e presero Tadeo Giustiniano , Gerardo da Ca- 
mino, che s'era confederato con Veneziani, con altri capi- 
tani Trevigiani, e furono mandati prigioni in Ungheria. 
Veneziani, che videro l'aiuto degli Ungheri col loro ne- 



TRA VENEZIANI È GENOVESI 9 

tnico, mandarono ambasciatori a Leopoldo duca di Austria 
con grossa somma di denari, acciocché egli assaltasse Fel- 
tre e Cividale, che erano del Carrarese, il quale glielo 
promise. Onde dubitando esso Carrarese non poter in un 
tempo resistere a due nemici, procurò di accordarsi col 
Duca, e li promise di dargli esse terre con condizione, 
che più non s' impacciasse nella guerra , ne gli desse più 
molestia. 

Nel 1372 alli 13 di dicembre la torre del Coran che per 
essere di grandissima importanza, e più d'ogni altro luogo 
di confine, era stata benissimo fortificata con tre grosse 
palate sotto l'acqua, e molte altre provvisioni dal signor 
di Padova, fu assalita da'Veneziani con dieci galere, e molte 
piatte, e burchi con manganelli, e ponti disnodati, ed in- 
finite gondole con molti balestrieri sopra, sotto la condotta 
di Micheletto Delfino ; e coll'ingegno di queste genti cavate 
queste palificate, dopo lunga battaglia fu da Veneziani presa. 
E per quella via Rinieri Guasco, che ancora non aveva ri- 
nunziato al generalato, con tutti i suoi soldati e balestrieri 
Veneziani, e con grande numero d'arcieri Greci, e Morlac- 
chi andò a Lo va, e quivi fece subito far una forte bastia 
con buoni fossi, ove il terreno era quasi tutto paludivo, e 
ivi i Padovani avevano fatto un fosso lunghissimo con un 
terraglio alto, ed una siepe sopra. 

In questo tempo giunse a Padova il conte Giorgio Un- 
ghero con mille e seicento cavalli ungheri mandati da quel 
re in aiuto del signor di Padova, e fece assai danni per 
passaggio sul Trivisano ; ma il Carrarese desideroso di far 
la pace con Veneziani, la ricercò con grande instanzia da 
loro, i quali gliela offersero, ma volevano le condizioni in- 
frascritte, ancorché molto strane e dure : 

Che egli confessi aver fallato, e dimandi perdono a'piedi 
della signoria ; 



10 GUERRA DI CHIOGGIA 

Che egli scriva al pontefice, e ai cardinali, all'imperatore, 
e al re d'Ungheria, di aver commesso contra ragione quanto 
egli aveva operato contra la signoria; 

Che sia tenuto dar ducati 300 mila al presente , e du- 
cati 20 mila all'anno, per i loro danni, e interesse ; 

Che in Padova e suo distretto non si possa metter dazj, 
gabelle, o prestanze, né alcuna sovvenzione di denari più di 
quello che era al tempo di Marsilio da Carrara; 

Che ogn'anno il giorno delPAscensa debba offerir all'al- 
r aitar di S. Marco in Venezia un pallio d'oro di prezio di 
ducati 300 ; 

Che la signoria di Venezia possa vender sale in Padova 
e suo distretto per il prezio che si vende in Venezia, non 
pagando dazio di conduttura ; 

Che ciascun Padoano possa condur le sue entrade a Ve- 
nezia senza dazio di Padova, o di Venezia ; 

Che la bastia di Stigian, e quelle di Borgoforte, e i ca- 
stelli della Mirandola, Oriago e Castelcaro si debbano mi- 
nare, ne si possano più riedificare ; 

Che la torre di Solagna posseduta da lui, si debba resti- 
tuire a' Veneziani; 

Che la terra di Bassano con sue pertinenzie sia data a 
Veneziani, pagandogli essi le munizioni, che si ritrovano, 
e il resto delle paghe de' soldati, che in essa sono cre- 
ditori; 

Che per il consiglio di Venezia siano eletti quattro gen- 
tiluomini, che siano a veder metter i confini tra il Vene- 
ziano, e il Padovano; e non essendo d'accordo con lui, 
sia eletto un Padovano , che con essi sia a terminar i 
confini. 

Veduti questi capitoli, il signor di Padova insieme con il 
popolo di quella città concluse di non volergli accettare, e 
più tosto continuar la guerra, e ne mandò la copia di essi 



TRA VENEZIANI E GENOVESI il 

al papa, all'imperatore, e ad altri principi, e spezialmente 
al re d' Ungheria , ed avendo bisogno grande di aiuto, 
mandò ambasciatori a Federico duca di Austria, promet- 
tendogli di dargli Feltre, Cividal, e la Valsugana con que- 
ste condizioni : 

Clie dati al duca questi luoghi, egli sia obbligato tener a 
sue proprie spese mille lanze d'uomini d'armi pronti al suo 
soccorso, finché egli avrà guerra con Veneziani, mandandole 
a Padova ad ogni sua richiesta ; 

Che esso duca debba guerrezar con Veneziani come suoi 
nemici, e torgli la città di Treviso, che altre volte fu sua, 
levando ogni bolletta, che niuna mercanzia vada d'Alema- 
gna a Venezia ; 

Che se a detto duca bisognerà specie, egli vuol darle per 
quel prezio, che coneranno a Venezia, mettendo sotto la 
spesa che anderà a trazerle da Venezia ; 

Che mettendo il duca campo a Treviso, si offerisce dar- 
gli ducati 100 mila per dar la paga a quelle genti, che sa- 
ranno sotto la città, intendendo, che in queste non siano 
comprese le mille lanze; 

Che se fra lui e Veneziani si facesse pace innanzi un 
anno, il duca debba aver i detti ducati 100 mila, ma che 
egli non possa far pace senza sua licenzia ; 

Che fatta la pace, se esso signor di Padova vorrà riscuo- 
tere Feltre, Cividal, e Valsugana, sia tenuto esso duca re- 
stituirle, isborsandogli ducati 60 mila per essi luoghi. 

Intese queste cose, e conferitele coi fratelli, il duca ac- 
cettò il partito, e perciò mandò anco ostaggi a Padova. 
E alli 11 di febraro Federigo, e i fratelli duchi d'Austria 
fecero 1' entrata in Feltre, Cividale, e Valsugana, quai 
luoghi furono lor consegnati per nome del signore di 
Padova. 

Lodovico re d' Ungheria, intesi i patti proposti per Ve- 



i2 GUERRA DI CHIOGGiA 

neziani al Carrarese signore di Padova, parendogli inonesti 
si mosse a sdegno ; e per non lasciar perire esso Carrarese 
suo amico, gli mandò un suo Barone detto il Vaivoda con 
due mila cavalli, e licenziò 1' ambasciator Veneziano, che 
appresso lui risedeva. 

Giberto da Correggio, che come ho detto, fu sostituito 
al Guasco nel generalato, accettato il carico, andò a campo 
a Lova con due proveditori Veneziani, che furono Lunardo 
Dandolo, e Pietro Fontana. 

Il duca d' Austria passò nella Marca Trivisana con gran- 
dissimo esercito al servizio del signor di Padova, venendo 
alla prima nel Trevisano per la Chiusa di Quero, depre- 
dando, ed abbruciando per tutto, dove andava, e si ac- 
campò al Montell o. 

Il signor di Padova fece fare in quattro giorni una gran 
fossa appresso la villa di Boglion per serrar da quella parte 
il Padovano. L' arcivescovo di Strigonia con due mila e 
cinquecento cavalli ungheri passò la Piave, e andò a Pa- 
dova in servizio del Carrarese. 

Veneziani cominciarono una fossa, che giungesse dalla 
Lova alla Torre del Coran ; e perchè dal signor di Padova 
gli veniva fatta grande resistenza, per facilitar quest'opera, 
che era molto necessaria, cento gentiluomini Veneziani con 
dieci balestrieri per ciascuno, si offerirono di servire, fin- 
ché detta fossa finita fosse. 

Il Carrarese signor di Padova intendendo, che Veneziani 
continuavano detta fossa, la qual gli era di molto danno, 
se gli presentò contra con tutte le sue genti ; e volendogli 
vietar Y opera, attaccò la battaglia, che durò per buon 
pezzo. Finalmente i Veneziani furono rotti, e fugati, e gran 
parte di quelli nobili, che soprastavano air opera, furono 
presi, e fu spianata la fossa, sicché l'opera loro riuscì vana. 
In questo conflitto fu trovato, che delle genti Veneziane n e 



TRA VENEZIÀlfl E GEN0YKSI 13 

erano morti, e annegati (T intorno ad 800 e presi circa 340. 
De' Padovani veramente ne mancarono circa 250. Per que- 
sta vittoria fu fatta gran festa, e molti segni d' allegrezza 
in Padova. Partirono poi Benedetto, e Giorgio condottieri 
ungheri con parte delle loro genti ritornando in Ungheria ; 
ma poco dopo giunse in loro luogo Pietro Unghero con 
cavalli 500. 

Veneziani, avuta questa rotta, attesero a rifar il loro 
esercito, avendo avuto aiuto dal Turco di 5000 fanti ar- 
cieri, il quale volentieri li soccorse, per esser egli nemico 
del re d' Ungheria. E gli aggiunsero anco altre genti da 
piedi, e da cavallo, che essi d* altri luoghi condussero al 
loro soldo. Onde vedendosi il Correggio loro generale molto 
forte, e avvantaggiato di genti, deliberò di passar nel Pio- 
vado con 1' esercito, a dargli il guasto, non avendo egli 
altro ostacolo, che la bastia di Rossavalle , per dove egli 
disegnava di passar il serraglio di Boglione. E così fatto 
ogni sforzo, passò dal capo di sotto verso le paludi , che 
erano alquanto asciutte d' acqua, e lì fece fare una bastia 
nominata Medicina. Il che avendo inteso il signor di Pa- 
dova, e prevedendo, che se i nemici si facessero forti in 
quel luogo, tutto il suo paese resteria in pericolo, poste 
air ordine le sue genti uscì dal serraglio, e andò ad as- 
saltar le genti Veneziane. Fu dunque attaccata un' aspris- 
sima battaglia con tutte le forze delF una e V altra parte 
appresso la detta bastia fuori dal forte del Boglione, e so- 
pra 1' arzere si combattè con gran gente da piedi , e da 
cavallo. E gli arcieri turchi, e morlacchi, e i balestrieri 
veneziani, che erano nei canali appresso Tarzere (che erano 
in quel tempo asciutti) tiravano per fianco agi' inimici, e 
gli ferivano i cavalli, i quali rinculandosi in dietro disor- 
dinavano le squadre, e ne gettavano molti giù de gli ar- 
zeri. Ed incalzandogli i Veneziani, messero. il campo ne. 



14 GUERRA DI GIIIOGGIA 

mico in rotta, di maniera che il signore istesso ebbe fa- 
tica a salvarsi nella bastia di Rossavalle. In questa bat- 
taglia furono prese 1' insegno del re d' Ungheria, e quelle 
del Carrarese con 200 prigioni, tra i quali fu Stefano Vai- 
voda con 14 Baroni Ungheri e molli Padovani. Ed i Vene- 
ziani, data la paga doppia a' suoi soldati, fecero la sua 
bastia di Medicina mollo bella, e forte. E perchè in quelle 
contrade, dove guerreggiavano, e dove erano fondate quelle 
bastie , il terreno per la maggior parte era paludoso, e pieno 
d'acque morte, però molti s'infermarono, e morirono, tra 
i quali fu Giberto da Correggio il generale, Francesco Or- 
delaffl, Lodovico dalla Rocca, ed altri condottieri Veneziani. 
E perciò fu in luogo del Correggio dato il carico a suo fi- 
gliolo, che era ben disciplinato nella guerra sotto il padre, 
che T aveva sempre avuto appresso di se, come suo con- 
sigliere. In. questo tempo Giorgio Unghero ritornò d' Un- 
gheria con 1500 cavalli , e passando la Piave ebbe contra- 
sto da' Veneziani ; ma passò, e giunse al campo del si- 
gnor di Padova con suo gran contento. Esaù Mariscalco 
del campo de' Veneziani a persuasione delli prigioni Pado- 
vani, si partì con trecento lanze, e ritornò nel suo paese, 
onde Veneziani restarono con poca gente, e avendo finita 
la bastia di Medicina, ne cominciarono un' altra sul ter- 
reno saldo e fermo, poco più avanti, e la nominarono Ros- 
savalle; ma assaliti da nemici furono scacciati con perdita 
di 300 uomini, e fu disfatta essa bastia; e poco dopo per- 
dettero anche quella di Medicina, che lungamente combat- 
tuta dalle genti del Carrarese, se gli rese, salvo lo avere, 
e le persone, con morte di tutti li Turchi, e Morlacchi. E 
così Veneziani si ritirarono alla lor bastia della Lova, che 
era molto forte, e di grande circuito. 

Padovani per la presa di queste bastie restarono molto 
contenti, perchè quella fossa era di gran danno a tutto il 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 15 

Piovado, e riconobbero molto il valore di Giovanni degli 
Obici, che essendo loro capitano s'aveva in questa impresa 
portato molto bene. 

Fu scoperto al signor di Padova, che Marsilio suo fra- 
tello aveva con altri congiurato di uccider lui, e il figliuolo, 
e questo per il messo, che portava lettere a Venezia per 
aver aiuto da quella Republica. E preso uno de' complici, 
esso Marsilio con gli altri fuggì di Padova, e andò al campo 
del signore e lì levò le genti, che erano d'intorno a quat- 
tro cento cavalli, e andò a Venezia, dove fu onorevolmente 
raccolto. 

Avendo Veneziani per rifar il suo esercito., assoldate as- 
sai genti in Lombardia, e fatta la massa in Mantova, non 
a\endo potuto aver il passo per lo stato del Carrarese, 
furono astretti a licenziar le genti. 

Molti Baroni d' Ungheria parenti del Vaivoda instarono 
che il loro re operasse, che il signor di Padova facesse li- 
berar il detto Vaivoda delle prigioni, altrimente volevano 
andar a danni suoi. Il re dubitando di ciò, scrisse al Car- 
rarese, che dovesse far pace con Veneziani con miglior con- 
dizioni che potesse, purché si liberasse il Vaivoda, e gli 
altri Ungheri, che tenevano prigioni. Onde intesa questa 
cosa, Veneziani furono molto contenti : tenendo però in ri- 
putazione il fatto della pace, formarono altri capitoli, e 
dissero, che glie l'averiano concessa, assentendo lui ad essi 
capitoli, e non altrimenti. E mentre si trattava questa pace, 
Benedetto Unghero sopraddetto ritornò anch' egli di Unghe- 
ria con mille cinquecento cavalli a servizio del Carrarese, 
e scorse gran parte del Trivigiano facendo molta preda, e 
in particolare saccheggiò, e arse il borgo di Asolo. 

Per gli ambasciatori del Pontefice fu lungamente trattato 
con la signoria di Venezia di concluder la pace col signore 
di Padova, e al fin conclusa, vennero da Padova amba- 



16 GUERRA DI CR10GGIÀ 

sciatori mandati dal Carrarese, e alli 20 di settembre fu- 
rono letti i capitoli di essa pace, e da essi furono giurati 
per T osservanza di essi, e confermati poi per il Gommun 
di Padova, i quali poi alli 22 furono io Venezia publicati 
e gridata la pace, e furono mandati quattro gentiluomini Pa- 
dovani per ostaggi, fin al ritorno di Giustiniano prigione, 
il quale per tenor de i capitoli doveva con gli altri prigioni 
esser rilassato. Il tenore de' quali qui segue, videlicet : 

Che Francesco da Carrara signor di Padova debba com- 
parire a Venezia innanzi il Doge, e la signoria, e giurar 
per sacramento, cbe la guerra per lui fatta era stata fatta 
indebitamente, e dimandargli umilmente di ciò perdono ; 

Che tutte le genti che sono al soldo di detto signore, 
siano dì presente licenziate fuori di Padova, e del Distretto 
e siano del tutto casse; 

Che tutte le bastie, e fortezze fatte per causa di questa 
guerra a difesa del Padovano, e ad offesa del Veneziano 
siano del tutto levate, e distrutte; 

Che il signor di Padova faccia, che il re d' Ungheria ri- 
manga in buona pace con Veneziani; 

Che il medesimo dia alla signoria di Venezia ducati tre- 
cento e cinquanta mila d' oro per suoi danni, e interesse 
patiti in questa guerra, dando al presente ducati 60 mila 
d' oro, e il resto in termine d' anni dieci, pagando la rata 
d' anno in anno, e per il prò de' detti denari paghi ogni 
anno nel giorno dell' Ascensa ducati 300 ; 

Che la Torre del Coran resti in tutto in dominio della 
signoria di Venezia ; 

Che il Castel d' Oriago, e Castelcaro, e la Torre sopra 
la Brenta siano in tutto spianate a terra fin su li fonda- 
menti ; 

Che il predetto signor di Padova non possa edificar più 
fortezza alcuna a sette miglia sopra 1* acqua, che va verso 
le paludi di Venezia, e verso Chioza; 



TÈA VENEZIANI E GENOVESI LI 

Che Veneziani abbiano ad elegger quattro de' loro nobili, 
i quali col giuramento abbiano a definir, e mettere i ter- 
mini del Veneziano, e del Padovano. E che tutto quello 
che faranno, debba esser approvato, e ratificato per il 
detto signor di Padova ; 

Che il nobile Vaivoda rilassato, giunto che sia in Un- 
gheria, debba subito far rilassar Tadeo Giustiniano, e gli 
altri prigioni Trivigiani, che con lui furono presi,; 

Che il predetto signor di Padova per grazia speziale possa 
far vendere in Padova, e nel Padovano sale al prezio che 
egli vorrà ; ma che sia obbligalo tuor del sale da Chioza 
al prezio, che el si vende a gli altri dalli salinari; 

Che se le città di Feltre, e Cividale, con le loro perti- 
nenzie ritorneranno nel dominio del signor di Padova in 
alcun tempo, esso signore debba dare alla signoria di Ve- 
nezia la Chiusa di Quero, e il passo della Camatta; 

Che ogni Veneziano possa condurre e trar fuori di Pa- 
dova e del Padovano ogni sorta di sua entrata, e mer- 
canzia senza pagar dazio alcuno, come si faceva al tempo 
della buona memoria dì Giacomo da Carrara suo padre; 

Che tutti i beni mobili, e stabili di Marsilio da Carrara 
fratello di esso signore rimangano in dominio e potere di 
esso Marsilio, siccome erano innanti eh' egli si partisse 
da Padova ; e di essi beni, e entrate possa lui per sé stesso 
e per altri far quanto egli vorrà senza pagar alcun dazio ; 

Che per sicurtà delli presenti patti e convenzioni sia te* 
nuto esso signore di Padova dar quattro gentiluomini Pado- 
vani per ostaggi a star in Venezia, finché Tadeo Giustiniano 
con gli altri Trivigiani, che furono presi, siano ritornati. 

Sabbato, 24 settembre, si levarono tutte le offese dall'una 
parte e dall' altra ; e il campo Carrarese andò in Padova 
onorevolmente, e fu dato alloggiamento a quelle genti 
secondo il grado suo» 

2 



18 GUERRA DI CHIOGGIA 

Francesco Secondo da Carrara con molti gentiluomini 
Padovani andò a Venezia, e a nome del signor suo padre 
giurò d* osservare i soprascritti capitoli, e mantenere la 
pace ; onde furono licenziati il Vaivoda, e gli altri prigioni 
Ungheri, i quali ritornati in Padova si partirono per Un- 
gheria ; e il signore licenziò tutte le sue genti. E la Signo- 
ria di Venezia in esecuzione de' patti mandò quattro suoi 
gentiluomini a divider i confini, quali pigliarono mezza la 
villa delle Gambarare, e posero il confine appresso Oriago 
e dalla parte del Trivigiano messero i confini molte perti- 
che dentro del Padovano, e per tutti i confini furono messi 
termini alti sette passi fatti di marmoro al quadro, ben 
fondati e arpesati con un S. Marco grande scolpito in ca- 
dauno di essi. 

Giacomo da Lion, Giacomo Papin, e Tibaldo di Rognon 
andati a Venezia, convennero con Marsilio da Carrara, e 
conclusero di voler far morir Francesco da Carrara si- 
gnore di Padova, e Francesco suo figliuolo. E che tal caso 
Marsilio fosse signore, e esso Giacomo da Lion vescovo di 
Padova, e così con consentimento di Nicolò da Carrara, e 
molti altri Padovani, trattarono di dar esecuzione al fatto. 
E manifestata questa deliberazione ad un Pietro di Salo- 
mone cittadino di Padova, furono da lui discoperti, e per 
forza di fortuna, inteso meglio il fatto per il signor Fran- 
cesco fece prigioni Nicolò da Carrara suo fratello, e un suo 
barba, e gli mandò a Monselice nella rocca, e fece deca- 
pitare Luigi e Pellegrino Forzate, e perchè Giacomo da Lion 
con altri suoi compagni erano fuggiti a Venezia, li bandì 
di tutto il suo Stato, con condizione che venendo nelle 
forze fossero appiccati. 

1374. Francesco da Carrara signor di Padova per questa 
congiura che gli era stata fatta contra, dubitandosi molto 
i y alcuni Padovani, che gli erano sospetti, cominciò per 



TftA VENEZIANI E GENOVESI 19 

assicurar la sua persona a fabricar il Castello di Padova 
delle facoltà de* cittadini con molto loro dispiacere.! 

Ed alli 9 di maggio di detto anno fu cominciato, e comin- 
ciò anco le muraglie dei borghi, cominciando a Ponte Pe- 
docchioso fin al Portello, e seguitando per altri luoghi, 
dove la città era solamente spaldata. E fece anco la torre 
del Bassanello col Zirone. 

In quest' anno morì Francesco Petrarca poeta laureato 
che era Arciprete di Padova, e morì nella Villa d' Arquà , 
dove fu sepolto onorevolmente, portato da 16 dottori , e 
accompagnato dal signor di Padova con bella compagnia, 
che lo seguitava, e fu sepolto fuori della chiesa di S. Ma- 
ria di detta Villa, e gli fu fatto un bel sermone, e pronun- 
ziato. Lasciò 24 volumi di libri, che egli avea composti. E 
poco tempo dopo gli fu fatta un' altra bellissima sepoltura 
air antica sopra quattro colonne, nella qual fu posto. Morì 
alli 18 del mese di luglio. 

Neil' istesso anno morì il signor Gan della Scala, e con- 
sigliatosi col detto signor di Padova, s' egli doveva lasciar 
lo stato ad Albuino suo fratello, overo alli suoi figliuoli 
naturali, fu da lui consigliato a lasciarlo al fratello, ma 
Cane non volse, e fece ammazzar esso Albuino in Peschiera 
ove egli lo teneva prigione; e dopo per suo testamento 
lasciò tutore delli figliuoli che erano Antonio e Bartolomeo 
il predetto signor di Padova. 

1375. Nicolò Marchese di Ferrara maritò Tadea sua fi- 
gliola in Francesco Secondo da Carrara figliuolo di Fran- 
cesco signor di Padova, e la mandò a marito a Padova 
molto onorevolmente. 

1376. Del mese di maggio. Cominciò la guerra fra Leo- 
poldo duca d' Austria, e la Signoria di Venezia, perchè 
dolevasi il duca , che Veneziani non gli avevano mante- 
nuto quello che gli avevano promesso, quando tra essi 



20 GUERRA DI CH10GGIA 

si fece la pace; e perciò dimandava a' Veneziani ducati 300 
mila per più spese fatte per lui : al che non consentendo 
loro , egli fatto un grosso esercito, lo congregò molto ben 
air ordine a Trento, e senza sfidar Veneziani, venne con 
quattro mila cavalli per la via di Feltre nel Trivisano, ed 
avendo anco una grossa fantaria, cominciò scorrer questo 
paese, saccheggiando, ed abbruciando ogni cosa, e venne 
fin su le porte di Treviso, ed abbruciato il borgo dei 
Santi Quaranta ritornò con la preda a Feltre, dove ancora 
lui con le sue genti stette ritirato, perchè a Treviso era 
giunta assai gente de' Veneziani. 

Marin Soranzo con 300 soldati da pie, e da cavallo, in 
questo tempo scorse fin alla villa di Fener, e prese la 
Montada di Quero, che non era guardata, e saccheggiò la 
villa, e passò in Possagno, e fece il medesimo, e occupò 
il Monte di Gorveda, che è sopra la villa di Quero, nella 
cui sommità vi era una bastia fatta per quelli da Quero, 
assai forte, e in quella prese 22 prigioni , tra' quali vi era 
Gallazino da Quero, il qual fu squartato, perchè per in- 
nanzi aveva data essa villa al signor di Padova, mentre 
egli possedeva Feltre. E così presa essa Bastia, vi fu messo 
dentro il presidio de' Veneziani, i quali anco in Venezia 
fecero prigioni tutti i mercanti tedeschi di Fontego, che 
erano delle terre a lui soggette, e li tolsero le sue mer- 
canzie. 

Giacomo de' Cavalli Veronese fu fatto capitano generale 
de' Veneziani, il quale accettò il carico volentieri. 

Intanto la bastia di Quero fu bruciata per quelli prigioni 
che vi erano dentro ; e dubitando il Soranzo non poter 
mantener quel passo si ritirò a Treviso con tutta la sua 
gente. 

Quelli di Feltre, e di Cividal, intesa la partita de' Vene- 
ziani da Quero, mandarono due bombarde, una sul monte 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 21 

di Corveta, F altra su la strada appresso la Chiusa vecchia 
chiamata la Moschetta, e fecero forte la Montada di Quero 
fin ad Aliano. 

Il Cavalli fatta la massa della gente in Treviso andò a 
Onigo, ove sopra il monte fece una bastia per suo ridutto, 
perchè la Montada di Quero era già in fortezza con buona 
guardia ; ed attaccata la battaglia, la qual durò per buon 
pezzo, finalmente prese la Montada, e prese insieme le due 
bastie di Quero per forza di bombarde, e di battaglia da 
mano, e le messe in buona guardia; e passato innanzi, 
giunse alla Chiusa di S. Vettore lontana poco più d'un mi- 
glio da Feltre, ove era serrata la strada, che va da Quero 
ad essa città ; e per passarla fece pigliar una strada ap- 
presso il Ponte della Sona, che di lì corre nella Piave ; e 
la fece attraverso la montagna a man sinistra, spianando 
il bosco, che vi era, e condusse tutta la sua gente nel piano 
di S. Vettore dietro la detta Chiusa, la qual fu combattuta 
davanti, e da dietro, e per forza la prese, con tutte tre le 
torri , che vi erano. Presa la Chiusa fu combattuto il Ca- 
stello di S. Vettore, e per forza di mangani, bombarde e 
battaglia da mano, fu ottenuto, il qual era un bel castello 
e forte, e grande ; e dopo alcuni giorni con grandissima 
difficultà fu presa la Rocchetta di S. Vettore, che era su la 
cima del monte sopra esso castello, e la messe in buona 
guardia, facendola più forte, che non era, insieme con gli 
altri luoghi presi. Passò poi il campo veneziano sotto Fel- 
tre, e stando nel Vescovado, si cominciò a bombardar la 
città, e andarle sotto con mangani, e si fecero molte scor- 
rerie per i borgtìì e per quel paese fin al Cividal, gua- 
stando, ed abbruciando per tutto dove andava Y esercito, 
il qual ritornò a Feltre per la necessità deir acqua, non 
avendosi da servire, se non d' una fontana, che è appresso 
il muro della città, 



22 GUERRA DI CHIOGGIA 

Subito che si ebbe la Chiusa, Veneziani cominciarono 
un gran piede di torre di sotto la Chiusa di Quero sul Ca- 
nal della Piave verso S. Vettore con un grossissimo muro 
alla traversa del passo fuori del monte, e chiamarono que- 
sto luogo Castelnovo, il qual è una bellissima fortezza 
fino al dì d' oggi, e fu principiato nel mese di settembre 
del 1376. Il duca d* Austria, inteso che Feltre era in ma- 
nifesto pericolo di perdersi, s' apparecchiò al suo soccorso 
con grosso esercito, al qual parendo a' Veneziani di non 
poter resistere, lasciato Y assedio di quella città, e bruciati 
li borghi e i monasteri, e lasciata con buona guardia la 
Chiusa, e il castello di S. Vettore, si ritirarono a Treviso 
avendo prima presa la Torre di S. Boldo di sopra Serra- 
valle, che era di esso duca ; e con danno loro, e presa di 
molti soldati, fu poi pochi giorni dopo ricuperata. 

Passate le cose in questo modo, fu fatta tregua per due 
anni tra Veneziani e il duca <T Austria, e dopo nel 1378. 
fu conclusa la pace nel mese d' ottobre , la qual Veneziani 
fecero volentieri, perchè già avevano presentito, che se gli 
preparava contra una lega di molta importanza, che fu 
quella, che qui dietro sarà nominata, e perciò la pace fu 
loro di sommo contento. I patti furono tra loro, che Ve- 
neziani restituissero al duca la Chiusa, il Castello, e la Roc- 
chetta di S. Vettore, e tutto lo avere de'mercanti tedeschi 
che loro era stato in Venezia tolto, come è detto di sopra 
e fossero liberate le loro persone. E così con la restituzione 
dì molte altre cose che sariano lunghe da scrivere finì essa 
guerra. 

Acciò sia noto a ciascuno, in che modo, e per qual 
causa cominciasse la guerra, e la nemicizia tra la Repu- 
blica di Venezia, e quella di Genova, è da sapere, che del 
1374 era imperatore di Costantinopoli |Calojanni, il quale 
tra molti figliuoli ebbe Andronico. Costui avendo disegnato 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 23 

con molti suoi complici, e fautori di levar l'Imperio al pa- 
dre,, e essendo scoperto il trattato, fu preso, né volendo 
Colojanni imbrattarsi le mani nel sangue del figliuolo, come 
aveva fatto de gli altri, per castigo del suo fallo gli fece 
abbacinar gli occhi, e lo confinò in Pera città vicina, che 
era de' Genovesi, divisa da Costantinopoli con un canale. 
Questo imperatore era amicissimo de' Veneziani, e li trat- 
tava meglio assai di tutte le altre Nazioni, che nella sua 
corte praticassero. Onde Genovesi, che sempre ebbero in 
odio Veneziani, non potendo tollerar questa cosa, si risol- 
sero di levar P Imperio a Calojanni e metter in istato An- 
dronico suo figliuolo. Ed operarono talmente con P aiuto 
de' Medici, che lo ridussero a buoni termini della vista, si 
che egli vedeva assai bene. E accordatisi con lui promi- 
sero di dargli P imperio, con condizione, eoe desse a loro 
il Castello di Tenedo, il qual è la chiave dell'entrata dello 
Stretto di Gallipoli a tutti quelli, che navigano nel Mar- 
Maggiore, e specialmente in Trabisonda, e alla Tana, e te- 
nesse per suoi consiglieri alquanti Genovesi con certe altre 
condizioni. Fatto P accordo assalirono l'Imperatore nel suo 
palazzo, e lo fecero prigione con la moglie, e figliuoli, e 
messero detto Andronico nella signoria : il che fu nel mese 
d'agosto 1376. E sollecitandolo, che gli desse Tenedo se- 
condo la promessa, di suo consentimento armarono due 
galere, e con lettere di queir imperatore andarono ad essa 
fortezza per farsela consegnare; ma rispondendo quelli del 
luogo, non volerla dar ad altri, che a Calojanni, che ne 
era il padrone, dal quale anco avevano ordine, che se av- 
venisse mai, che egli fosse scacciato dall' Imperio, quella 
fortezza si dovesse dare a' Veneziani, e non volendola loro, 
al Turco, che vi confinava : non potendo far altro, Geno- 
vesi si partirono. 
Andronico, che col mezzo de* Genovesi era stato messo 



24 GUERRA DI CHIOGGIA 

in istato, cercava di compiacerli in tutto quello che poteva, 
e però ad instanza loro levò gran parte dell' autorità al 
Bailo de* Veneziani, e faceva gran torti alli mercanti di 
quella Nazione. 

Quelli di Tenedo a persuasione di Donato Trono, che era 
sopra le galere grosse della Tana di ritorno accompagnato 
da Marco Giustiniano, che per dubbio de' Genovesi era stato 
ad incontrarlo fin a Costantinopoli, si diedero a'Veneziani 
e tolsero al loro governo esso Donato Trono con molti ba- 
lestrieri Veneziani. Intesa la nuova a Costantinopoli, della 
perdita di Tenedo, V imperator Andronico, e Genovesi per 
sdegno ritennero una cocca veneziana, che veniva dalla 
Tana, e messero in prigione il Bailo, ed i mercanti vene- 
ziani, a' quali tolsero anco tutte le lor mercanzie. Ma Ve- 
neziani saputo T acquisto di Tenedo fortezza importantis- 
sima per il passo del Mar Maggiore, gli mandarono per 
capitano Antonio Veniero, e per proveditore Giovanni Gra- 
dendo con due galere ben armate, e ordinarono, che quel 
luogo fosse messo più in fortezza che fosse possibile; e man- 
darono poi Vettore Pisani per proveditore appresso gli al- 
tri con due altre galere, e armarono per guardia del golfo 
dieci galere sotto Pietro Moncenigo capitano. 

Genovesi, intesi i provedimenti de' Veneziani, armarono 
dodici galere, essendo certi di dover aver guerra con loro. 
Ma finsero di stare al soldo dell' imperatore per non farsi 
principali in questo fatto. 

Intanto Veneziani con la loro armata andati neh" Arcipe- 
lago, presero Statimene, e Riva, terre del predetto impera- 
tore, I quali luoghi, poco dopo furono ricuperati dalle dodici 
galere de' Genovesi, che congiunsero esse galere con altre 
dodici armate da loro nella Romania; e molto gli doleva, 
che Veneziani avessero Tenedo, perchè avendo loro molte 
terre nei Mar Maggiore, non potevano così facilmente an- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 25 

darvi per quel passo, che da' Veneziani gli era occupato. 
Rivolti dunque all'impresa di Tenedo, levarono l'impera- 
tore sopra la loro armata, e dierono l'assalto a quella for- 
tezza, tirandogli molte cannonate d' artiglierie, e con ga- 
gliarda battaglia da mano ; ma finalmente da Carlo Zeno, 
e altri proveditori veneziani, che uscirono fuori alla bat- 
taglia, furono superati, e vinti con molta perdita de' suoi, 
e cacciati alle galere, furono astretti a ritornarsene a Co- 
stantinopoli. 

In questo anno 1376 Papa Urbano mori in Avignone e 
gli fu successore Papa Gregorio, il qual promise, siccome 
aveva fatto il precessore, di ritornar con la corte a Roma 
e vi tornò nel mese d' ottobre di detto anno, attendendo 
a ricuperare i luoghi usurpati da' Fiorentini, che s' erano 
confederati con Bernabò Visconti, duca di Milano, contra 
iJ quale esso Pontefice mosse gli Svizzeri, e i signori della 
Scala ; ma al fin fatta tregua per anni cinque nel 1378 esso 
Pontefice morì. E nella elezione del suo successore i Ro- 
mani corsero alle arme, e dimandarono, che si facesse un 
Papa italiano, il quale poi fu fatto, e nominato Urbano VI. 

In questo tempo Bernabò Visconti signore di Milano ruppe 
la guerra ad Antonio,, e Bartolomeo fratelli dalla Scala si- 
gnori di Verona, con gran gente sotto la condotta di Gio- 
vanni Aucuto, del Conte Lucio, e di Giacomo de' Cavalli 
e fece gran danno sul Veronese; ma interpostosi il signore 
di Padova, tra loro si concluse la pace. 

Veneziani, cassate che furono le genti dal Visconti per 
la pace seguita, scrissero a Giovanni Aucuto, ed al Conte 
Lucio, che se volevano con le lor genti passar nel Pado- 
vano a' danni di Francesco da Carrara signor di Padova, 
per quindici giorni li averiano dato 30 mila ducati d' oro 
e per ogni dì del più un miaro al giorno. Ma quelli due 
capitani, che erano amici del Carrarese, non vollero accet* 



26 GUERRA DI CHIOGGIÀ 

tare il partito ; anzi mandarono queste lettere ad esso Car- 
rarese, acciocché egli potesse provedere alle cose sue. Il 
quale inteso ciò, cominciò a fortificarsi bene, e a trattare 
di collimarsi con altri signori per poter maggiormente resi- 
stere alle forze de' Veneziani. E perciò sapendo egli le di- 
scordie, che erano tra' Veneziani e Genovesi, procurò pri- 
mieramente di confederarsi con loro ; poi scrisse lettere ad 
altri signori d' Italia, esortandogli a pigliar V armi contro 
Veneziani con dimostrargli, che se si lasciavano pigliar piedi 
in terra, come avevano in mare, che in breve tempo si 
averiano fatti padroni di tutta la Lombardia, e al fine del- 
l' Italia. 

Mossi da queste ed altre ragioni, che e per lettere, e per 
ambasciatori ebbero dal signore di Padova, si mossero il 
re d' Ungheria, la Repubblica di Genova, la regina Gio - 
vanna di Puglia, i duchi d'Austria, il Patriarca d' Acqui- 
legia, signor del Frioli, i signori della Scala, signori di Ve^ 
rona, e la Comunità d' Ancona, a far lega insieme ; e il 
Carrarese innanzi che rompesse la guerra, trasse di Vene- 
zia sale e specierie in tanta quantità, che gli avesse potuto 
bastare per anni cinque nella sua città; e si fornì di mu- 
nizioni, e di genti, mandando a mostrar le dette lettere al 
re d' Ungheria, per le quali esso molto volentieri entrò 
nella lega, e operò che gli altri v' entrassero. 

La signoria di Venezia veramente intendendo i grandi 
preparamenti del signor di Padova, e le molte ambascerie 
che ogni giorno gli andavano, dubitandosi di qualche nuovo 
travaglio, mandarono a lui ambasciatori ad offerirglisi co- 
me confederati ad ogni suo bisogno; il qual rispose: Che 
per dubbio, che aveva di loro, egli faceva tutti que' prepa- 
ramenti, e che di ciò ne aveva causa ; poiché egli sapeva 
che avevano tenuto mano nel trattato di Marsilio suo fra- 
tello contra di lui ; e che volendo egli ricuperar Feltre, e 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 27 

Cividale da i duchi d' Austria, avevano contraoperato, ac- 
ciò egli non conseguisse r intento suo, e che ultimamente 
avevano cercato, che Giovanni Aucuto, ed il Conte Lucio 
cavalcassero a' danni suoi ; e che tutte queste cose erano 
da perfidi nemici. E negando gli ambasciatori il tutto, e 
massime la cosa dell' Aucuto, loro mostrò le lettere, che 
gli erano state mandate; e detto a gli ambasciatori, che 
voleva più tosto morir libero, che servo, li licenziò, i quali 
ritornati a Venezia, li riferirono il tutto. Onde essi Vene- 
ziani si prepararono alla guerra. Giovanni degli Obizi ca- 
valiere di molto valore fu fatto capitan generale delle genti 
del signor di Padova, e fu alli 3 giugno 1378, il quale su- 
bito andò ad Oriago, dove rifece la bastia con la fossa,, e 
messe in fortezza quel serraglio ; e fu rifatto il castello di 
muro in otto giorni. Rifece anco Castelcaro con molta 
difficultà per i molti disturbi, che li davano quelli da Ghioza 
che gV impedivano con barche, e balestrieri. E così si fece 
anco la Bastia del Borgo da Lova, da Lugo, da S. Hilario 
e da Conca d' Albaro. E furono messe in punto molte genti, 
e capitani fedeli del Carrarese. E avendo Veneziani all'in- 
contro mandato a fare una bastia a Solagna sopra Bassan 
furono le loro genti, che ivi lavoravano, rotte, e quasi tutte 
prese, fra' quali vi fu Giovanni Delfino capitano e provedi- 
tore a queir impresa ; e tolta per il signore di Padova che 
vi fu in persona, essa bastia, fu finita, e messa in buona 
guardia da esso Carrarese. 

Gli Ambasciatori d'Ungheria, di Genova, del Patriarca, e 
del signor di Padova, andati a Venezia per vedere, se si 
poteva trattar di pace, né potendosi accordare, intimarono 
la guerra a' Veneziani a nome di tutti essi collegati. 

Da ciò mossi Veneziani, e mettendosi all' ordine per la 
guerra, armarono 20 galere, facendone capitano di esse 
Vettore Pisani, con ordine, che dovesse andare nel Geno- 



28 GUERRA DI CHIOCCIA 

vesato, e faro possibil danno a quella Republica, e si pre- 
pararono in questo modo, che quattordici ne furono armate 
in Venezia, e sei in Gandia; per il che se gli mandarono sei 
arsili, e al Pisani furono aggiunti per proveditori Panta- 
lone Barbo, e Luigi Loredano. E così queste galere quattor- 
dici andarono nella riviera di Genova, ove presero molte 
navi, ed altri legni, che furono abbrugiati. E fu la partita di 
essa alli 24 d' aprile 1378 dopo ia disfida, che fu fatta. 

Genovesi, avendo armate in quel tempo dieci galere, gli 
diedero per capitano Luigi dal Fiesco, e portavano gente 
e denari per fornir le loro galere, che erano a Costantinopoli 
che avevano patito gran danno. E inteso i danni, che fa- 
ceva il Pisani in quella riviera, vedendosi aver gente as- 
sai, si risolse di combatter con lui, e trovatisi in spiaggia 
Romana a Capo d* Anzo, seguì tra loro un orribile batta- 
glia ; e perchè era gran pioggia, e fortuna di mare, si ri- 
trovarono aver solamente nove galere per parte. E dopo 
vario successo, restò superiore il Pisani, avendo preso cin- 
que galere Genovesi con tutte le ciurme, insieme col ca- 
pitano; e un'altra galera diede a terra, ma salvatisi gli 
uomini, restò in mano de' Veneziani, la quale con V altre 
prese furono brugiate, eccetto quella del capitano la qual 
fu mandata a Venezia con lui, e con quattordici gentiluomini 
genovesi, e quattro galere per scorta. E questo conflitto se- 
guì nel mese di luglio 1378. Morirono de' Genovesi 500 
persone, e anco molti Veneziani, tra' quali Zaccaria Ghisi 
patron di galera ; e furono trovati nelle galere dei Geno- 
vesi molti argenti, e denari assai. 

Con le altre galere partì Vettor Pisani, e giunto a Mo- 
don vi trovò le sei galere di Candia, e con tutte andarono 
in Oandia con li prigioni genovesi, quali lasciati ivi parti 
con tutte le sedici galere, e andò verso la Romania per tro- 
var altre dieci galere, che avevano invernato r anno innanzi 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 29 

in Constantinopoli; e giunto a Negroponte, intese che erano 
passate, e ritornò indietro e le seguì sino a Turpia ne po- 
tendo aggiungerle, ritornò in golfo. 

Lodovico re d' Ungheria per aiutare il signore di Padova 
suo confederato, mandò in Italia il gran Vaivoda, il quale 
passata la Piave con cinque mila Ungheri, giunse a Padova 
alli 26 giugno 1378. E un giorno dopo tutte le genti Car- 
raresi cavalcarono nel Trivigiano, facendo molto danno ; e 
il Vaivoda mise campo a Castelfranco ; e alli 5 luglio i 
capitano del signor di Padova mise campo a Mestre e com- 
battè la bastia, e il borgo diS. Lorenzo con gran gente di 
Padovani, Ungheri, Furlani, e altre genti, che fra cavalli e 
pedoni erano intorno a sedici mila persone e la circondò da 
tutti i lati, acciocché Veneziani non potessero soccorrerla, 
battendola con bombarde, e mangani, e gettò un ponte sul 
canale, che va da Mestre a Mergara, con grossi bastioni, 
acciocché Veneziani per quella via non gli dessero soc* 
corso. E dopo lunga battaglia presero il borgo predetto con 
molti uomini d'arme; e messero alcune bombarde sul cam- 
pami di S. Lorenzo, colle quali facevano dentro della terra 
grandissimo danno. La qual senza dubbio si saria perduta 
se Veneziani non avessero mandato soccorso di 500 fanti 
sotto la condotta di Nicolò da Galega lucchese, e il Becco 
da Pisa> i quali per via delli canneti senza saputa del campo 
entrarono dentro nella Terra con un fasso di frezze per uno 
e dentro era capitano Franceschino Delfino. Il Carrarese 
desideroso di far quell'impresa, giunse in persona con mille 
cavalli, e diede una gran battaglia ad essa terra, ma fu 
ributtato con molto danno di quelli di fuori, de' quali ne 
morirono da 400 e ne furono feriti più di mille. E di tutto 
questo danno il Carrarese ne diede la colpa a Giovanni de- 
gli Obizi suo capitano. Finalmente vedendo egli di non pò* 
tere ottener la terra, fece una rassegna di tutte le sue genti, 



30 I GUERRA DI GHIOGGIA 

e trovò, che egli aveva un fiorito esercito di trentaduemila 
persone tra cavalli, e fanti , e perchè no erano molti in- 
fermati per il mal aere , che era ivi , si parti di lì , ritor- 
nando nel Invidiano, e cassò l'Obizi del generalato » che 
poco mancò non lo facesse decapitare; e in suo luogo fece 
governatore dell' esercito Federigo da Monteloro , che fece 
grandissimi danni nel Trivisano. E Veneziani, partito il 
Carrarese con le sue genti , fecero il muro a Mestre , ove 
prima era il palancato, e fortìQcarono benissimo quella 
terra. 

In questo tempo occorse (e fu molti mesi avanti) che do- 
vendosi in Cipro coronar il figliuolo del re Pietro assai 
giovane, perchè nel concorso fatto a quella festa Veneziani 
furono da lui più onorati, che li Genovesi, mossi eglino ad 
invidia e a sdegno, assaltarono i Veneziani nella sala, dove 
si trovavano, e contendendo fra loro, il re e i suoi corsero 
in aiuto de' Veneziani e così restarono molti de' Genovesi 
morti, e molti feriti ; e alcuni furono tratti fuori delle fine- 
stre. Per il che non potendo i Genovesi resistere , si par- 
tirono mal soddisfatti e maltrattati ; e ritornati a Genova 
messero in punto una grossa armata, e ritornarono in Ci- 
pro; e messo l'assedio a Famagosta, l'ebbero per trattato, 
e la saccheggiarono, trovandole dentro molte ricchezze, per- 
chè in quel tempo vi abitava il re, e la madre con la 
corte, i quali però non furono offesi, perchè lei per ven- 
dicarsi della morte del re Pietro suo marito , gli diede la 
città, acciò facessero la vendetta contra il fratello di esso 
re, che lo aveva morto, il quale si chiamava il principe ; 
e così ad instanza della regina madre lo uccisero , e mes- 
sero a sacco la sua casa, e le case di tutti quelli, che lo 
favorivano. E essendo tale il danno di essa città, che ne 
esso re, né la madre avevano più autorità alcuna ; e du- 
bitando alfine di essere mandati prigioni a Genova, fuggi- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 31 

rono amendue a Nicosia ; e così Genovesi restarono signori 
di Famagosta. 

Bernabò Visconti signore di Milano promise una sua 
figliuola al detto re di Cipro con deliberazione di ricuperar- 
gli Famagosta, che era la città principale di quell'isola. E 
perchè non poteva mandargli delta sua figliuola senza l'a- 
iuto de* Veneziani , fece lega con loro , con condizione , 
che mandassero ad accompagnarla con sei galere armate 
a loro spese, e che egli dovesse tener 600 lanze , e buona 
quantità di pedoni in termine di tre mesi a* danni dei Ge- 
novesi e della loro lega. E così fermati i patti, con esso 
numero di galere fu mandata la sposa di Cipro alla terra 
di Cerines , e oltra dette galere ve ne andarono anco cin- 
que de' Catalani , promettendo in oltre il re a Veneziani 
gran premio, se gli ricuperavano Famagosta. E così andate 
tutte insieme a questa impresa, alla seconda battaglia pre- 
sero tre cocche, che serravano il porto con altre tre , che 
erano dentro, e tre galere, e tre altri navilj, i quali getta- 
rono tutti a fondo, e presero molti uomini, e combattendo 
la muraglia, furono ributtati con morte di molti, e perdita 
di alquanti. E se il re , che combatteva da terra , avesse 
fatto il debito suo , quel giorno senza dubbio si prendeva 
la città. Ma non si avendo potuto far altro , ritornato a 
Cerines, pagò ai Veneziani quel che loro aveva promesso,- 
in gran parte in zuccari. e il resto promise di dargli. Par- 
titisi Veneziani con le sei sue galere di Cerines, passarono 
in Soria, ove presero molti navilj genovesi, e tra gli altri 
una grandissima cocca detta la Spinarza carica di cotoni, 
e la mandarono a Venezia, e poi andarono in golfo , e si 
congiunsero coll'armata del Pisani. 

Bernabò Visconti mandò ad assaltare il signore della 
Scala, di cui era capitano Giovanni Aucuto con la brigata 
dalla Stella, e guastò e depredò gran parte del Veronese. 



32 GUERRA DI CHI0GGÌÀ 

E per riparare a questo, il signore di Padova mandò molte 
delle sue genti con il Vaivoda Unghero che aveva tre mila 
cavalli dei suoi , e fu alli 15 agosto 1378. E dopoi caval- 
carono a Verona molti altri Ungheri , e con Bartolomeo 
dalla Scala scorsero sul Bresciano, ove ritrovato l'esercito 
nemico , fecero fatto d' arme e restarono uccisi , e presi 
molli soldati dall' Aucuto , e tedeschi , e brettoni, i quali 
s'erano ritirati nelle valli. E Veronesi scorsero tutto il 
Bresciano, danneggiandolo grandemente ; e poi fecero 4 bastie 
attorno Brescia. Onde vedendo Bernabò esser cosi danneg- 
giato il Bresciano , per liberarsi , concluse tregua con gli 
altri dell' altra lega, la quale cominciò il primo di settem- 
bre, e doveva finire il primo di gennaro seguente. 

Alli 4 ottobre 1378 morì Fina figliuola di Arcuano dei 
Buzzacherini moglie del signor Francesco da Carrara si- 
gnore di Padova, e fu con bella pompa onorevolmente se- 
polta. 

Giunte che furono le galere a Venezia coi prigioni Gè* 
novesi, Veneziani ne armarono altre quattro, e tutte insieme 
furono mandate al Pisani , onde ebbe galere diecinove , 
colle quali si partì di sopra a Zara, ove era, e andò a 
Cataro, che era del re d'Ungheria , e gli pose F assedio ; 
né volendosi gli abitanti rendere , combattè la città , la 
quale per forza di bombarde , e di batteria da mano , al 
fine prese ; e così ebbe anco il castello , il quale pochi 
giorni dopo se gli rese a patti, salvo l'avere^e le persone; 
e fu mandata una galera a Venezia ad avvisar la vittoria 
avuta. E fornita la terra con molti balestrieri, avendo fatto 
gran preda d'argento, di cere, e d'altra roba, si partì col* 
l'armata, e andò al Sasino, ritrovandosi accresciuto di galere 
fino al numero di venticinque. Il che intendendo i Genovesi, 
che avevano diecisette galere ben armate, si prepararono di 
andar a Zara, e scorseggiare di lì fin a Venezia ; ma vo* 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 33 

lendo Veneziani impedirli, che non andassero a Zara , fe- 
cero andar il Pisani fin appresso Napoli per incontrargli ; 
ma gli fallò perchè tennero la via in alto mare, e il Pisani 
per la riviera; e inteso che erano passate, le seguì tìn ap- 
presso Taranto, ove Genovesi andarono a rinfrescarsi; e 
aspettando li Veneziani a capo S. Maria, né potendo pas- 
sare i Genovesi per entrar nel golfo di Venezia senza esser 
discoperti , passando fuori , furono seguitati lungamente 
da' Veneziani , dai quali vedendosi aggiungere, voltarono 
le prue delle galere verso di loro, facendo mostra di ar- 
marsi per combattere. E perciò armatisi anco Veneziani, 
i Genovesi tornarono fuggendo verso il golfo , e per esser 
agili senz'armature e i Veneziani per contrario ben armati, 
gli fuggirono dalle mani , e si salvarono in Schiavonia ; e 
il Pisani andò in Puglia , perchè la Schiavonia era allora 
del re d'Ungheria. 

In questo tempo , e fu aili 6 di settembre 1378, Vene- 
ziani si mossero contra Gerardo da Camino suo nemico , 
e con le lor genti di Serravalle , di Gonegliano, di Val di 
Mareno, e di Rambaldo conte di Collalto, combatterono il 
castello di Soligheto, che era di esso Gaminese , e lo pre- 
sero, e lo spianarono col muro della montagna, e il borgo ; 
e gli presero anco il castello con la bastia di Gessalto. 

Giunta in Venezia la galera con la nuova della presa di 
Cattaro , Veneziani armarono cinque altre galere, e con 
quella le mandarono al Pisani, le quali si armarono in 
quindici giorni, e partirono alli 14 di settembre , e disco- 
perte tre galere genovesi sopra i Breoni, che avevano fatti 
gran danni, le incalzarono fin presso a Zara, ne potendole 
giugnere, passarono in Puglia, ove intesero che V armata 
genovese era in Schiavonia, e si salvarono a Brindisi ; ove 
fatto certo il Pisani delia loro venuta, andò a trovarle , e 
con esse si congiunse. E passate tutte verso Zara per proi- 

3 



34 GUERRA DI CHIOGGIÀ 

bire, che i Genovesi non entrassero nel porto, essi Geno- 
vesi, vedendo non potervi entrare, se n'andarono a Traù 
con le lor galere, che erano XVII e qui si fermarono. 

Il campo del Carrarese, essendo sotto Novale, fu rotto, 
e preso Gerardo da Monteloro capitano con molti UngherL 
e Tedeschi, il quale dovendo esser condotto a Venezia] 
Hermanno Tedesco Mariscalco del campo fece un'imboscata 
per liberarlo; ma inteso per quelli, che erano in Novale, 
si messero in ordine, e andarono a trovar gl'inimici com- 
battendo con loro tutto il giorno ; e ritraendosi loro per 
ritornar nel castello , Carraresi gli diedero la carga ad- 
dosso, e gli ruppero, e presero per la maggior parte, man- 
dandogli prigioni a Mirano. 

Nicolò da Gallicano capitano de 5 fanti veneziani per ven- 
dicarsi della rotta sopraddetta, usci di Mestre con fanti 400 
e con barche , e passò sul Piovado per la via del Coran, 
ove prese assai persone e bestiami, e scorse fin a S. Bruson, 
nella qual villa ritrovandosi Geremia da Peraga con cin- 
quanta cavalli, e centocinquanta fanti, andò al passo a 
Campagna, dove Veneziani dovevano passare, e data cam- 
pana a martello, raccolse insieme molta gente del paese, 
e assaltati i nemici , gran parte di quelli tagliò a pezzi, e 
ne prese cento trentadue col capitano, e li mandò a Pa- 
dova. Monte da Polenta signore di Ravenna capitano del- 
l'esercito veneziano, mentre che con parte della sua gente 
faceva la scorta a quelli di Asolo, acciò potessero fare il 
loro raccolto del vino, fu assaltato da Arcuano Buzzacha- 
rino, che era a Bassano con molta gente unghera e da esso 
fu preso e rotto, e mandato prigione a Padova : e ciò fu 
del mese di novembre. 

Il re d' Ungheria parendogli di molto incomodo a man- 
dar le sue genti in Italia per molte cause, e massime per- 
chè egli aveva guerra con infedeli, da cui aveva sospetto 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 35 

che gli fosse stata mossa per opera, e con sussidio dei Ve- 
neziani, volendo pur soccorrere il suo confederato Carra- 
rese, mandò a Padova tre carrette cariche d'oro, e d* ar 
gento, accompagnate con cavalli 600 ungheri sotto la con- 
dotta del gran Conte maestro della corte : il che esso signor 
di Padova accettò con grande allegrezza, lasciando quelle 
carrette alquanti giorni su la piazza , acciocché il popolo 
vedendole si confortasse , e del metallo stampò monete 
d'oro, e d'argento, colle quali diede la paga alle sue genti. 
Bernabò Visconti , finita la tregua coi signori della Scala, 
agli 8 di gennaro 1379, fece cavalcar la sua gente sotto la 
condotta di Giovanni Aucuth nel Veronese , e passato lo 
Adese senza contrasto, ancora che Giovanni Mangiadosi 
capitano di quattrocento lanze con molta fanteria per li 
Scaligeri guardasse le rive del fiume, si messe nel Vero- 
nese, aspettando occasione di far qualche impresa. All'in- 
contro Scaligeri fecero cavalcar nel Bresciano a' danni del 
Visconti il Vaivoda unghero e Giovanni della Bossina con 
le genti unghere, e veronesi, le quali scorso quel paese, entra- 
rono nel Cremonese, e fecero grandissimi danni, e infine ri- 
tornarono a Verona con 1700 prigioni, e con forse venti mila 
animali; e poi si messero in ordine per andare a trovar 
Giovanni Aucuth, il quale avendo inteso ciò, si levò dalla 
vale Pollicella, ove si era accampato con la sua gente, e 
nel passar l'Adese per ritirarsi in luogo sicuro, gli Ungheri 
gli furono dietro, di maniera che delle sue genti alcuni fu- 
rono presi , alcuni annegati nel fiume , e alcuni feriti , e 
morti dai villani del paese , di maniera che là gli passò 
male, e gli convenne lasciar la preda , che avevano fatta 
nel Veronese. Gerardo da Monteloro, e Nicolò da Gallicano, 
che erano prigioni , furono concambiati con condizione , 
che l'uno e l'altro per un anno non prendessero armi con- 
tra chi gli aveva liberati, e così ritornarono uno a Padova, 
e l'altro a Venezia, 



36 KLU DI CHIOCCIA 

Vettore Pisani essendo con Tarmata dinanzi al porto di 
Zara per proibir l'entrata ai Genovesi, giunsero sei galere 

di corso, dalle quali intese, che essi s'erano ridotti a Traù 
con diecisette galere: onde partitosi con tutte le sue, che 
erano trentasette, undò per ritrovarli, e giunto a Sebenico, 
mandò a richiedere, che gli fosse data la città, né volendo 
quelli, che erano dentro, darsegli, messe la gente in terra, 
e gli diede 1' assalto, e dopo lunga battaglia avendo rotta 
la muraglia a forza di martelletti e scale, entrarono i Ve- 
neziani nella terra, tagliando a pezzi molti di essi, i quali 
s'erano falti forti nel palazzo ; ma presolo per forza, furono 
così maltrattati. E gli altri, che si erano ridotti nel castello 
posto sopra un monticello , discesero fin alla piazza, ove 
dopo lunga battaglia , e molta occisione di ambe le parti, 
quelli di dentro restarono superati,, e vinti, e si ritirorono 
nel castello maltrattati. Questo castello il Pisani lo avelia 
combattuto, e forse preso ; ma dubitando, che mentre tar- 
dava intorno quella città, Genovesi non andassero a Zara, 
saccheggiata essa citta con molta occisione di gente e con 
prigionia di molti altri, si partì de lì e mandò a Venezia 
una galera a dare avviso di tal fatto , e a dimandar vit- 
tuaria. Partito poi andò con P armata a Traù, dove ri- 
trovò, che parte delle galere genovesi eran passate in Puglia 
per grano, e le altre erano nel porto, che è fra l'isola, e 
terra ferma. E da levante avevano fatto un ponte, che ser- 
rava la entrata nel porto , nel mezzo del quale vi era un 
grosso bastione , e nel capo di esso sopra l'isola, dove è 
la città, avevano fatta una forte torre di muro, ne avevano 
lasciato altra entrata, se non quanto potesse per essa passar 
una galera. Dalla parte verso ponente erano state fatte 
grosse muraglie sotto acqua , che serravano essa entrata, 
di modo che non potevano passare se non barchette. E 
mentre Veneziani stanano dalia parte di verso ponente, le 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 37 

galere genovesi entrarono per quella di levante con la vit- 
timila, che portata avevano di Puglia, che non se gli potè 
vietare essa entrata. Per lo che mosso il Pisani, divise 
T armata in due parti, mettendone una per bocca, e assai 
gente all'incontro della città in terra ferma ; e dopo molte 
battaglie di poco momento , egli ne diede una generale ; 
magli convenne ritirarsi con molto suo danno, perchè 
quelli di dentro combattevano con molto loro avvantaggio. 
E alfine mancate le vittuarie convennero li Veneziani le- 
varsi, e andarono sopra il porto di Zara, ove stando l'ar- 
mata , il Pisani mandò dieci galere a dimandar agli Arbe- 
sani, che gli dessero la terra, i quali dubitando di non po- 
tergli resistere, se gli resero. E data la nuova a Venezia, 
se gli mandò per rettore con molta gente d' armi, e molti 
balestrieri, Franceschino Gontarini. 

Avendo inteso la signoria di Venezia, che il suo capitano 
era partito da Traù per mancamento di vittuarie, armò quat- 
tro galere grosse, e le cargo di mangani, bombarde, e altri 
istromenti da guerra, e insieme di gran quantità di vittuaria 
con quattro patroni di popolo, e le mandò a Zara con ordine 
di ritrovarsi a Traù; e così ritornò, e trovò che Geno- 
vesi s'erano fortificati più che prima, ed insieme provve- 
duti di vittuarie; dove essendo più giorni stato in ordine, 
ne potendogli nuocere, si partì per mancamento di pane, 
e ridottosi a Pola, e richiedendo di tornar a Venezia con 
Tarmata, per ritornar poi a queir impresa, la signoria non 
volle acconsentire ; e perchè quelli, che eran siili' armata, 
pativano molto di fame e di freddo, molti si partirono, e 
assai ne morirono. E tutte le predette spedizioni furon fatte 
fin al gennaro 1378, avvertendo, che Veneziani cominciano 
Tanno di marzo. 

Essendo mancata in Venezia la vittuaria, la signoria pre- 
detta mandò in Puglia molte navi, e galere grosse per ca- 



38 GUERRA DI CH10GGIA 

ricar frumenti, accompagnate dal Pisani coll'armata, se beri 
maJ in punto. E essi navigli ritornarono carichi a Venezia 
di quanto desideravano. E fu rimessa V armata, che per 
molto patire era tutta conquassata, di modo cne non aveva 
uomini per più, che per quattordici galere: onde quelle che 
non si potevano mantenere, furono mandate a Venezia: il che 
vedutosi dalla signoria, furono armate altre undici galere, le 
quali furono mandate al Pisani con assai navi , e cocche 
per aver degli altri frumenti in Puglia, con ordine che 
detto Pisani le accompagnasse ; e fu mandata anco una 
nave carica di remi, e di ferramenta in Gandia per uso 
delle galere, che quivi si armavano. Partito il Pisani col- 
Parmata, e coi navigli sopraddetti dall' Istria per Puglia, fu 
assaltato da una grandissima fortuna, per la quale la cocca 
carica di remi, e una delle navi, scorsero in Ancona, ove 
giunte poi dodici galere genovesi, e assicurati i Veneziani da 
gli Anconitani, non scaricarono le robe, che sopra quelle 
erano. E giunti Genovesi in terra, rinfrescatisi, giunsero 
correndo al muro del porto, e lo presero insieme con la 
torre, che lo guarda, perchè non erano guardati ; e poi 
presero esse due navi con un' altra veneziana, che era 
giunta innanzi carica di cotoni ; e tratte dal porto, riten- 
nero questa, e le altre saccheggiarono, e poi bruciarono ; 
e per timore gli Anconitani non vollero, che Veneziani che 
eran corsi su la muraglia della città, facessero difesa con 
le balestre, che aveano. E questo fatto avvenne a 5 di 
marzo 1379 e perciò per Y avvenire, Veneziani, mentre 
durò la guerra, non vollero mai più bene agli Anconitani. 
Intanto il Pisani andò con gli altri navigli in Puglia, ove 
caricati i frumenti, di ritorno scoperse quindeci galere de' 
Genovesi, che venivano per ritrovarlo ; e azzuffatisi insieme 
combatterono per buon pezzo con bombarde, e balestre ; 
ma vedendo Genovesi non potergli far offesa per essere 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 39 

ancor essi ben armati, si partirono verso Zara, non po- 
tendo lui seguirgli, perchè i suoi navigli erano carichi; e 
così egli ritornò a Pola con 1' armata e mandò le navi a 
Venezia. 

Ma è da sapere, che mentre il Pisani fece il viaggio di 
Puglia per caricar di frumenti, Veneziani armarono cinque 
galere, facendo capitano d' esse Carlo Zeno, e gli diedero 
ordine, che egli andasse nella riviera di Genova per far 
danni a quella Republica : e così egli vi andò, e fece danni 
grandissimi secondo gli era stato ordinato. Le altre cose, 
che egli fece, yedile di sotto Luciano Boria, che era stato 
fatto generale dell'armala de' Genovesi, non pigro, ne tardo 
con ventidue galere molto bene armate, e ben in punto, e con 
cocche sei cariche di munizioni, e Vittuarie venne anch'egli 
nel golfo di Venezia, alla difesa del quale vi stava Vettore 
Pisani con ventiquattro galere, e navi otto; e mentre l'uno 
cercava di tenersi avvantaggiato dall'altro, il Doria scorseg- 
giando il golfo, fece molti danni : e passato nell'Istria prese 
Rovigno, e poi diede l'assalto a Grado, e a Gaorle, e s'im- 
padronì medesimamente di questi luoghi, e li saccheggiò, 
e abbruciò, e con molti prigioni si partì con l'armata. Onde 
inteso questo, la Signoria di Venezia mandò in Istria mille 
fanti, e duecento cavalli d'uomini d' arme, i quali assal- 
tarono il Patriarca d' Aquileja nel Friuli, e lo ruppero, e 
vinsero, facendo molta uccisione, e molti prigioni. 

I Genovesi, avendo presele sopraddette terre, e navigando 
pel golfo, trovarono tre navi veneziane cariche di frumenti 
che venivano a Venezia con sei galere per scorta sotto Ni- 
colò Delfino, e dopo lunga battaglia presero tutti essi le- 
gni, i quali furono mandati a discaricare a Zara, e ivi im 
prigionati gli uomini di essi. 
Cermison da Parma capitano della fanteria del signor di 

Padova essendo in Oriago, assaltò con molti suoi fanti la. 



40 GUERRA DI CHIOGGIA 

bastia del Moranzano, e dopo lunga battaglia la pres' 
vi lasciò dentro al presidio Massolo da Parma. 

La torre delle Bebé assalita da' Padovani sotto il go- 
verno di Pietro Cortuso, fu presa insieme con molti Vene- 
ziani, che la guardavano, i quali furono condotti a Padova 
e la torre fu lasci ita con buona guardia. 

Genovesi diedero avviso al Signor di Padova della vitto- 
ria avuta contro Veneziani in Istria appresso Pola, scriven- 
dogli, che partiti da Zara con ventidue galere per seguitarli 
nel golfo, dove navigavano ritornando di Puglia con frumen- 
ti, avendo un'armata di ventiquattro galere, li ritrovarono vi- 
cini a Pola, scoperti da due galere mandate innanzi, le quali 
seguitate da ventidue galere de' Veneziani,, si allontanarono 
dalla riva tre miglia, poi rivoltate le prue, si attaccarono in 
battaglia per ispazio d' un' ora e mezza, e che restati supe- 
riori ne presero quindici e sette fuggirono insieme col Pisani 
capitano. E che vi erano arsi li tre carichi di carni salate, 
e da seicento mine di frumento, e che ne morirono assai da 
una parte, e 1' altra, ma molto più de' Veneziani ; (*) e che 
andati poi a Pola per prendere il resto de gli arsili, gli tro- 
varono appresso la mura ; ma che presero un' altra galera 
che era ivi ad un' isola, e di h partiti andarono a Zara ; 
e che in essa battaglia furono presi ventiquattro nobili Ve- 
neziani, ma che era morto Luciano Doria, loro capitano ge- 
nerale, in luogo del quale avevano latto generale Ambrogio 
Doria; e che giunti a Zara avevano fatto decapitare ottocento 
soldati stipendiarj de' Veneziani che erano di quelli, che in 
quella giornata avevano preso. La qual nova intesa il Signore 
di Padova allegro fece far processioni, e grandissime feste. 

(•) Nel margine del manoscritto si legge: Sopracomiti Veneti 
presi alla battaglia di Pola : Marin Capello, JXicolòSoranzo, Perazzo 
Melipiero, Donato Zeno, Giovan Michele, Dona Vileriso, Giovan Vi 
(Jori, Donato Donati, Pietro Zeno, Pietro David. 



TUA VENEZIANI E GENOVESI 41 

Vettor Pisani tornato a Venezia con sei galere di conserva, 
si presentò con li sopracomiti alla Signoria, cercando di far 
sua scusa del danno avuto, la qual non gli valse, perchè 
furono tutti imprigionati, e il Pisani fu confinato un anno 
in prigione, e condannato in molti danari ; ed è vero, che 
egli era molto invidiato dai gentiluomini, perchè tutto il 
popolo, e i marinari lo amavano, e del suo danno ne ri- 
cevevano dispiacerò. Avuta dunque la rotta soprascritta Ve- 
neziani di nuovo armarono sei galere ben all' ordine, le 
quali si partirono alli 10 di giugno per andare a danneg- 
giare i suoi nemici; e ritrovato Carlo Zeno con lui si ac- 
compagnarono. 

Genovesi, dopo che furono giunti a Zara, armarono al- 
quante galere di quelle che avevano preso, e si aggiunsero 
delle altre da Genova, tanto che messero all'ordine una bella 
armata di quarantotto galere, e gala delle quattro, molto ben 
armate. E di queste si partirono galere sedici le quali giunsero 
in Istria,, e presero Rovigno, che da' Veneziani era stato 
ricuperato, qual si rese, e così Grado, e Gaorle. E li di là 
partiti seguirono una cocca, che veniva di Soria carica di 
cotoni , aggiungendola appresso il porto di Malamocco, 
dove fuggito il patrone in terra con tutti i suoi uomini, si 
salvarono, e la nave fu saccheggiata e poi arsa, e questo fu 
fatto da tre solamente delle galere sopraddette, essendo il po- 
polo di Venezia in gran numero sopra il lido a questo spetta- 
colo, il qual non fece alcuna difesa, se ben poteva darle aiuto 
assai con le barche armate. E questa fu la maggior ver- 
gogna, che potessero aver Veneziani, vedendo questo fatto 
su gli occhi. E così costeggiando essa armata del Lido, 
giunse a Palestrina, che da gli abitatori se gli diede, ove 
tolto quel poco che trovarono, arsero il luogo ; e il mede- 
simo fecero di Chioggia piccola, la gente della quale si era 
salvata nella grande. E di questa usciti assai soldati, fu- 



ìi fiutami )>i '.imo. 

rono alle mani co' Genovesi, e dipoi Fatta una gran b 
glia furono rotti, che se Genovesi ai come 

stava Cbioggia, l'avertano facilmente presa. Ma partiti «li li 
andarono in Ancona, e di li passando il ^ tifo au 
Zara, strascinando pur aequa le bandiere tolte 

al Pisani. 

La Signoria di Venezia, vedendo i gran danni falli pei 
Genovesi, e intendendo, quanto I mia Pannata 

loro, e insieme anco conoscendo di non poter fare armata 
atta ad incontrargli, per esser fu ere con l 

Zeno loro capitano, deliberarono di difendere alinea 
porto di Venezia. E così messero al presidio di quel! i 
deo Giustiniano con quindici galere, se ben non ne armarono 
se non sei, perchè egli era mal voluto dal p .puh), e anco 
perla mala s odi sfazione , che esso popolo aveva per la 
prigionia del Pisani. E per meglio difendere esso p irto 
cero due bastioni mollo grossi di legname, uno per lato, 
con balestrieri e bombarde in gran quanti là con una 
tona, che serrava il porto da un bastion all' altro fatto di 
grossi sandoni di legname massicci, che stavano al paro 
T uno dell' altro, con tre grosse catene di feri te di 

rincontro di essi sandoni ; e ciascuno sandone aveva due 
grossissime ancore, una per capo, acciò stessero fermi con- 
tro il corso dell' acqua, e ognuno di essi aveva grossissimi 
spontoni sopra 1' acqua fatti di ferro. E sopra essa catena 
furono messe tre cocche, delle maggiori che fossero, in bat- 
taglia, tutte incorade, e grandizade per difesa di fuoco, e 
di bombarde, ben in punto con bombarde, e balestrieri, 
quanti faceva bisogno in tal occasione. 

E per maggior sicurezza fecero far essi Veneziani un 
gran fosso sopra il lido appresso la chiesa di S. Nicolò con 
un gran palancado, e molli belfredi per serrar la fossa, con 
molte bombarde, e vi posero gran gente alla guardia. E 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 43 

in oltre fecero una gran bastia a Malamocco, e quella for- 
nirono di molta gente d' arme, e balestrieri veneziani, fa- 
cendo generale di tutte queste genti Giacomo de' Cavalli 
veronese, uomo savio, e prudente, e ben perito delle cose 
pertenenti alla guerra. Al traverso del porto, messero due 
cocche in battaglia ben fornite d' artiglierie, acciò che le 
galere non entrassero a danneggiare Poveglia, e Malamocco, 
ne venissero con navigli verso la città. E oltra le dette sei 
galere ne erano assai altre alla riva di S. Marco fornite di 
remi, munizioni, biscotti, e altre vittuarie per molti giorni 
sì che potessero sodisfar ad ogni bisogno. 

Mentre durava la guerra da mare, e che si facevano que- 
sti apparecchi, continuava anco quella da terra nel Tri- 
visano ; e il signore di Padova dopo molte battaglie alli 17 
di giugno ebbe il castello di Romano, salvo lo avere, e le 
persone , e messo esso castello in buona guardia Gerardo 
da Monteloro suo capitano parti con V esercito, e andò a 
Novale, né potendo averlo per esser ben munito di genti 
e arme, dopo alcuni giorni andò a Padova facendo allog- 
giar gli Ungheri, che con lui erano, nelli castelli propinqui 
del Padovano. 

Genovesi intese le cose prospere de' suoi, e desiderando 
d' impadronirsi di Venezia, armarono altre galere e navi, 
e fecero nuovo capitano Pietro Doria uomo coraggioso, e 
ben intendente delle cose del mare, a cui diedero larghis- 
sima commissione di far quanto egli poteva, e sapeva per 
acquistar Venezia, aggiùngendogli, che so egli la pigliava, 
la dovesse saccheggiare, e far prigioni quanti gentiluomini 
poteva, e tutti mandargli a Genova, salvo, se per lo si- 
gnóre di Padova non si fosse fatta altra deliberazione, al 
cui volere ordinarono si dovesse obbedire, se ben avesse 
ordinato, che fossero tutti decollati in mare. Avuta la com- 
missione, e montato in galera, seguitò il suo viaggio con 



44 GUERRA DI GHIOG 

tutta P armata, e giunto in Istria, fu visitato dal Patriarca 
d* Aquileia, che gli donò quello tre terre, che avevano | 
Genovesi, e insieme Humago ; e posti tra loro alcuni ordini. 
partì esso capitano e arido a trovar V altra ai mata, e con 
quella congiunto, Ambrogio boria gli rinunziò L'ufficio del 
generalato, e restò consigliere con altri, che erano sull'ar- 
mata, e fatta la mostra di tutte le galere, ritrovò avere l'ar- 
mata inl'rascritta,, cioè galere ben armate, e fornite di tutto 
punto numero ottantaquattro, garcusi,e arsili con altri navi- 
gli che le seguivano numero centotredici, navi grosse armate 
da battaglia numero tredici. Onde veduto e.^so capitano aver 
così potente, e grossa armata, n'ebbe grande allegrezza, e cir- 
condandola tutta con la sua capitana, confortava tutti a se- 
guir la vittoria Onde ad una voce cominciarono gridare: a 
Venezia, a Venezia; e viva S. Giorgio; dicendo al capitano 
esser pronti a seguir 1' impresa. Veneziani, inteso il grande 
apparecchio fatto per Genovesi, e la loro deliberazione, sta- 
vano in grandissimi travagli ; e fatte processioni, e ora- 
zioni, si dierono a prò vedere a quanto loro faceva bisogno. 
E primieramente fecero andar sopra il lido tutti quelli, che 
erano atti a portar arme, e mandarono Nicolò da Gallicano 
con mille fanti alla guardia di Chioza; e questo fu nel fine 
di giugno. Genovesi ali' incontro proibivano, che non an- 
dassero vittuarie a Venezia, e inteso, che due navi, e al- 
quante galere partite di Puglia con vittuarie e genti d'arme 
andavano a Venezia, Ambrogio Doria con undici galere, e 
due navi, andò ad incontrarle ; e tutte le prese dopo lunga 
battaglia : il che successe alli 23 giugno, e le discaricò in 
Istria ove messe i prigioni, e mandò i legni a Zara per po- 
tergli armare, quando facesse bisogno. 

Il signore di Padova aveva avuto lettere da' Genovesi, 
che gli scrivevano, come eglino erano appresso Venezia, e 
che fariano ogni potere per entrarvi dentro; ma prima vo- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 45 

levano acquistar Cnioza ; e però che egli si preparasse per 
soccorrergli di gente, e di vittuarie ; ond' egli alli 19 -lu- 
glio foce la mostra di cento ganzaruoli ben armati, e diede 
loro per capitano Raffaello de* Ravisini da Genova ; poi fece 
la mostra di duecento barche grosse di trenta carra l'ima per 
portar la munizione, e la vittuaria. E messo il tutto in punto 
essa armata partì alli 2 d' agosto pel fiume vecchio; e la 
sera giunse a Gastelcaro ; alla venuta della quale volendo 
contrapporsi Pietro Emo podestà di Chioza, fece menare un 
naviglio grande nel fiume vecchio di sopra dalla torre dei 
Lazzi verso Gastelcaro, e lo caricò di pietre tanto che lo 
fece affondare attraverso del fiume, di modo che niun na- 
viglio poteva passare. Aspettando dunque il detto signore 
di Padova d' intendere da' Genovesi quello, che egli aveva 
a fare, alli 6 di detto mese ebbe lettere, che erano giunti 
su i porti di Chioza, e che volevano combatterla, avvisan- 
dolo, che dalla parte sua stesse apparecchiato. Onde poco 
dopo con molta gente si partì ; e giunto ove la sua armata 
era impedita per causa del naviglio sopraddetto si dispose 
di rimediarvi, perchè da i guastatori, eh' egli aveva, fece 
tagliar su li arzeri i legnami, che lo impedivano ; e spia- 
nata la riva eguale al pelo dell' acqua, fece a forza d' uo- 
mini con corde sopra ragoli tirar tutti i cento ganzaruoli 
di sotto, dove era esso naviglio affondato, e li tornò nel 
fiume, e gli armò tenendogli in guardia, finche fece far una 
fossa larga passi trenta, e lunga mezzo miglio, entro la 
quale messa 1' acqua del detto fiume per essa fossa fin di 
sotto dal naviglio condusse tutti i suoi legni, e barche. E 
tutte queste cose le fece dall' ora di terza, che egli giunse 
del giorno 6 di detto mese fin per tutto il giorno seguente. 
11 che avendo eseguito con sua gran laude, e messa all'or- 
dine l' armata, il capitano seguì il suo viaggio, e giunto a 
i lazzi, per forza di battaglia gli ottenne, e li bruciò, e par- 



46 GUERRA DI CHIOGGIA 

tito di lì, venne giù a seconda d' acqua, e agli 8 giunse 
all' armata genovese , dove fu da Pietro Doria lietamente 
raccolto ; e commendata molto essa armata e sopra tutto 
la grande quantità di vittuaria, che d'ora in ora gli aggiun- 
geva, li promise di esser sempre pronto a dargli ogni aiuto 
e gli mandò anch' egli da Padova molta vittuaria, che gli 
fu di gran giovamento. E è da sapere, che Veneziani con- 
siderando, che il naviglio affondato nel fiume non bastava 
a proibire il transito dell' armata carrarese, mandarono 
Giovanni Soriano, capitano di molte barche armate, ad in- 
contrarla: e stato al passo fin alla notte per non patire 
andò ad alloggiar la notte a Chioza; ma quella notte i gan- 
zandoli passarono, e il giorno seguente Padovani fecero una 
gran bastia alla bocca del fiume, per aver la entrata e la 
uscita a lor piacere; e per quella via il signore di Padova 
forniva Genovesi di quanto lor faceva bisogno. Udito ciò 
la Signoria di Venezia si fece mandar legato in una barca 
il Soriano, e lo condannò in prigione per un anno, e gli 
fece pagar molti danari ; e per quanto Genovesi stettero 
sotto Chioza, non cessarono mai dì andare, e venire oc- 
cultamente di notte molte barchette su e giù da Chioza a 
Venezia, e da Venezia a Chioza per molti canaletti, che 
erano verso il castello delle Saline, portando lettere e av- 
visi. E si ha da sapere, che quando Veneziani serrarono i 
predetti loro porti, fecero serrare anco il porto di Chioza 
facendo fare un grosso bastion su la Stella appresso il ca- 
nale, che va alla città, con una grossa cocca in mezzo al 
canale per mezzo esso bastione ben imbattagliata, e vestita 
di gradizzi e cuoi , fornita di bombarde, e balestrieri, con 
grosse palade davanti essa cocca attraverso il canale, onde 
esso era assai forte; e di continuo si bombardavano le ga- 
lere genovesi con essa cocca e bastione; e Chioza era ben 
fornita di soldati e balestrieri veneziani con gran quantità 
di^palischermi e battelli armati. 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 47 

Vedendo Genovesi non poter battere la cocca, e il ba- 
stione, se non davanti, deliberarono di trovar modo di bat- 
terla da dietro con lo accostarsi alla città più di quello, 
che erano. E così condussero dodici ganzaruoli fuori del porto 
di Cbioza per mezzo Chioza piccola, e gran quantità di 
burchi, dove era lo sforzo della gente del signore di Pa- 
dova. E quelli fecero traghettar dal bastione del Nasaruolo 
fin sui lido di Chioza piccola ; e messe tutte le genti d'ar- 
me in terra, così fermarono il loro campo in Chioza pic- 
cola. E messo in ordine l'esercito così delle genti genovesi, 
come delle carraresi, per tuorre in terra essi dodici Gan- 
zaruoli, Analmente li traghettarono a forza d'alcuni inge- 
gni, e machine oltre il lido, e Motteselle di Chioza piccola 
e li condussero fino al Canal Maestro del porto di Chioza, 
dove era la detta cocca, e bastione , cargadi di bombarde 
e balestrieri, con grandissimi gridi. E così tragheltati essi 
ganzaruoli, furono di grandissimo impazzo alla detta cocca 
e bastione ; e in quel giorno medesimo furono levadi per 
quelli di Padova duoi mangani sul lido di Chioza piccola, 
e molte bombarde, con li quali istrumenti tiravano per co- 
sta di essa cocca ; e davanti vi erano le galere de' Geno- 
vesi, e fra le altre due galere grosse, che avevano per in- 
nanzi prese a' Veneziani, e le avevano investite di cuoi, e 
gradizzi. E così anco con le galere sottili di continuo ti- 
ravano, e bombardavano la cocca, ed erano assai uomini 
in terra, che per forza tiravano le due galere grosse verso 
la cocca e palischermi ; e dopo lunga battaglia Veneziani 
furono astretti e sforzati ad abbandonar la cocca, nella 
qual messero fuoco, e 1' arsero, ritirandosi poi a S. Dome- 
nico, dove si fecero forti ; e subito armarono ti e marani con 
bombarde, e balestrieri, e palade in acqua. E le due galere 
grosse con altre galere de' Genovesi passarono oltre, ove 
era la cocca, e il bastione. E fuori del porto tenevano dieci 



48 •■! uuiA DI CBIOGOIA 

galere alla guard che Veneziani con le sue di * 

Venezia non venissero a ! irli. 

il campo da terra d 1 signore di Padova con gran i 
de' Genovesi alli il cominciarono a combattere il capo del 
ponte verso Chioza piccola, e dopo lunga battaglia i sol- 
dati veneziani si messero in fuga, onde | ttero ilcapo 
del ponte, il quale era con un ponte levad »re, e con un 
grosso bilfredo, che in preso da' Padovani, che erano sotto 
la condotta del Monteloro, e da quelli del Patriarca - 
Giacomazzo da Porciglia ; ed erano queste genti, insieme 
quelle delle galere ventiquattro mila. Quelli di Chioza riti- 
rati nel mezzo del ponte 8 irti con un grosso bei- 
forte, e con un ponte levadore, il quai ponte era lungo un 
quarto di miglio, e dal capo verso Chi ade aveva un 
forte bastione appresso S. Domenico con una fossa Ti' in- 
torno, e suo ponte levadore. E alla guardia di Chioza tra 
forestieri e Veneziani, e tra cavalli e fanti, vi erano tremila 
cinquecento persone. Capitano Baldo Galuzzi , e capitani 
minori erano Nicolò da Gallicano , Becco da Pisa, Nicolò 
d' Arsiero, podestà Pietro Emo, e proveditori Nicoletto 
Contarmi e Giovanni Mocenigo. 

Alli 13 Pietro Doria avendo deliberato di dare un altro 
assalto a Chioza, mandò otto galere e cinquanta ganza- 
ruoli con una navetta a combattere il primo ponte della 
bastia fatta a Chioza; e con più danno di quelli di fuori 
che di quelli de' Veneziani, fu lungamente combattuto. Al 
fine prevalendo quelli di fuori, presero un ponte e l'abbru- 
ciarono, e un bastione fatto dal lato di fuori di Chioza. E 
avellano ottenuto del tutto la vittoria , se non fossero so- 
praggiunte quindici barche armate d' uomini d'arme, che 
vennero da Malamocco per via del castello delle Saline. Onde 
veduto il soccorso, quelli di fuori si ritrassero ai suoi luo- 
ghi, e il giorno seguente il Doria scrisse al signore di Pa- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 49 

dova, che alli 16 egli voleva di nuovo combattere Chioza, 
e che egli fosse dal canto suo pronto a far quanto occor- 
reva in questa impresa. Il quale, messo all'ordine il suo 
esercito, stava apparecchiato per fare il debito suo; e dati 
quegli ordini, che gli parvero necessari in questa occasione 
al capitano generale, e agli altri capitani, li fece traghet- 
tare sul lido di Ghioza piccola, e gli uomini d'arme senza 
cavalli con li saccomanni, che glieli menavano dietro, anda- 
rono a Castelcaro,, e ivi furono alloggiati. E Pietro Doria 
veduto il campo carrarese ben all'ordine, laudò quanto il 
signore di Padova aveva operato; e fatto il suo consiglio 
con gli altri capitani di quanto il seguente giorno si doveva 
fare, si partì. 

Venuto il giorno seguente, che fu alli 16, messa all' or- 
dine la sua armata, il Doria mandò le cocche, e gli arsili 
verso la bastia di Chioggia, con ordine, che le dessero la bat- 
taglia, e fece andar parte delle galere verso Ghioza grande, 
dove era lo sforzo de' Veneziani, acciocché con loro si at- 
taccassero alla zuffa, tirando le bombarde e le balestre. Poi 
mandò tutti i ganzaruoli de' Padovani con alcune galere 
genovesi, a vietare che 1' armata veneziana non venisse a 
soccorrere la bastia. E nel campo Gerardo da Monteloro 
fece tre battaglie ; la prima tolse per lui con due mila uo- 
mini d'arme. La seconda fu guidata da Arcoano Buzzaca- 
rino con due mila e cinquecento uomini d'arme. La terza 
fu di tutta la fanteria forestiera di tre mila uomini ben ar- 
mati sotto il governo diCermison da Parma, e di Giovanni 
da S. Orso. Cominciata dunque la battaglia alla bastia, e 
combattendo ambo le parti valorosamente con spessi tiri 
di bombarde e di saettamenti, Padovani assaltarono 1 ponte 
insieme co' Genovesi, ne potendolo conquistare per la gagliar- 
da difesa de' Veneziani, fecero proclamare, e promessero pre- 
mio di ducati centocinquanta a chi avesse bastato l'animo di 

4 



&0 GUERRA DI GHtOCKHA 

abbruciare esso ponte. Onde on 
barca carica di frasche, e canne , e di p< 
renne sotto esso p >n 

minciò il fumo, cbe da quel! Eattamente a tra- 

vagliar quelli, cbe ne erano alla di 
bandonarlo, e fu dentro in Cbioza. intanto coll'ar- 

mata si combatteva La bastia con morte dimoiti d'ambe le 
parti; e vedendo quelli, cbe La difendevano, fuggir la gente 
dal punte temendo aurora Loro i issi, si messeroin 

fuga, dubitando di non i | nel basti ; 

dutu da quelli di fuori, si messere subito itarli, e li 

spinsero lin dentro di Cbioza <<>ii gran ulto, 

entrandovi ancora loro, poiché quelli <ii Lio .za non : 
rono mai Levare il ponte, i. e isl entrati, ribatterono \ 
ziani fili su la piazza di 5 mico, menando a fil di 

spada quanti Veneziani, e Cbiozzotti se gli oppoi Onde 

quelli della terra, non potendo più li, bì di< 

alla fuga con quo 1 piccioli navigli, eh , i in diverse 

parti, ne rimasero altri in chi >za che cinquanta o poco più 
persone, le quali Lungamente, insieme col p »: man- 

tennero alla difesa sopra il ponte di Vi. >, Ma linalrn 
essendo anch' essi rotti, e fugati, il podes 
dal generale de' Padovani ; e così furono presi anco gli al- 
tri, che con lui erano. E così presa Cbioza, furono nella 
piazza drizzate e poste l'insegne genovesi ; sopra il palazzo 
quelle del signore di Padova, e sopra una torre quelle del 
re d'Ungheria; e la città fu messa a saccomanno, usando 
i Genovesi gran crudeltà. Furono delle genti veneziane, tra 
di essi veneziani, e de' forestieri, morti circa ottocento ses- 
santa. Prigioni circa tremila ottocento, tra' quali vi fu Pietro 
Emo podestà, Tadeo Giustiniano, capitano delle genti d'ar- 
mi, Nicoletta Contarmi, capitano della bastia, Nicolò Lore- 
flano, ammiraglio ; e patrono dei ganzaruoli ; Nicolò da 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 

Gallicano, Baldo Galucci bolognese, Becco da Pisà> e altri 
capitani. Le donno e putti, che s' erano salvati nelle chiese, 
furono lasciati salvi in Ghioza. 

Francesco da Carrara signore di Padova avvisato dal 
Doria del successo , tutto allegro per questa vittoria, con 
gran quantità de'suoi partì da Castelcaro, e venne a Cbioza, 
dove giunto che fu, Genovesi cominciarono a gridare : Carro, 
Carro, Osanna, et Benedictus, qui venit, ecc., e lo portarono 
sopra le spalle fino in piazza. E Pietro Doria secondo la 
sua promessa gli donò la città, e di essa lo fece signore, il 
quale in segno dell'allegrezza avuta, fece diversi cavalieri; 
e di questa vittoria diede avviso al re d' Ungheria, e agli 
altri confederati ; e fattisi presentar tutti li prigioni, liberò 
quelli di Ghioza, facendoli giurare a lui fedeltà, e li rimesse 
nelle case loro : il che li fu loro di sommo contento. 

Intesa la nuova della vittoria in Padova, si fecero gran 
solennità, e processioni, sperando tutti, che con questo 
mezzo si potesse venire alla pace, la quale più che ogni al- 
tra cosa desideravano. In Venezia per lo contrario vi era 
gran tabulazione , e di continuo si facevano orazioni. E 
dubitando il popolo dell'ultima sua mina, corsero al pa- 
lazzo ; e piangendo pregarono il principe, e la Signoria, che 
rimediasse a questa mala fortuna, e eercasse di aver pace 
col signore di Padova, rendendogli il suo, e procurando di 
averlo per buon amico; e così ogni giorno sollecitavano 
per questa pace da loro tanto desiderata. Ma il principe An- 
drea Contarmi con allegra faccia li confortò , esortandogli 
a star di buon animo, che la Signoria al tutto voleva cer- 
car la pace; e perciò diede loro animo, che andassero tutti 
al lido, acciò non seguisse maggior danno ; e cosi acque- 
tati gli animi, se n'andarono. E dipoi nel consiglio si de- 
liberò di mandar tre ambasciatori a Chioza al signore di 
Padova per ottener da lui la pace in ogni modo. I quali 



UH GUERRA DI CHIOGGIA 

furono Pietro Giustiniano procuratore, Nicolò Moresini pro- 
curatore, e Giacomo di Priuli. Questi, avendo avuto il sal- 
vocondotto dal Carrarese, giunsero a Cliioza, e menarono 
con loro sette genovesi, che erano lor prigioni per presen- 
tarli a Pietro Doria, acciò devenisse loro benevolo, e accon- 
sentisse alla pace; e così introdotti davanti esso signore di 
Padova e del detto Doria, il Giustiniano fece un' ornatissima 
orazione dimostrando loro, che si doveriano contentar della 
vittoria avuta, che saria loro di gloria e beneficio, usan- 
dola con moderanza. E mostrando, che la pace saria stata 
utile a tutta la lega , rimanendo con vittoria , presentò un 
foglio bianco , dicendo per nome della sua Signoria , che 
scrivessero quel, che volessero , purché Venezia restasse 
con la sua franchezza ; e che si gettavano nelle braccia 
loro. Intesa questa ambasciata, il signore di Padova con- 
sigliava, che si facesse la pace ; ma Genovesi non vollero 
acconsentire, dicendo con animo altiero , che volevano al 
tutto soggiogar Venezia ; onde il Carrarese se ne tacque, e 
si rimesse alla loro volontà contra sua voglia, e lasciò, che 
il Doria desse la risposta agli ambasciatori, il quale così 
disse: Alla fé di Dio, signori Veneziani, non averete mai 
pace dal signore di Padova, né dal nostro commuae di Ge- 
nova, se primieramente non mettemo le briglie a quelli vo- 
stri cavalli sfrenati, che sono su la reza del vostro evan- 
gelista S. Marco. Infrenati che gli avremo, vi faremo stare 
in buona pace. E questa è la intenzione nostra, e del no- 
stro commune. Questi miei fratelli genovesi, che avete me- 
nati con voi per donarci, non li voglio ; rimenatevegli in- 
dietro, perchè io intendo da qui a pochi giorni venirgli a 
riscuoter dalle vostre prigioni, e loro, e degli altri. Avuta 
tale risposta partirono gli ambasciatori coi sette prigioni ge- 
novesi ; e giunti a Venezia narrarono tutto il successo della 
loro ambasceria ; e la Signoria rimase in grande affanno, 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 53 

e così il popolo, il quale come disperato si diede a far 
buona guardia al Lido. 

Genovesi si dolsero coi lor capi, che il signore di Padova 
aveva avuta tutta la roba di Chioza senza participar con 
loro. Onde Pietro Doria se ne dolse ancor lui con esso si- 
gnore e dimandò in ricompensa di ciò, che gli fossero dati 
ducati trecento mila per dare alla sua armata, e che facesse 
restituir loro quella roba. E iscusandosi lai con dire, che quel 
che aveva tolto, lo aveva acquistato giustamente, e da buona 
guerra, e quel, che aveva avuto per innanzi Genovesi, non 
gli veniva posto in difficoltà, e non voleva in ciò far pre- 
giudizio a' suoi soldati, e cittadini; ma che il suo egli po- 
teva donare, ed era contento di mettersi in giudizio per pa- 
rere di tutti; non essendo seguito altro, navigò Y armata 
verso Venezia, la qual era di galere ventidue e ganzaruoli 
quaranta padovani ; e assaltarono il Lido, ove furono alle 
mani coi Veneziani nel dismontare; ma non poterono per 
la gagliarda resistenza de' Veneziani ; e ne restarono in 
quella occasione molti feriti di essa armata; e questo fu 
alli 24 d'agosto. 

Nel detto giorno sette galere con ganzaruoli, palischermi, 
e barche armate , assaltarono il castello di Loredo , e lo 
ebbero con poca battaglia; e andarono poi a combatterla 
torre delle Bebé, e con poca fatica la ebbero ; onde quelli 
della Torre nuova , che erano in mezzo , una mattina vi 
messero il fuoco dentro, e si ridussero a Cavarzcre, che 
era de' Veneziani, e confinava col Padovano , e col Ferra- 
rese, ed era gran fortezza , e ben munita. E conoscendo il 
signor di Padova, di che importanza era, si"deliberò d'ac- 
quistarla; e mandati tutti i suoi soldati, le messe il campo 
attorno ; e considerando quelli di dentro , che per la per- 
dita dei luoghi sopradetti non potevano essere soccorsi ; 
anzi temendo molto de' suoi nemici , che con cosi buona 



54 GUERRA DI CHIOGGIÀ 

fortuna guerreggiavano, si resero a patti, salvo lo avei 
le persone, vilmente senza punto di battaglia. 

Avendo inteso questo quelli della bastia di Monte Albano 
la bruciarono, riducendosi al Castello delle Saline, il quale 
si mantenne per Veneziani fin a guerra finita, se ben tutte 
le altre loro fortezze da quella parte si presero. Onde da 
quell'ora fin a Ili 22 decembre, Genovesi tennero che né per 
via di Lombardia, nò per via di mare dalle lor galere di- 
ligentemente custodito, mai vi entrò vitluaria , né vi era 
altra via aperta, che quella di Trento, ma montava gran 
prezio. 

Dubitandosi dunque Veneziani di maggior danni de'prirni, 
fecero che Giacomo de'Cavalli lor capitano spianasse la ba- 
stia di Malamocco, riducendo il legname, che vi era, e le 
bombarde della guardia di quel porto verso Venezia , la- 
sciando egli del tutto la custodia di quel luogo ; alla qual 
era posto ; e ciò si fece con gran spavento. 

Veneziani per soddisfare al suo popolo, cavarono di pri- 
gione , e liberarono Vettore Pisani con molti sopracorniti, 
che erano prigioni i quali uscirono alli 19 agosto con gran 
concorso , e molta allegrezza di tutti. Questo gentiluomo 
per far conoscere , che perdonava a tutti , subito si con- 
fessò, e comunicò, e presentatosi al Doge per 1' innocenza 
sua, fu da quelli padri esortato a smenticarsi le ingiurie, e 
ad avere per raccomandata la sua patria cotanto trava- 
gliata, il quale avendogli ringraziati della sua liberazione 
promesse di far quanto ad un buon cittadino si conveniva 
e così fu accompagnato a casa da grandissima quantità di 
popolo. Onde considerando la Signoria V amore, che il po- 
polo gli portava , e riputandolo anco uomo di molto va- 
lore, quel giorno medesimo il crearono capitano sopra il 
lido a S. Nicolò appresso Giacomo de' Cavalli. E trovate 
che le fortezze lì attorno erano mal sicure, ritornò a Ve- 
nezia, e diede informazione alla Signoria del tutto. 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 55 

Quelli di Murano, Mazorbo, e Burano, essendo il Pisani 
ritornato al lido, e credendo, che egli fosse stato fatto ca- 
pitano generale, se gli offersero di armar tre galere e me- 
desimamente fecero quelli del popolo di Venezia, ed egli li 
rimetteva al volere della Signoria. Onde andati i Muranesi 
e gli altri sopraddetti alla Signoria e dimandate tre ga- 
lere, che eglino ve levano armare, e seguire il Pisani, fu 
loro risposto che dovessero andare all' Arsenale, e pigliar 
ganzaruoli, e palischermi, se volevano armare, e poi pre- 
sentarsi a Tadeo Giustiniano capitano da mare. Ma eglino 
inteso questo, non vollero altrimenti, e si partirono mal- 
contenti, dicendo non voler stare sotto il Giustiniano. E 
così anco alcuni principali del popolo andarono dal prin- 
cipe, e gli dissero, che tutto il popolo si doleva, che il Pi- 
sani non era stato fatto capitano da mare. Onde la Signo- 
ria conoscendo il desiderio del suo popolo, a loro soddi- 
sfazione creò esso Pisani capitano da mare de verso Santa 
Marta contra il padovano ; e fu dato loro sei galere, che 
in manco di tre giorni se le armarono alla riva di S. Marco 
e furono aggiunti tutti ganzaruoli, palischermi e barche, 
che erano a quella guarda : di che il popolo ne sentì grande 
allegrezza. E esso Pisani andò a vedere il porto con Gia- 
como de* Cavalli come parte più importante ; e riferito il 
tutto alla Signoria fu deliberato di far queste provisioni. E 
prima, visto che il lido dalla parte di terra verso Mala- 
mocco era mal sicuro con quel palancado, e fosso , il Pi- 
sani col consiglio del Cavalli fece far sopra la marina in 
capo al detto palancado una torre grossissima di muro, 
e dall' altro capo verso S. Antonio un' altra torre simile 
con un ponte levadore, e una saracinesca ; ed essi capi con 
tutti gli altri portarono, chi pietre, chi calcina, chi altra 
materia necessaria; e acciò si spedissero presto, vennero 
fuori tutti i murari di Venezia, e in manco di 4 giorni fu- 



56 GUERRA DI GHIOGGIA 

rono fatte esse Torri, e andavano disfacendo il palancarlo 
facendo in luogo di quello un buon muro grosso con molti 
torresini ; e si sollicitò tal opera, di modo che in quindici 
giorni fu fatto esso muro da una torre all'altra, che traver- 
sava tutto il lido con fosso, e riedefosso molto profondo fuori 
di quel muro. E per lutto il fondo mossero molte tavole 
con chiodi fitti con le punte in suso, acciocché niuno po- 
tesse passar le fosse; e di continuo stette lì a campo grande 
quantità di gente d' arme, e balestrieri veneziani. Provide 
ancora il Pisani in ogni altro luogo, dove faceva bisogno ; 
e fece fare una catena di grosse antenne di legname con 
grosse palate dalla parte dì S. Marta in Canal grande in 
capo la Giudecca, e lì fece fermar quattro cocche fornite 
di bombarde, e balestrieri, con molti ganzaruoli, palischer- 
mi, e barche armate, da quella parte, che guarda verso 
Padova. E fece fare una palata d' intorno Venezia, comin- 
ciando da S. Nicolò di lido da dietro S. Servolo via ve- 
nendo attraverso il canale, che va a Chioza. e per dietro 
la Giudeca fin per mezzo S. Martino di Strà ; e ogni notte 
vi stavano barche a far la guardia, e andavano d'intorno 
via quella palata, acciò non venissero barche de* Genovesi 
e mettessero fuoco in Venezia. 

In questo tempo alcuni veneziani con barchette leggiere 
ben armate andavano verso Chioza. everso il castello delle 
Saline, che era de' Veneziani, e occultandosi in quelle valli 
prendevano molti burchj e barche, che da Padova porta- 
vano vittuarie a Chioza. E continuando in questo, molti 
altri da tal esempio mossi, armarouo delle altre barche, e 
di continuo facevano molta preda: per il che quelli, che 
facevan tal viaggio, restavano, e non veniva più vittuaria 
senza scorta. 

Vedendo il signore di Padova, che Genovesi non si con- 
tentavano di campeggiare il mare, come gli avevano prò 



TRA VENEZIANI É GENOVESI 57 

messo, deliberò di partirsi da Chioza, e lasciarli fare a suo 
modo ; e lasciato in quella città per podestà Ugolino Ghi- 
slieri bolognese e Marsilio de' Costatali, e Giovanni Boi- 
paro per proveditori delle genti d' arme, che erano al pre- 
sidio di essa città, alli 25 agosto partì con Gerardo Monte- 
loro, e tutto il suo campo, e se ne andò a Padova; e messo 
T esercito in ordine, andò verso Treviso, ove giunse alli 
28. E perchè Gerardo era caduto in una grave malattia, e 
aveva rinunziato il generalato, egli sostituì in suo luogo 
Arcuano Buzzacherino, uomo forte, e della milizia ben in- 
tendente , il quale con molta soddisfazione e vigoria ac- 
cettò il carico del generalato. Intanto avendo il re d' Un- 
gheria inteso dal signore di Padova per sue lettere la presa 
di Chioza, fece segni d' allegrezza per tutte le sue terre; e 
desiderando, che si finisse tal guerra con la distruzione dei 
Veneziani mandò Carlo suo nipote con dieci mila Ungheri 
al servizio del Carrarese, il quale a 21 d' agosto giunse sul 
Trivisano, e giunto in campo a Treviso sopraggiunse anco 
Francesco Novello mandato dal padre, che era ammalato 
in Padova, e unitisi insieme, cominciarono a dar diverse 
battaglie alla città ; ma nulla fecero, perchè quelli di den- 
tro facevano miracolosa difesa. 

Intendendo Veneziani la venuta del re Carlo, mandarono 
tre loro ambasciatori, per ottener mediante lui la pace dal 
re e dalla lega. I quali essendo da lui benignamente rac- 
colti, il signor di Padova vi mandò tutti gli ambasciatori 
de' Collegati, che erano appresso di lui, per sapere quel 
che egli voleva fare con essi ambasciatori, i quali erano 
ogni dì a stretto parlamento con lui, e seppero tanto fare, 
e operare, che egli entrò in opinione, che la lega facesse 
la pace. E trattandosi questo negozio, avendo ognuno por- 
tato i lor capitoli di quel che volevano le parti, concludeva 
la lega, che chi ha, si tenga, e si rifacciano i danni a Tre- 



58 GUERRA DI CHIOGGIi 

viso e Trevisano. Alle quali cose tutte la Signoria «n Ve- 
nezia consentiva, ma voleva che Le fosse restituito Chioza, 
Loredo, Cavarzere, e tutte le fortezze, che mettono capo 
nelle acque salse. E mentre si trattavano queste cose di 
consentimento di detto Carlo, essi Veneziani fornirono Tre- 
viso e il Trevisano di tutto quello faceva bisogno cosi di 
genie, come di vettovaglie: il che fu contra la volontà de- 
gli ambasciadorì della lega, e ili Francesco Novello, che 
molto si dolse con lui, e ili ciò scrisse a suo padre , il 
quale inteso ciò, li rescrisse, che dovesse levare il campo 
di li, e ritornale a Padova, e cosi fece. E gli ambasciatori 
della lega furono con lui a male parole 4 , e dissero, die vo- 
levano scrivere al re di quello, che egli senza consentimento 
degli altri aveva operato, e come egli aveva lasciato for- 
nir Treviso di vittuaria, che più non si poteva tenere. Ma 
lui si escusava con loro, che quanto egli aveva fallo, lo 
aveva fatto per il conimi bene di tutti, e che la pace sa- 
ria seguita con soddisfazione di tutti. E intanto gli am- 
basciatori veneziani stavano ai loro alloggiamenti, aspet- 
tando qualche buona risoluzione ; ma quelli della lega ri- 
tornarono a Padova, e conferito il tutto col Carrarese man- 
darono Guglielmo da Corlaro con lettere al re d' Ungheria 
avvisandolo dei modi tenuti per suo nipote Carlo. 

Giunse la nuova a Padova, come Genovesi nella valle 
di Bisagno avevano rotta la compagnia delia Stella gui- 
data da Ettore da Bagaacavallo , e da duoi figliuoli di 
Bernabò Visconti, presi essi capi, e gli altri [ter lo più presi, 
ma il resto morti, che erano tre mila cavalli, e cinque- 
cento fanti veneziani: il che fu ahi 17 settembre. 

Carlo sopraddetto avute lettere dal re suo zio, che lo ri- 
prendeva di quello, che egli aveva operato, licenziò gli 
ambasciatori veneziani, dolendosi di non aver potuto ope- 
rar quanto desideravano ; e così ritornarono a Venezia, e 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 59 

Carlo parti dal Trivisano, riducendosi a Padova alli 5 no- 
vembre, dove stette in molti ragionamenti col signor Car- 
rarese, e coi collegati, che ivi si ritrovavano. 

L* armata genovese e padovana trattanto faceva dura 
guerra alle contrade di Venezia , cioè di fuori delle palate 
predette, onde la città era ridotta in grande estremità di 
fame, essendo serrate tutte le vie, fuor che quella di Fer- 
rara , non avendo il marchese di quella città voluto mai 
inimicarseli, ne mai abbandonarli, se ben era parente del 
signore di Padova. E avendo inteso Genovesi , che molti 
burchj venivano giù per Po a Venezia, carichi di vittuaria, 
mandarono Raffaele Guarnieri di sotto da Torbole, che è 
sopra esso fiume, ove ritrovò due galee veneziane, che vo- 
levano far la scorta a cinquantaquattro burchj, che veni- 
vano di Lombardia carichi di vittuaria , e quelli prese , e 
bruciò le due galere, e menò i burchj a Chioza. 

Genovesi vedendo, che Veneziani si sforzavano di fare, 
che da Padova non venisse loro vittuaria, messero campo 
a Malamocco, che è cinque miglia lontano da Venezia, con 
intenzione di mettergli maggiore assedio, e quivi in pochi 
giorni formarono una bastia ben fornita di genti, e di bom- 
barde, e lì appresso stanziavano con le galere, e con molti 
uomini d'arme; e dipoi si accamparono a Poveglia, ove 
con le bombarde traevano fino al monastero di S. Spi- 
rito ; onde Veneziani per assicurarsi affondarono duoi ma- 
rani nel canale sopra esso monastero, che va a Poveglia, 
e dietro quelli ne messero un altro imbatiagliatocon molti 
balestrieri , e fecero inbaltrescar tutto il detto monastero. 
E lì fu posto Tadeo Giustiniano con cinque galere, e molti 
altri legni minori alla difesa di quel canale; e ogni giorno 
scaramuzzavano le galere d'ambe le parti; ma per gli ma- 
rani affondati una galera non poterà approssimarsi a l'al- 
tra ; e le barchette de' Veneziani facevano gran danno ai 



60 GUERRA DI CHIOGGIA 

Genovesi , perchè andavano sopra le secche , e ogni bar- 
chetta aveva una bombarda in prua , e ferivano le galere 
genovesi in costa; e di continuo ivi era gran battaglia. Ed 
era il campo de' Genovesi copioso di vittuarie , perche ne 
venivano assai da Marano, dal Friuli , da Rimini , da Ra- 
venna e da altri luoghi. 

Trattanto non restavano anco le barche de* Veneziani 
di operare assai contro i suoi nemici, perchè assaltavano 
la vittuaria, che veniva da Padova a Chioza, e si messelo 
a rompere la via, che va da Chioza a Malamocco, ove fa- 
cevano danni assai. Perlochè Genovesi mandarono una 
galea, un ganzaruolo, e un palischermo , a guardare ogni 
giorno, dandosi cambio appresso la cavada, che va a Santa 
Maria di Porto Secco, per assicurare il canale; ma per 
essere il cammino lungo, le barche, o di sotto o di sopra 
essa galera , facevano danno grande a chi portava le vit- 
tuarie; onde Veneziani inteso ciò mandarono l'Ammiraglio 
del Pisani con cinquanta barche per prendere tai legni armati, 
il quale messi in terra alla detta cavada (e fu di notte verso il 
giorno) cinquanta balestrieri, questi andarono per suso essa 
cavada, e parte di loro avevano lanze. E tutto ad un tempo 
quelli da terra , e quelli delle barche li vennero addosso 
alla sprovista dai lati, e in fronte, essendo l'acqua bassa, 
e assaltarono detti legni, sonando altamente con le trombe ; 
e quelli da terra montarono sopra la galera, che non si 
potè movere per essere in secco , né si potè difendere per 
avere tutti i suoi uomini disarmati. E così fu persa insieme 
con Rartolomeo da Savona con centocinquanta feriti quasi 
tutti da balestre. E così presero anco il ganzaruolo, e il pali- 
schermo ; e tolto quello, che era di buono, gli messero fuoco 
dentro, e abbruciarono anco molti, che nella galera erano 
sotto coperta; e per questo Veneziani presero grande ar- 
dire siccome i Genovesi grande malinconia. 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 6l 

Veneziani continuando nella predetta guerra, si ridussero 
a tanta carestia di vittuarie, che il frumento valeva lire nove 
lo stario, il vino lire dieci la quarta, carne fresca soldi cinque 
la libra, carne salata, e formaggio soldi etto la libra, legne lire 
undici il carro. E crescendo ognora più il bisogno, conven- 
nero far venire da Treviso con scorta di ganzaruoli [gran 
quantità di bestiame condotto da parti lontane , e tutta la 
munizione e vittuaria , che era in essa città; ma Treviso 
restò cosi povero , e spogliato , che dopoi per assedio , e 
per fame si perse, come poi si dirà di sotto. E se ben que- 
sto fu di grande aiuto a' Veneziani, durò poco , che co- 
minciando a mancar loro anco queste vittuarie , che ave- 
vano tratte di Treviso , patirono sì fattamente , che molti 
abbandonarono essa città , perchè Veneziani buttavano 
tante gravezze per mantener l' esercito , che il popolo non 
le poteva più sopportare; né vi era entrata alcuna, perchè 
Genovesi la tenevano serrata, e per mare, e per terra dalla 
parte di Lombardia. E vennero a tal termine essi Vene- 
ziani , che non potevano più. E vedendo il popolo , che 
Carlo Zeno non veniva a soccorrerlo, tutti ad una voce si 
lamentavano , che si stesse ad aspettare il mancamento 
della vittuaria, e che non si assaltasse il nemico. Le quali 
cose intese dalla Signoria, e vedendo la buona volontà del 
suo popolo, deliberò far consiglio, e far capitani e sopraco- 
mitiper quaranta galere, e subito fu preso parte di armarle. 
E fu creato capitano generale di tutta 1' armata Andrea 
Gontarini Doge, e furono fatti i sopracomiti nel mese di 
ottobre 1379 e fu fatto ammiraglio di detta armata Vettor 
Pisani , di che il popolo tutto n' ebbe grandissima alleg- 
grezza. 

Intesa dal popolo la elezione del generale , e dei sopra- 
comiti, inanimiti tutti a questa impresa", quasi mossi a 
sdegno della superbia de' Genovesi, cominciarono tutti ad 



62 GUERRA DI CHIOGGLA 

offerirsi di andare a s >pra V armata ; e chi offeriva 

la persona, chi i Ogliuoli, e i parenti, e chi gli amici in- 
sieme a regatta i'un dell'altro, di modo che in tre giorni 

se ne ebbero tanti, che supplivano alle due parti, e più di 
quello che bisognava per fornire l'armata. E fu levata l'in- 
segna dei Veneziani, che fu levata anco al tempo dell' im- 
perator Federigo Barbarossa , che da' Veneziani fu scon- 
fitto, e fu con gran solennità d'istru menti musicali portata 
alla galera del Doge , che era a San Marco. In questa ar- 
mata di galere ve n'erano anco delle grosse, le quali fu- 
rono fatte imbattagliare, e cosi queste come le altre furono 
ben fornite di munizioni, e vittuarie; ne potendosi finir di 
armarle, fecero pubblicamente intendere a ciascuno, che 
tutti quelli, che avessero dato aiuto alla Signoria cosi di 
danari, come d'uomini, e che meglio si avessero portato, 
fosse o cittadino , o del popolo , finita la guerra , sariano 
stati premiati dalla Signoria in questo modo: cioè, che trenta 
uomini veneziani del popolo, che avessero avuto maggior 
gravezze, o di spesa, o di gente, e si fossero meglio dipor- 
tati , sarebbono stati fatti nobili del consiglio per sé e per 
i suoi legittimi discendenti. E ogni anno in perpetuo si 
averiano dispensati ducati cinquanta mila d'oro in provi- 
sione degli altri Veneziani (eccetto quelli, che fossero stati 
fatti del consiglio e comparati a loro e agli eredi. E che 
ogni mercante, che fosse forestiero, che si affaticasse con la 
persona, o sopportasse spesa nella detta guerra, sarebbono 
stati fatti cittadini di Venezia, e averiano potuto navigar 
come cittadini veneziani. 

Per queste offerte, e promesse di premj dunque una gran- 
dissima quantiià d'uomini cittadini, e popolari comparvero- 
e in aiuto di questa guerra si offerirono di dare, come qui 
sotto appare; e si offerirono non solamente per la spe- 
ranza del premio, ina anco per i'onor proprio, e il bene- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 63 

fido universale di tutta la città, riputandosi vergogna, che 
fossero cosi sottomessi da' Genovesi. E primo comparvero 
con molta prontezza d' animo : 

Everardi Donato Bartolomeo e Giovannino fratelli, e 
figliuoli di Guido Everardo. Questi essendo stati per tre mesi 
sul lido a tutte sue spese,, si offerirono di servire ancora 
o in quel luogo , o dove avesse piaciuto alla Signoria con 
un servitore per uno a tutte sue spese fino a guerra finita. 

Marco e Alvise Boni delle Fornase fratelli si offersero 
con quattro balestrieri per due mesi a sue spese sopra la 
galera Giorgia. 

Giacomello Trivisano fu di Giovanni offerse sé medesimo 
per due mesi con tre balestrieri a sue spese. 

Marco Cigogna da S. Fosca offerse la sua persona con 
due compagni a sue spese per quanto avesse piaciuto alla 
Signoria. 

Nicolò Polo fu di Almorò da S. Gieremia essendo stato 
per sei mesi a campo sul Lido a sue spese, si offerse di 
servire ancora in persona con due famigli fino a guerra 
finita. E in oltre pagar otto balestrieri per due mesi a du- 
cati otto al mese per ciascuno. 

Pietro Regia si offerse di servire in galera per un mese. 
Pagare dieci balestrieri per due mesi a ducati otto per cadau- 
no. Oltra di ciò pagare altri dieci balestrieri, per quanto 
l'armata starà fuori a ragion di ducati otto per cadauno. 
E in oltre prestare alla Signoria ducati tre mila contanti 
per due mesi. 

Andrea Vendramini offerse suo figliuolo con due com- 
pagni a sue spese fino a guerra finita: E oltre di ciò pa- 
gare trenta balestrieri per due mesi a ragione di ducati 
otto per uno al mese. E offerse anco la sua persona ai 
comandi della Signoria. 

Polo Nani fu di ser Pietro da S. Vitale offerse la sua 



M ÌIHA DI 

persona con un famiglio a w, finché L'armai 

fuori; e oltra di ciò pagar dod 
a ducati otto per uno a] the 

Marino Scarpaccia offerse la sua persona con due compa- 
gni siili' armala per due m E oltra di 
suo fratello, che era con le galere di , subilo 
che egli fosse giunto, e appresso di lui un famiglio. 

Nicolò d'Armanno «la San Bartolomeo offe] 
Pietro con sci balestrieri soli' armata | i due 

mesi, e quanto più fosse in piacere dell ìa e dar 

loro i danari in contanti al | de «li ducati 

otto al mese. 

Vicaramo , che va sopra la galera del Doge, offerse 
medesimo, e Pietro suo figliuolo con due balestrieri, e due 
uomini da remo a (ulte sue spese fin ra finita. 

Donato Ravagnano, offerse Pagan suo figliuolo che era 
stato mesi cinque sul lido, e a Chioza sopra l'armala fin 
a guerra finita a sue spese, e pagar olio balestrieri per due 
mesi a ducali otto al mese per ciascuno, e star' egli in per- 
sona sul lido, o dove più piacesse alla Signoria. 

Bernardino de' Garzoni si offerse di dare ducati duecento 
d' oro per dispensare a vedove povere, e a figliuoli de'pri- 
gioni e mancati in detta guerra, item offerse pagar per 
un mese tutti i balestrieri della galera del Doge. Item pre- 
stare alla Signoria tanti danari che si faccia la paga a i 
balestrieri di venticinque galere armate per giorni quindici 
della qual prestanza la Signoria debba scontar di impre- 
stadi, e altre possessioni, che li faranno di tempo in tempo 
essendogli poi restituito quello, che restasse per un anno 
dopo fatta la pace. Item donò due sue cocche, che la Si- 
gnoria aveva per suoi bisogni tolte, in una delle quali egli 
aveva carati dodici, e nell' altra otto e mezzo, offerendo 
che se i corpi di esse avessero anco a consumarsi, libera- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 65 

mente egli donava la sua parte alla Signoria di Venezia. 
Item donò liberamente il prò di tutti i suoi imprestiti di 
lire cinquanta mila imprestate, e di tutti gli altri imprestiti 
che gli occorrerà fare fin a guerra finita. Item offerì due 
suoi figlioli , Nicolò e Giovannino, e anco il terzo figliolo 
in quanto venga da Bologna a tempo, con tanti balestrieri 
Veneziani appresso di loro, quanti per la parte presa nel 
consiglio si possano menar, e altrettanti uomini d' arme, 
avantazadi, ed altrettanti famigli fin' a guerra finita a tutte 
sue spese da esser mandadi, dove piacesse alla Signoria. 

Giovannino da G. . . . e Bernardo suo fratello figlioli 
di Bertuccio si offerirono alla Signoria con un compagno 
per ciascuno fin a guerra finita. E in oltre pagar cento 
omini da remo sopra 1- armata secondo la paga corrente 
per un mese. E questi duoi fratelli erano stati al campo 
sul lido a Malamocco a loro spese, dopo che cominciò la 
guerra. 

Franceschin Girardo da S. Fosca stato fin allora sul 
lido, si offerse in persona con duoi famigli siili' armata a 
sue spese fin a guerra finita, e pagar anco bale- 
strieri per due mesi a ducati otto al mese per cadauno. 

Donado Polo del Canareggio, avendo fin allora tenuto 
sul lido un suo figliolo con due famigli a sue spese, si of- 
ferse lui medesimo e donò alla Signoria mille ducati d'oro 
e di pagar cinque balestrieri per due mesi a ducati otto al 
mese per cadauno o dare i denari. 

Franceschin da Gà del Mezo offerse andar suir armata 
con tre famigli fin a guerra finita, e pagar anco dieci ba- 
lestrieri per due mesi a ducati otto al mese per cadauno, 
e di più donò alla Signoria lire diecimila da essere spese 
come meglio le parerà. 

Donado da Gà da Porto da S. Margherita offerse la sua 
persona sulT armata a sue spese fin a guerra finita, e pa* 



6(5 GUERRA DI CHIOGGIA 

gar dieci balestrieri per due mesi a ducati otto al mese per 
ciascuno, facendo saper alla Signoria come nella guerra del 
signore di Padova egli fu preso, tormentato, e guasto, e 
per sua liberazione pagò ducati cinquecento d' oro, e ri- 
cevè gran danno, essendo andato a quella guerra volon^ 
tariamente, e a sue spese. 

Nicoletto Paruta da S. Ganciano si offerse con quattro 
uomini a sue spese fin a guerra finita. 

Marco Orso offerse la sua persona con tre suoi figliuoli 
suir armata a tutte sue spese a buon piacer della Signoria 
cioè egli, e un figliolo , sopra la galera del Doge. Cristo^ 
foro suo figliolo cornito della galera di Lorenzo Moresini 
con un altro suo fratello in sua compagnia. 

Marco da Zara donò liberamente ducati duecento e de* 
suoi imprestiti alla Signoria, e offerse la persona sua, in 
quanto faccia bisogno, a' suoi servizj. 

Marco StorladodaS. Ganciano offerì Zannino suo figliolo 
con un balestriero a sue spese fin a guerra finita, e oltra 
di ciò pagar quaranta balestrieri per due mesi a ducati otto 
al mese per uno ad ogni voler della Signora e le donò il 
prò di tutti i suoi imprestiti fin a guerra finita , i quali 

sono di ducati offerendo anco la sua persona in 

terra, e in mare ad ogni piacer della Signoria. 

Raffain Garesini cancelliere della Signoria di Venezia, e 
Giovanni suo fratello si offerirno a questo modo, cioè : Il 
cancelliere donava ducati cinquecento d'oro, che aveva 
imprestati. E suo fratello avendo tenuto una barca armata 
a tut(e sue spese molto tempo avanti con otto compagni, 
si offeriva di tenerla ancora a sue spese fin a guerra finita 
e si offeriva di servir con la sua persona , e coi figlioli e 
con due uomini d' arme , e in oltre di prestar ducati tre- 
cento d' oro per quattro mesi da pagar sei balestrieri per 
tutta la guerra e 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 67 

Nadal Tagliapetra da S. Fosca offerse la sua persona con 
un famiglio a sue spese fin a guerra finita, e oltra ciò pa- 
gar quattro balestrieri per quattro mesi a ducati otto al 
mese per uno, pagando di due mesi in due mesi. 

Lunardo dall' Agnola offerse la propria persona ad ogni 
piacere della signoria, e pagar centocinquanta uomini da 
remo , per un mese secondo la paga corrente che gli dà 
la Signoria. 

Pietro Carlo da S. Gieremia si offerì di donar la paga di 
trenta balestrieri per due mesi a ducati otto al mese per 
cadauno, e oltra ciò donar lire mille di grossi, i quali siano 
messi nella sua imposizione, e donar anco lire tremila dei 
suoi imprestiti , aggiungendo la sua buona volontà di far 
maggior cose per la Signoria, quando egli fosse di sua li- 
bertà, ma non può far più per non contrafar al testamento 
di suo padre. 

Matteo Fasuolo da Gbioza offerse la sua persona con due 
figlioli, e li rincresce non avere il modo , che dada ogni 
cosa in servizio della Signoria, ma non ha cosa alcuna, ed 
è poverissimo, perchè quando Genovesi presero Chioza, lo 
presero ancor lui, ed egli perse tra mobili e stabili, per la 
somma di lire ventimila e per riscatto della sua persona 
pagò ducati duecento. 

Giacomo Gondolmiero da S. Tomaso offerse due suoi fi- 
glioli sopra T armata a sue spese con due compagni; e di 
più s' offerse di far venire mille stara di frumento in Ve- 
nezia, con questo che lo possa vendere in fontego. 

Pietro Busatello di Nicolò da S. Barnaba offerse la sua 
persona con un famiglio suir armata nella galera di Vida! 
Landò a sue spese fin a guerra finita, e donò liberamente 
ducati quattrocento d'oro ad ogni comando della Signoria. 

Pietro Paulo, e Zannino fratelli Zaccheria da S. Pania- 
leone si offerirono con due uomini per ciascuno sopra la 



68 GUERRA DI GH10GGIA 

armata a sue spese, e pagar dieci balestrieri a ducati otto 
al mese per cadauno. Ed in oltre donarono lire mille dei 
loro imprestiti alla Signoria dicendo di non poter fare di 
più per la forma del testamento di suo avo. 

Polo Trivisan da S. Cassan si offerse di pagare per un 
mese ducati quattrocento per cinquanta balestrieri a du- 
cati otto al mese per ciascuno , e pagare anco centocin- 
quanta uomini da remo a ducati quattro al mese per cia- 
scuno. Ed oltre di ciò anco lasciar il prò di lire diecimila 
dei suoi imprestiti fin a guerra finita, e offerse anco la sua 
persona sopra le galere, o dove piacerà alla signoria. 

Bernardo, e Andrea Foscari di Filippo offersero le lor 
persone con due balestrieri per ciascuno per due mesi a 
loro spese. 

Bertuccio Giumani da S. Samuele offerse la sua persona 
per due mesi sopra la galera Giorgia a sue spese. 

Nicoletto Barbo di Pietro da Montona offerse la sua per- 
sona sopra la detta armata a sue spese, a piacimento della 
Signoria. 

Cristoforo , e Antonio fratelli figlioli del quondam Pe- 
rancio di Domenico offerirono le lor persone con un com- 
pagno per uno a sue spese sopra 1' armata a piacimento 
della Signoria e di pagare anco trenta balestrieri per un 
mese a ducati otto per uno. 

Giuliano Gallegaro da S. Fantino stato su la cocca di 
Polo Moresini sul lido a sue spese , si offerse parimente 
suir armata senza soldo, e a sue spese a beneplacito della 
Signoria. 

Pietro, e Franceschino Roversi Pittori, stati dal mese di 
maggio in qua sopra il lido nella cocca del sopraddetto Mo- 
resini, e anco sopra le galere senza soldo, si offeriscono di 
nuovo di servir sopra Y armata a buon piacere della Si- 
gnoria senza soldo, e a lor spese Giuliano Foscolo spa- 
daio a S. Giuliano si offerse anch' egli ut supra. 



IRA VENEZIANI E GENOVESI 69 

Giacomo de Vielmo da S. Giuliano offerse Pietro, e Zan- 
nino suoi figlioli sopra 1' armata a sue spese ìm a guerra 
finita, se ben anco dal principio della guerra fin al pre- 
sente avevano servito sopra la cocca del sopraddetto Mo- 
rbini. 

Tomaso degli Agostini da S. Paterniano offerse la sua 
persona con tre balestrieri della lor casa sopra 1' armata 
predetta a loro spese fin a guerra finita. 

Lorenzo Sagli da S. Maurizio offerse se medesimo sopra 
l'armata senza soldo, oltre che aveva servito anch' egli so- 
pra la cocca del sopraddetto Moresini sul lido dal principio 
fin al presente. 

Tomaso di Buora da S. Felice offerse la sua persona 
con un compagno, e un famiglio sopra V armala a tutte 
sue spese fin al fin della guerra. Ed oltra di ciò i suoi im- 
prestiti, che egli ha, o che nell'avvenire farà, mentre detta 
guerra durerà, che sono di lire seimila e di pagare cin- 
quanta balestrieri per un mese a ducati otto al mese ca- 
dauno, e uomini cinquanta da remo per un mese a ducati 
quattro per cadauno. 

Giacomello di Buora da S. Maria nova, offerse sé mede- 
simo sopra la detta armata a sue spese fin a guerra finita, 
e s' egli potesse far più, faria ; ma tutto ciò, che aveva al 
mondo, lo aveva in Ungheria. 

Giovannino e Maffio, che furono figlioli di Benintendi, che 
fa cancellier grande della Signoria, offersero ducati cinque- 
cento d' oro , e cinquanta balestrieri a ducati sei al mese 
per cadauno. E di più donarono lire tremila di grossi, le 
quali erano scritte alla Camera delle Imposizioni. Item do- 
narono il prò di lire quattromila di loro imprestiti per anni 
cinque. E se ben dal principio della guerra fin al presente 
avevano fedelmente servito con due famigli sopra il lido, 
offerirono di nuovo le lor persone con due compagni atti 
alle arme sopra 1' armata a buon piacere della Signoria. 



70 GUERRA DI CHIOGGIA 

Andrea Zuffo da S. Po terni ano offerse di pagare per ar- 
mar due galere a cento e dieci uomini per una , e bale- 
strieri quaranta. E di pagar anco i corniti di esse al prezzo 
che pagava la Signoria. E oltra di ciò offerse Zannino suo 
figliolo con due compagni atti all'arme sopra l'armata pre- 
detta a sue spese fin a guerra finita. E di più il prò dei 
suoi imprestiti, che sono lire settemila e ottanta. 

Giovannino dai Pavoni da S. Marchiano offerse Antonio 
suo figliolo che era stato sul lido con Zannili Donado, e 
Maflio suoi nipoti de' Venlurella, con due compagni a sue 
spese. Ed in oltre donò liberamente il prò de' suoi impre- 
stiti, che son di lire diecimila per un anno prossimo e il 
prò d' altri imprestiti , che egli potesse fare durante la 
guerra. 

Bartolomeo Paruta fu di Polo offerse, per armar due ga- 
lere, la paga per un mese per la ciurma di centoventi uo- 
mini da remo, e quaranta balestrieri per galera al prezzo che 
paga al presente la Signoria, e in oltre offerse Zannin suo 
fratello con dieci uomini d'arme a sue spese per due mesi. 
E offerse anco le persone di Marco Paruta suo fratello, e 
di Bartolomeo suo nipote, che era fuori, subito che fossero 
venuti. 

Pietro Lipamano di Negroponte offerse la persona sua, e 
di suo padre, e d' un suo fratello Filippo con un compa- 
gno per ciascuno a sue spese, per quanto starà fuora Tar- 
mata. Ed oltra di ciò fece dono alla Signoria di lire dieci- 
mila di grossi de' suoi imprestiti, e offerse di pagar ses- 
santa balestrieri per due mesi a ducati otto per uno al 
mese. 

Pietro Mocenigo drappiere offerse la sua persona con un 
famiglio sopra V armata a tutte sue spese e pagar due ba- 
lestrieri per due mesi a ducati otto al mese per ciascuno. 

Pietro Nicolò Giustiniano da S. Maria Giubanico offerse 



tra Veneziani e genovesi fi 

*è medesimo sopra V armata senza soldo, siccome si aveva 
anco adoperato di continuo sul lido nella cocca del Mo- 
resini. 

iMarco Francescani da S. Lio s' offerse parimente in 
persona sopra Y armata a sue spese a beneplacito della Si- 
gnoria. 

Andrea di Benvenuto da S. Giacomo da Loreo s' offerse 
ancor lui siccome il sopraddetto. 

Giacomo di Lorenzo dalla Giudeca s' offerse similmente 
fin a guerra finita siccome i sopraddetti. 

Pietro Solaro dalla Giudeca s' offerse ut sopra per un 
mese senza soldo, oltra che aveva servito sul lido fin allora. 

Franceschin Solaro dalla Giudeca si offerse siccome Pietro* 

Nicolò di Giacomo dalla Giudeca si offerse ancora lui ut 
sopra. 

Franceschin di Leonardo si offerse anch' egli per un 
mese come i sopraddetti. 

Marin Merlo fece la offerta medesima per un mese come 
i sopraddetti. 

Marin Varoter fece il medesimo. 

Nicolò Longo da S. Marchiano offerse di pagar la ciurma 
d* una galera di centocinquanta uomini da remo, a ducati 
quattro al mese per ciascuno e balestrieri cinquanta per 
un mese a ducati otto al mese per ciascuno. 

Costantino, Domenico, Alessandro, e Dario Zuccuoli, se 
ben Alessandro e Dario fin allora avevano servito con 
due famigli sopra il lido , nondimeno tutti insieme si of- 
fersero di pagar venti balestrieri per due mesi a ragione 
di ducati otto al mese per ciascuno, offerendo insieme le 
loro persone, cioè i due primi ad ogni comando della Si- 
gnoria, e li due ultimi di servir con due uomini d' arme 
fin a guerra finita. 

Antonio Lovato si offerse lui medesimo con un famiglio 
a tutte sue spese ? finché V armata starà fuori. 



fa GUERRA DI CHIOGGIÀ 

Marco Cavotorta fu di Giacomo offerse so medesimo a 
sue spese suir armata fin a guerra finita.- Nicoletto Dolce 
da S. Lio offerse la sua persona con due compagni, fin- 
ché il Doge stesse fuori con V armata, e oltra di ciò di pa- 
gar cento uomini da remo per un mese secondo la paga, 
che dava la Signoria, e donò il prò de* suoi imprestiti, che 
ha, e che farà fin a guerra finita, i quali sono circa lire 
mille e trecento. 

Offerti che si furono tutti i sopraddetti, da che si conobbe 
la prontezza del popolo, non mancarono ancora diversi al- 
tri così nobili, come popolari, rendersi prontissimi a ser- 
vir la Signoria e con la persona, e con la roba a tutte loro 
spese, se ben non si avevano offerti. 

Per schiarire ogni cosa, sarà ben sapere in questo grande 
apparato di guerra tutti i sopracomiti, che col Doge, che 
fu creato generale, furono nelf armata. 

Andrea Contarmi Doge capitano generale con galera 
grossa imbattagliata. 

Tadeo Giustiniano capitano di sei galere sotto il generale. 

Leonardo Dandolo 

Giovanni Trivisano 

Andrea Donalo ) con galere grosse. 

Marco Barbaro 

Polo Faliero 

Simon Michele. 

Almorò Yeniero. 

Alvise Loredano. 

Domenico Michiele. 

Giovanni Mianì. 

Lorenzo Giustiniano. 

Giovanni Bembo. 

Tomaso Minotto. 

Fantino Rimondo, 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 73 

Federigo Comaro, 

Dardi Giorgio. 

Daniele Bragadino. 

Marino Zane. 

Paolo Moresini. 

Vettor Pisani proveditor dell' armata e Ammiraglio. 

Pietro Mocenigo \ 

Giacomo da Molino J con galere grosse. 

Lorenzo Gradenigo 

Alvise Moresini. 

Michiel Steno. 

Alvise Delfino. 

Filippo da Molino. 

Lorenzo Bembo. 

Vidale Landò. 

Polo Quirini. 

Giacomo Suriano. 

Pietro Pezzino popolare. 

Armate che furono le sopraddette trentaquattro galere nei 
modo soprascritto, il doge montò in galera con tutti i so- 
pracomiti di sopra nominati, e ogni giorno esercitava esse 
galere facendo vogar dalla Giudeca fino a S. Nicolò del 
Lido, più per esercitare, e ammaestrar gran parte di que- 
gli u< mini inesperti, che non erano avvezzi a vogar , che 
per altro, essendo che erano per la maggior parte arti- 
giani di più sorte; onde assuefatti a ciò, stettero cosi 
aspettando Carlo Zeno , che venisse con diciotto galere , 
che egli aveva, perchè mal volentieri si mettevano a que- 
sta impresa contra Genovesi con così poco numero di ga- 
lere, essendo che essi Genovesi ne potevano avere da qua- 
rantacinque in quarantotto, fra Chioza e Malamocco. In* 
tanto non cessavano le barche de' Veneziani di fare gran- 
dissimi danni alle barche, e burchj che portavano vittua- 



)4 t.T.RRRA 1)1 ffflMtitA 

ria da Padova a Chioza, e al campo di Malamocco ; ne 
restavano di fare scaramuzze a S. Spirito, e a S. Nicolò 
e di lì fino a Malamocco con i nemici; né potevano Geno- 
vesi passare il canale di S. Spirito per essere stretto, e ben 
serrato da' Veneziani. E fuori del canale eran le ac«ju<* 
così picciole e basse, che ne anche con le barche si po- 
teva andare. Ed al porto maestro di S. Nicolò del Lido Ge- 
novesi non si arrischiavano di andare, ne di accostarsi 
per le bombarde, e balestrieri, che erano nei bastioni, ca- 
dene e cocche. E il campo grande de' Veneziani , che era 
a difesa del porto, si determinò di non far altro con ispe- 
ranza di vittoria. 

Intendendo Genovesi le provisioni gagliarde fatte in Ve- 
nezia, e lo armar fatto delle trentaquattro galere, non ne 
facevano molto conto ; ma sapendo, che si aspettava Carlo 
Zeno con le diciotto galere, cominciarono a pensare, e a 
dubitare, che una notte non uscissero di Venezia, e ve- 
nissero ad assaltargli a Malamocco. Perciò considerando 
anco, che la vittuaria, che era loro mandata, veniva im- 
pedita, e non potevano passar più oltre per gli ostacoli, e 
per le difese gagliarde de' Veneziani , si risolsero di ritor- 
nare a Chioza, e ridursi tutti insieme, e per assedio ve- 
der se potevano condur Venezia al fine, tenendola serrata 
di dentro, e di fuori. E del mese di ottobre 1379, si leva- 
rono da campo da Malamocco, e da Poveglia, abbrucian- 
do la bastia, e minando tutte le case fino nei fondamenti 
deir uno, e l'altro luogo, che non restai ono in piedi , se 
non le chiese ; e così ritornarono a Chioza. 

Ridotti dunque tutti insienv a Chioza. mandarono essi 
Genovesi ventiquattro galere nel Friuli a Marano a con- 
cambiar gran quantità di sale , che avevano , con tanto 
frumento per fornire la città di vittuaria , perchè erano 
nell'inverno, e tenendo qui solamente tre galere annate , 



TRA VENEZIANI E GENOVESI ?5 

ìe altre tutte disarmarono per munir la città di gente da 
difesa. 

Partite le ventiquattro galere, quelle tre, che erano ri- 
maste armate, ogni giorno andavano ad assaltare il ca- 
stello di Saline, e gli davano molto travaglio di bombarde 
e balestre, per fare, che quelli di dentro si rendessero: ma 
era troppo forte, e non così facile il prenderlo. 

Inteso questo, e anco la partita delle ventiquattro galere 
per lo Friuli, Veneziani si risolsero di prendere quelle tre 
galere; e messe in punto trecento barche, e cinquanta 
ganzaruoli ben armati sotto il governo di Vefctor Pisani , 
a cui imposero anco, che tentasse Chioza al meglio che 
potesse: giunti una sera del mese di novembre a Pale- 
stina, intesero da alcune spie, che in Chioza si facevano 
buonissime guardie, onde passarono al detto castello. E 
perchè le acque (volendo loro traversar perii canali) erano 
basse, i ganzaruoli convennero tornare indietro; e postisi 
in agguato appresso detto castello nei canneti , e paludi , 
essendo caligo, la mattina vegnente , come si cominciò a 
rischiarar Tana, quelli del castello scopersero le galere, 
che venivano. E dato segno al Pisani, secondo l'ordine 
avuto , mentre egli si metteva all' ordine per assaltarle , 
quelli delle galere discopersero (essendo vicini al castello 
ad un terzo d'un miglio) i pennoncelli di quelli delle bar- 
che di sopra i canneti, e si messero a fuggir verso Chio- 
za per torgli la volta del canale; e giunto ivi 

dal Capo S. Maria, cominciò a cavar palate, e altri serra- 
gli , e giunse alle caneve del sale, e davanti la porta di 
di S. Maria , e messo fuoco in certe canne , e sopra una 
bastiola , giunsero le tre galere , e smontati i suoi , anda- 
rono contra le barche, che erano ne* canali di Chioza, e 
contra quelli, che erano smontati, e li ruppero con grande 
loro spavento, e presero otto barche. Furono morti circa 



76 GUERRA DI CHIOGGIA 

cinquanta veneziani, e circa altri cinquanta presi, tra' quali 
fu un gentiluomo di Gà Gradenico nipote del Doge , e gli 
altri ritornarono a Venezia salvi. 

Il giorno seguente giunsero le ventiquattro galere , e in- 
teso il successo, si messero a fortificare, e presidiar me- 
glio Cliioza, e la ridussero a minor circuito, spianando 
tutti i salezzi, e le parti di fuori, e messero in fortezza so- 
lamente la piazza e i casamenti da tutte due le parti, e due 
corridori l'uno sopra 1' altro , con buone baltresche , che 
andavano d'intorno la terra, e stropparono con muri tutti 
i vicinati , che entravano in essa terra ; e le bocche dei 
canali d'intorno la città medesimamente furono serrate , 
per aver manco luoghi da custodire , e per rendersi più 
forti di dentro, perchè temevano, che V armata veneziana 
non venisse a molestargli, quando fosse giunto il Zeno con 
le sue galere. 

Aspettando la Signoria di Venezia, che il Zeno arrivasse 
né sapendosi nuova di lui , era venuta grandissima care- 
stia di tutte le cose, sicché la gente di bassa condizione 
conveniva abbandonar la città non si potendo aver fru- 
mento , né vino per danari; e tutti come disperati grida- 
vano, che si andasse ad assaltar Genovesi a Ghioza. Onde 
fu fatta risoluzione, senza più aspettare, di far uscire l'ar- 
mata. E così alli 23 di decembre di detto anno 1379 di mez- 
za notte uscì l'armata di trentaquattro galere , e sessanta 
ganzaruoli sotto il generalato del principe Andrea Conta- 
rmi, con cocche due grandi, barche, burchi, e palischermi, 
in tutto quattrocento. E giunse nell'alba del giorno a Ghioza, 
che Genovesi non se n'accorsero. 

Giunti Veneziani a Ghioza, gran parte delle genti d'arme 
traghettarono con barche sul lido di Chioza piccola, tra i 
quali fu il capitano Becco da Pisa con fanti ottocento fo- 
restieri, che erano con lui, e quattro mila Veneziani, eco- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 77 

minciarono a fare una bastia ; il che veduto da' Padovani, 
e Genovesi, che erano, nella terra, uscirono , e gli assal- 
tarono, e nel fuggire il capitano Becco si annegò ; e furon 
rotte le genti veneziane, e fra' morti, e annegati, che si fu- 
rono più di seicento persone, e fu bruciata la bastia e presi 
i maestri, che vi lavoravano : il qual accidente fu di gran 
dispiacere al principe , il quale teneva F armata in punto. 
E nel porto fece entrare una cocca, sopra la quale si prin- 
cipiò una bastia , e fu alli 24 di detto mese ; e in quel 
giorno giurò il principe sopra la sua spada , che non tor- 
nerà mai a Venezia, se prima non ricupererà Chioza. E 
così attese a lavorare attorno quella bastia. Pietro Doria 
all'incontro, per riparare a ciò, mandò sette galere fornite 
d'uomini valorosi a combattere la detta cocca; e dopo 
lunga battaglia non potendo Veneziani resistere all'assalto 
che avevano d'appresso, e da lontano, di bombarde, eve- 
rettoni, abbandonarono la cocca ; e molti nel fuggire si 
annegarono per mancamento di barche, che li levassero e 
molti no furono presi e usatagli gran crudeltade. Avendo 
dunque Genovesi avuta tal vittoria, cacciarono fuoco nella 
cocca, e la arsero fino a pelo d' acqua, e il resto andò a 
fondo nella bocca del porto; e cosi serrarono dentro. E 
se fossero stati accorti , averiano tenuto in se le dette 
cocche, che sariano loro state di fortezza nel porto, e ave- 
riano avuta la entrata , e la uscita libera ; ma Dio non 
volse tanto male per Veneziani. E tra gli altri, che furono 
presi sopra detta cocca , fu Zannin Negro patron di nave 
con cinque uomini. E Genovesi ritornarono tutti in Chioza; e 
Veneziani ebbero gran discontento della perdita di esse 
cocche. 

Federico Gornaro con quattro galere di ordine del doge 
andò a Brondolo, ove nel canale di quel porto appresso il 
monasterio affondò un burchio, e due altri appresso S. Bia- 



78 GUERRA T>1 CHIOGGIA 

gio nel canal maestro, che va alla Torre del Bebé, accioc- 
ché dalla parte di dietro di Chioza Genovesi non potessero 
uscir con galere, né con barcfcfl , e andar fuori di Bruii- 
dolo. E quell* istesso giorno dei 21 Veneziani caricarono 
i due corpi delle cocche bruciate con pietre , tanto che le 
cacciarono a fondo in quel proprio luogo, e cominciarono 
una bastia su la punta del porto di Chioza, dove si chiama 
la Lova , acciocché Genovesi pigliando quel luogo non 
l'impedissero l'entrata, né l'uscita. Ed avendo a guardo di 
quelli, che lavoravano, tutta la gente con gran parte dei 
balestrieri, per proibir tal'opera Genovesi uscirono di Chioza 
con grande sforzo; onde Veneziani per assicurarsi meglio 
messero molte galere sì nella bocca del porto , come di 
fuori, vicine a terra con molte bombarde. E cosi essendo 
battuti Genovesi in fronte da quelli, che erano in terra, e 
per fianco dalle galere, dopo lunga contesa, convennero 
ritirarsi in Chioza ; e Veneziani in cinque giorni finirono 
la lor bastia molto forte. 

Il seguente giorno , che fu alli 2o, Veneziani condussero 
nel porto di Chioza due altre cocche, che avevano fatte 
venir da Venezia , e quelle sopra il corpo delle due bru- 
ciate sfondarono, e caricate di pietre affondarono senza 
alcun contrasto. E vedendo Genovesi, che da quella parte 
erano in tutto serrati, deliberarono tirar galere quattordici 
pel canale da dietro, che va in Lombardia , e ferie uscire 
per il porto di Brondolo per alleviar Chioza dalla spesa . 
e per venire a tempo nuovo con altra armata per soccor- 
rerla. E giunti a S. Biagio combatterono con le quattro ga- 
lere del Cornaro in esso canale che era stretto, e per forza 
le fecero ritirare fino ai burchj ; e fatto segno co) fumo al 
campo del doge, che era tre miglia lontano , fu mandato 
Tadeo Giustiniano con quattro galere in aiuto. E così 
combattendo tra loro lungamente, Genovesi convennero ri- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 79 

tirarsi, dalla parte de' quali vi era il canale stretto , dove 
non potevano stare se non due galere al paro; ma dalla 
parte dei Veneziani, perchè era gran larghezza, vi stavano 
galere assai. Dapoi giunse Vettor Pisani con altre sei ga- 
lere , il quale fece affondar due altri burchj grossi sopra i 
primi, e fece far grosse catene al traverso di detto canale 
con antenne di galere e altri legnami: onde quella bocca 
fu forte assai, e vi restò per capitano alla guardia il Pi- 
sani; e per non stargli sotto il Giustiniano partì con la 
sua galera, e andò al campo del doge. Le galere dunque 
restate a Brondolo furono tredici con le quali anco rima- 
sero assai barche armate , delle quali era capitano Gio^ 
vanni Barbarigo. 

Vedendo Genovesi di non aver potuto passar verso Bron- 
dolo, deliberarono di torre il monastero di Brondolo, e ivi 
fortificarsi, perchè con questo mezzo venivano ad aver 
l'uscita del porto libera , andando il canal maestro ap- 
presso detto monastero. E alli 27 uscirono di Chioza con 
gran gente, ed entrati in detto monastero lo fortificarono 
con balladori, e con grandi bai tresche d' intorno fossi e 
riedefossi, e vi messero dentro assai bombarde , che tira- 
vano contra le galere de* Veneziani. E fecero esso luogo 
tanto forte, che era sicurissimo per ogni battaglia da mano; 
e del continuo andavano da Chioza a Brondolo a lor pia- 
cere : il che non fu ben considerato da' Veneziani, i quali 
furono mal' accorti a non occupar prima loro detto mona- 
stero, ma questo addivenne, perchè non credevano, che Ge- 
novesi dovessero torlo , e che quel luogo gli potesse dar 
tanto impazzo, come gli dava, ne tanto beneficio a' Geno- 
vesi, i quali potevano sicuramente andare da lì a Chioza, 
che era viaggio di due buone miglia. 

Genovesi per meglio impadronirsi della detta bocca di 
Brondolo, e per poter avere la uscita a suo volere, alli 28 



80 GUERRA DI GHIOGGIA 

traghettarono due palischermi, e gran quantità di barche 
armate da Chioza grande, e attraverso le secche fino nel 
canale di Chioza picciola , che va a Brondolo appresso il 
lido ; e per esso canale andati a Brondolo si messero ben 
in punto per passar dall'altra parte del porto e sopra la 
punta fare una bastia : il che se fosse loro riuscito , ave- 
llano serrate dentro il porto le galere del Pisani con l'al- 
tra sua armata. Era il detto porto largo poco meno di 
una balestrata, e aveva una gran secca in mezzo a modo 
di pinza, e l'acqua era sempre piccola , di modo che ne 
galera, né naviglio grosso poteva passare ; ma chi ciò far 
voleva, bisognava passare appresso il monastero di Bron- 
dolo pel canale maestro , ovvero dall' altro iato del porto 
pel canale, che passa appresso la punta di Fosson ; e cosi 
traversando esso porto per andare a far tal effetto, il Pi- 
sani, essendosene accorto, mandò contra loro il Barbarigo 
con le sue barche ; ed egli si spinse innanzi con le sue ga- 
lere tanto appresso la bocca, che Genovesi volevan pigliare, 
quanto quelle poterono pel canale fundivo, e non poteva 
andare se non una galera dietro l'altra. E qui Veneziani 
fecero gran battaglia con Genovesi, tirandosi dall'una parte, 
e dall'altra molte bombarde, e verettoni con grandissimo 
strepito ; e quelli di Brondolo bombardavano contra lo ga- 
lere. Al fine fu forza, che Genovesi si ritirassero. Onde il 
Pisani prese la punta di Fosson, e li furono mandate dal 
Doge genti d'arme, e marangoni, i quali all'incontro di. 
Brondolo fecero un forte bastione , che dal Pisani fu for- 
nito di bombarde, e mangani, che di continuo tiravano 
dentro di esso monastero. E si fece un campo in terra ap- 
presso esso bastione con genti d'arme, dei quali era capi- 
tano Giorgio de' Cavalli figliuolo di Giacomo con bella 
gente, e assai balestrieri veneziani. Onde vedendo Geno' 
vesi, che Veneziani si erano fortificati, levarono anch'essi 



TRA VENEZIANI E GENOVESt Si 

un grosso mangano in Brondolo, col quale , e con bale- 
strieri , e con bombarde tiravano contra le galere del Pi- 
sani, e nel campo dal Fossone. E così facevano Veneziani 
contra Genovesi, e molti venivano uccisi dall'una, e l'altra 
parte ; ma più de' Genovesi, che erano in più angusto luogo 
e più pericoloso per le muraglie del monastero, che cade- 
vano loro addosso ; oltre che maggior numero di bom- 
barde era dalla parte de' Veneziani, che maggiormente anco 
gli (fendevano. 

Continuando Genovesi neir animo , che avevano , per 
forza di argani, e ingegni, trassero diciannove galere pel 
canale , che va per sotto il ponte della porta di S. Maria 
dì Chioza, e quelle condussero 1' una dietro 1' altra attra- 
verso le secche, che sono alla Chioza grande alla picciola, 
ed entrate nel canale di S. Caterina le condussero fino ap- 
presso il detto monastero di Brondulo con intenzione di 
condurle fuori del porto. E così messe in punto, e inarbo- 
rate esse galere, avendole coperte di bandiere, si prepara- 
rono alla uscita, la quale se volevano fare, conveniva loro 
andare appresso detto monastero con una galera dietro 
l'altra; e quelle de' Veneziani convenivano uscire del porto 
d'appresso via il suo bastione per andare ad impedir loro 
la uscita ; e ogni poco di fortuna che veniva , Veneziani 
non potevano star fuori alla frontiera ; ma convenivano 
ritirarsi in porto , stando sempre avveduti , e con dubbio 
grande di travaglio. Tra questo mezzo Genovesi, che erano 
in Brondolo, erano di tanto impedimento alle barche, e 
navigli , che portavano vittuaria alle galere veneziane , e 
al loro campo da Fossone 9 che quasi ognuno ricusava di 
andarvi, e così ogni galera , o altro naviglio minore di 
quelli che entrassero o uscissero, era molestata con tiri di 
bombarde, e verettoni tratti per quelli di Brondolo ; onde 
tutti i sopracomiti , e il campo da Fossone avevano deli- 



82 GUERRA DI CHIOGGIÀ 

berato di partirsi con le galere sottili, e abbruciar le gì 
insieme col bastione; e a far ciò li confermava il timore , 
ch'eglino avevano, che il signore di Padova non mettesse 
una notte sul lido del Fossone per la via della Torre nuo- 
va, e delie Bebé , che erano sue, gente condotta con gran 
quantità di barche , cb' egli poteva far venir giù pel canal 
delle Bebé, e dar gran travaglio al detto campo, che aveva 
poca gente d'arme; e medesimamente teme\ano quelli delle 
galere veneziane , perchè vedevano quelle diciannove dei 
nemici cosi ben in punto e fornite appresso il monastero 
predetto che dubitavano molto di esse. 

Era ivi il Pisani con diciassette galere , né più voleva 
dargliene il Doge , il campo del quale medesimamente 
aveva deliberato di partirsi : tanto straccio gli veniva dato 
a quelle galere , e alla bastia con bombarde , e mangani 
per quelli di Chioza, non volendo più aspettare il Zeno 
il che se avesse avuto effetto, saria stata la sua ruina. Ma 
volse Iddio, che il Doge, e il Pisani, mai non vollero con 
sentire a questo , mostrando loro il danno , che ne segui 
rebbe, quando partissero, esortandogli ad aspettare il Zeno 
che saria tosto venuto ; e così s'acquetarono, fintanto che 
piacque a Dio, che egli il primo di gennaro giunse, che se 
non giungeva, senza dubbio aveano deliberato di partire. 
E Dio non volle che Veneziani avessero tanta disgrazia, 
perchè s' eglino partivano , Venezia andava a rischio di 
venire in poter de' Genovesi , e di esser da loro saccheg- 
giata, e distrutta. E mentre eglino stettero sotto Chioza , 
Giacomo de' Cavalli rimase col campo di gente d' arme a 
S. Nicolò di Lido. 

Essendo dunque Veneziani in tanti affanni , giunse il 
primo di gennaro 1380 Carlo Zeno sopra il porto di Ve- 
nezia con galere quattordici ben armate, e di ordine della 
Signoria andò subito a Chioza a ritrovare il Doge, il quale 



«U VENEZIANI E GENOVESI 83 

con tutta P armata ebbe gran consolazione , e lo mandò 
subito con dodici galere a Brondolo a rifrescar quel cam- 
po , cbe era in grande estremità : onde ambiduo i campi 
furono assicurati. E il quinto di dietro giunse una galera, 
cbe gli mandavano quelli d'Arbe, e tre ne sopraggiunsero 
di Gandia ; onde Veneziani vennero ad aver galere cin- 
quantadue, delle quali ne messero a Brondolo trentasei per 
lo sforzo delle galere genovesi, e uomini, che eran ridotti 
lì per uscire di Chioza. Né furono uditi mai tanti gridi , e 
romori di allegrezza, quanti uditi furono per la venuta del 
Zeno; onde all'incontro Genovesi persero le voci, e abbas- 
sarono l'arroganza loro. Ed è da sapere che esso Zeno ve- 
niva con quindici galere, ma una se gli ruppe sopra uno 
scoglio detto la Galiola ; ma però gli uomini, e lo avere si 
salvarono sopra le altre. 

Giunto Carlo Zeno a Brondolo, egli stette fuori del porto 
per entrarvi la sera; ma sopraggiunto da una gran fortuna^ 
ritornò all'armata del Doge con cinque galere, e altre sette 
restarono lì, cioè due alla bocca del porto di dove pote- 
vano Genovesi uscire, e le altre poco lontane; e non volse 
Tadeo Giustiniano, che era capitano di esse, levarsi per 
tornare ancor egli a Chioza, perchè egli e il Zeno non si 
amavano per emulazione, né manco volse entrar dentro a 
persuasione del Pisani ; perchè non si riputava ad onore* 
che egli gli comandasse; però sforzato dalla fortuna scorse 
quella notte col vento in poppa , e la mattina seguente 
andò a ferire sopra Magnavacca, ove una delle sue galere 
diede in terra, e l'altre quattro con fatica si salvarono , e 
medesimamente gli uomini della prima , che si era rotta* 
e parte della roba che vi era sopra. Delle altre due una 
si ruppe nel Lido appresso il bastion de' Veneziani, e scam- 
parono gli uomini , e parte della roba; V. altra con molta 
difacoltà entrò in porto. E così per la detta fortuna Vene- 



84 GUERRA DI CHIOGGIÀ 

ziani persero due galere; e dove si entrava dentro , tutte 
Je galere Genovesi erano di parere di abbandonar Bron- 
dolo, e abbruciar il monastero. E le loro diciannove ga- 
lere vedendo il danno, che ad essa armata era seguito, e che 
parte di essa era partita, presero ardire, e deliberarono 
fortificarsi meglio. Durata la fortuna giorni cinque, l' ultimo 
giunse il Giustiniano a Brondolo con quattro galere. Onde 
Veneziani, cbe le tenevano per perse, si confortarono assai. 
Ed avendo inteso il Doge, cbe per la fortuna le cinque galere 
erano scorse lontano, mandò in soccorso del Pisani Carlo 
Zeno con diciannove galere, il quale entrò per la bocca verso 
il bastione, facendo buona guarda , si quelli delle galere, 
come quelli del campo, per dubitanza cbe Genovesi non gli 
assaltassero la notte con barche, perchè dall' una all' altra 
parte era manco d' un tiro di balestra. E perchè le galere 
veneziane, che erano a Brondolo , parte delle quali tene- 
vano del continuo guardia alla bocca del porto, che guarda 
al monaslerio , per dubbio che i Genovesi non uscissero , 
correvano pericolo assai nell'entrare e uscire per la bocca 
del bastione , il Doge in luogo di quelle cominciò a man- 
dare ogni mattina due galere , che si cambiavano ogni 
giorno; e queste erano bastanti , perchè per la bocca, che 
guardavano, non poteva per la strettezza uscire più che 
una galera: onde quelle due potevano sostenere V impeto 
de' nemici, finche fossero soccorse dal Pisani. Deliberatisi 
Genovesi di prendere una o tutte due, una notte avendo 
benissimo fornite tre galere d' uomini con assai rampego- 
ni, ed edificj , andarono quietamente a ritrovarle, le quali 
veduta la venuta loro, fecero segno al Pisani la trombetta, 
acciocché le soccorresse ; e affrontatisi Giovanni Miani so- 
pracomito della prima con quella che veniva avanti, sba- 
rattò coi suoi tutta la gente di quella; ma quelli delle altre 
due galere saltati su la prima, messero i rampegoni sopra 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 85 

la prua di quella del Miani, e con cavi longhi , che giun- 
gevano in terra, e tutti quelli da Brondolo tirarono le sue 
galere, e la veneziana a Brondolo. E mentre ciò si faceva, 
assai Veneziani si salvarono, nuotando, dall'altra parte; e 
molti anco non potendosi ajutare, convennero annegarsi; 
e ve ne morirono non pochi dair una parte , e dall* altra. 
Ma i Genovesi fecero gran guadagno per essa galera, per- 
chè era molto ricca ; ma 1' altra ritirandosi si salvò. E il 
Pisani, che era stato invitato al soccorso, giunse così tar- 
di, che non potè dargli aiuto alcuno. Così passò questo 
fatto, il quale fu a* Veneziani di gran vergogna , perchè 
oltre che persero la galera, oltre che persero molti uomini, 
e gran roba, che vi era sopra, fra i prigioni , che furono 
fatti, vi era anco Giovanni Miani , che era di essa sopra- 
comito e governatore. 

Questo successe alli cinque di gennaro 1380, da che 
crebbe tanto V animo a' Genovesi, che niente più; e si ri- 
solsero insieme di uscire la metà di loro o per la via di 
Broi-dolo, o per la via di Ghioza, senza timore alcuno dei 
Veneziani, acciocché essa città si potesse mantenere fino 
all'aperta, essendovi dentro poca vittuaria, nel qual tempo 
speravano di ritornar meglio forniti, e di vittuaria, e d'al- 
tre cose necessarie per soccorrerla, e fecero a questo modo. 

Il seguente giorno , che fu alli 6 , uscirono Genovesi di 
Chioza da tremila uomini d' arme con molti balestrieri, e 
con scale, e altre cose necessarie, e andarono fino appresso 
la bastia della Lupa, cbe ancora non era finita, per pren- 
derla. Ma Veneziani avendo mandate alcune galere fuori 
del porto, le quali accostatesi quanto più potevano , veni- 
vano a discoprire i lati della gente genovese , attaccarono 
con loro la battaglia, la qual durò più di due ore; ma 
Genovesi essendo battuti in fronte dalla bastia, e nei fian- 
chi dalle galere con bombarde, e verettoni, che aspramente 



86 GUERRA DI CHIOGGIA 

gli offendevano, dopo avere ancor essi con le loro anni 
offesi i suoi nemici, né potendo più resister , si ritirarono 
in Chioza, lasciate le scale, e gli altri preparamenti , che 
avevano portato seco , essendone restati molti do' suoi 
morti, e molti feriti; e avendo fatto poco danno a' Vene- 
ziani; Né di poi Genovesi ardirono di dargli più alcun as- 
salto. 

Ora innanzi che io seguiti più oltre l'istoria, mi pai 
bene, che essendosi detto di sopra , come mentre Yettor 
Pisani fece il viaggio di Puglia per caricar frumenti, Ve- 
neziani armarono cinque galere di tutto punto , facendone 
di esse capitano Carlo Zeno, dandogli ordine, che egli an- 
dasse nella riviera di Genova per far danni a' Genovesi, 
si scrivano qui il viaggio e i fatti, ch'egli fece, mentre 
slette fuori in corso, le quali cose furono scritte per un 
suo scrivano di galera di giorno in giorno , secondo che 
succedevano , con somma diligenza e fede , e conferiscono 
molto all' istoria , perchè , se egli era molto desiderato , e 
aspettato, per soccorrere all'afflitta patria, era ciò con molta 
ragione, essendo egli capitano molto fortunato, di gran 
giudicio, e di sommo valore, come dalle operazioni da lui 
fatte si può conoscere. Il qual giunse , come si è detto di 
sopra , il primo di gennaro con somma consolazione del 
Doge e di tutta l'armata, che con gran desiderio lo aspet- 
tavano, e di tutto il popolo di Venezia, la cui salute ripu- 
tava dipendere dalla presenza di esso. 

Uscito dunque detto Zeno di Venezia con le cinque ga- 
lere sopraddette meglio armate di quante mai fossero per 
lo innanzi uscite contra Genovesi , navigò primieramente 
per tutto il golfo di Venezia , assicurandolo da ogni so- 
spetto de' nemici , e poi giunto nelle parti della Sicilia, 
ritrovò alcune navi de' Siciliani , Catalani , e d'altri , che 
erano cariche di vittuarie , e di più sorte di grasse , che 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 87 

andavano al viaggio di Genova , e le prese senza molto 
contrasto , e le spogliò delle vittuarie , e levò loro tanta 
quantità di grasse , che gli potessero bastar per le sue ga- 
lere, e il resto fece gettare in mare , dandone però quella 
parte che gli parve ai patroni di esse navi pel loro nolo 
con espresso comandamento fatto loro, che non si lascias- 
sero ritrovar più in que' mari , che gli averia maltrattati , 
e toltogli ogni cosa , averia abbruciato loro anco le navi , 
il qual comandamento , come legge generale anco in altri 
navigli forestieri egli eseguì, perchè quanti altri egli ritrovò 
per la prima volta usò loro misericordia, ma dalla prima 
volta in su , non gliela perdonò , che tutti gli fece abbru- 
ciare , e gettare a fondo. Passato poi piti oltre , e entrato 
nel mare di Genova, ritrovò molti navigli de' Genovesi , 
che andavano e venivano; ma alcuni particolarmente, che 
avevano in Sicilia caricato di molte sorte di mercanzie, e 
se n' andavano verso Genova alla dritta. E perchè questi 
gli erano un pezzo avanti , li seguitò con molta forza , e 
gli aggiunse, e non volendosi essi arrendere, cominciò a 
combattergli , di maniera che dopo lunga battaglia final- 
mente li superò, e vinse. E così venuti in suo potere, tolse 
loro tutte la mercanzie , che furono di molta importanza , 
e fece prigioni tutti gli uomini, che vi erano sopra, i quali 
furono da lui dispensali sopra le sue galere. È vero , che 
dando essi navigli alla riviera' per salvarsi, molti di quelli, 
che vi erano sopra , dierono a Urrà, e fuggendo si salva- 
rono; ma il Zeno ebbe contento, che si salvassero, perchè 
erano mercanti forestieri , che andavano con le loro mer- 
canzie. I Genovesi veramente tutti li fece prigioni. E cos 
lasciati i navigli tutti , e spogliati , e abbandonati , esso 
Zeno li fece abbruciare, e gettare a fondo. 

Mentre che detto Zeno faceva di questi , e d'altri mag- 
giori danni in que' mari, ecco che sopraggiunsero quattro 



&8 GUKRRA DI CHIOGGIA 

galere di Candia , che s* erano partite per accompagnarsi 
con lui , avendo inteso, che egli era in quella riviera ; e 
cosi accompagnate insieme, e scorrendo con grande animo 
per que' luoghi, trovarono una cocca de' Catalani, che ve- 
niva da Modon , carica di molta roha de' Genovesi , sopra 
la quale montati quelli delle galere, trovarono per gli 
quaderni dello scrivano , che di ragione de' Genovesi vi 
erano ventotto halle di panni fiorentini, e quarantacinque 
fardello di tele di Renzo , quattro caratelli di zaffarano , 
stagno, cinavrio e altre merci, in tutto per valore di ducati 
ventimila d'oro. E dappresso questo quelli di Modon anda- 
rono con le loro barche a Sapienzia, e ivi ritrovarono nel 
far del giorno un'allra cocca de' Catalani, e assalitala , la 
presero, e vi trovarono dell'aver de* Genovesi dodici balle 
di panni, zaffarano, argento vivo , e altre cose per valore 
di ducati ottomila; e tolto loro tutto il buono, li lascia- 
rono andare col resto. 

Ancora esse quattro galere di Candia, andando verso la 
riviera di Genova, trovarono in bocca del Faro di Messina 
un' altra cocca di Catalani, e avendola assaltata e presa, 
tolsero di ragione de' Genovesi venticinque balle di panni 
fiorentini , sessanta fardelli di tele di campagna , argento 
vivo, cinavrio, cere, e altre mercanzie, le quali tutte furono 
condotte a Napoli , e vendute, insieme col bottino soprad. 
detto per quarantasei mila ducati d' oro. E questa preda 
ebbero esse quattro galere di Candia. 

Unitesi dunque insieme esse nove galere , il Zeno capi- 
tano se n'andò alla dritta nella riviera di Genova fino a 
Porto Venere, abbruciando , e rovinando tutte quelle con- 
trade , palazzi , casamenti , vignali e giardini. Ed il simile 
fecero alla Specie, dando il guasto a tutto quel golfo fino 
alle mura di Genova. Ed averia esso capitano combattuto 
anco quel luogo della Specie; ma si dubitò di sei galere 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 89 

de' Genovesi, che di continuo lo seguitavano, le quali ave- 
vano miglior remigio delle sue; onde dubitava, che di- 
smontando a combattere , esse galere non gli facessero 
danno; e così lasciò quell'impresa; e fatti quanti danni 
potè a' Genovesi, deliberò di andar verso Tenedo. Onde 
partito di quella riviera , giunse nelle parti di Sicilia , ove 
trovò una cocca di Siciliani carica di frumenti, e altri na- 
vigli carichi di grasse , che andavano a Genova , e tutti li 
cacciò a fondo, eccetto la cocca, la quale mandò così ca- 
rica a Modon , e volse che il patrone Y avesse persa , 
perchè gli era stata due altre volte nelle mani; e cosi la 
fece accompagnare ai suoi uomini, ed egli andò alla dritta 
a Tenedo , dove trovò insieme tutta 1' armata di quello 
contrade, cioè le sue galere, le sei galere di corso, le quali 
avevano fatti grandissimi danni, come scriverò, e le quat- 
tro galere di Micheletto Giustiniano, le quali erano state 
molto tempo innanti ferme a Tenedo ; e furono in tutto 
diciannove. 

li detto Micheletto Giustiniano , essendo in Tenedo con 
le dette quattro galere, talvolta andava fino a Costantino- 
poli, e per tutte quelle contrade non poteva passar navi- 
glio, che non fosse preso da lui , e fra gli altri prese una 
cocca di Napoli per mezzo Tenedo , che andava in Roma- 
nia , sopra la quale vi trovò balle trentasei di panni di 
più sorte, botte cento sessanta di vin greco, alcuni carrat- 
telli di miele, zaffarani ed altre mercanzie minute, e le tolse 
ogni cosa; e questo bottino fu di valore di ducali dician- 
nove mila, senza molti altri bottini d'altri navigli fatti per 
lui, delli quali non fu fatto nota alcuna del loro valore 
né vi furono galere che uscissero queir anno di Venezia , 
che si facessero più ricche di queste. 

Congiunte che furono tutte le predette galere insieme a 
Tenedo, e fra esse essendovi le sei di corso, come di so- 



90 GUERRA DJ GH10GGIA 

pra dicemmo , diremo qui dietro quel che facessero dal 
part r loro di Venezia fino a quest' ora. 

Nel 1379, 10 giugno, partirono di Venezia le prescritte 
sei galere per andare in corso, e contra Genovesi e con- 
tra altri suoi collegati, e giunte a Rimini furono ben ve- 
dute, ove intesero de' Genovesi, e di li passarono in An- 
cona, e poi senza toccare altro luogo andarono alla dritta 
a Modon , ove giunsero ali i 23, e qui spalmarono, e poi 
partirono alli 29 ed alli 3 di luglio trovarono tre navi di 
Catalani, e non dierono loro molestia; ina una nave d'An- 
conitani, perchè gli avevano molto in sospetto, la saccheg- 
giarono di quanto aveva , e gli uomini di essa fuggirono; 
ma poi ritornati mostrarono un salvocondotto della Signo- 
ria di Venezia , pel quale fu loro restituita la nave con 
parte del suo avere, che loro era stato tolto. Partile poi 
di quel luogo alli 4 presero un naviglio di Turchi, i quali 
furono morti, e il legno affondato; ed alli 5 giunsero a Scio, 
e lì trassero di molte bombarde, e poi andarono ai Mu- 
lini, e li bruciarono con una torre , che era a guardia di 
essi, e li guardiani scamparono. Alli 6 furono al capo della 
Mastica, ed ebbero una torre, che era in fortezza, e la bru- 
ciarono, e fecero gran danni in quel luogo di spianar ca- 
sali, e rovinarono gran parte di Mastica ; e alli 10 furono 
a Tenedo, e andarono a Romania alli 14, ove presero una 
cocca di Siciliani carica di sei miara d' allume , che era 
de* Genovesi, e la mandarono cosi carica in Candia e poi 
andarono a Costantinopoli. 

In Costantinopoli era entrato 1' imperator Calojani sei 
giorni avanti , che le dette gaiere giungessero li , il quale 
era l'anima de' Veneziani. 11 figliuolo nominato Andronico, 
che gli aveva tolta la signoria per forza , era fuggito in 
Pera, che era de' Genovesi, ed era tutto d'essi Genovesi ; e 
non potendo l'imperatore ricuperare il castello di Costan- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 91 

tinopoli , dimandò aiuto a quelle sei galere de* Veneziani. 
Erano in esso castello alla sua difesa trecento Genovesi. I 
patroni di dette galere , non volendo mettere a risigo le 
sue persone, non volsero consentire a tal richiesta : onde 
l'imperatore co' suoi figlioli dimandandogli misericordia, 
li pregarono, che volessero aiutarlo, che egli si offeriva di 
chiamarsi vicario della Signoria di Venezia in Costanti- 
nopoli, offerendogli anco altre cose assai. Dalle quali 
umili parole , e preghiere pietose , mossi essi patroni , e 
conoscendo la buona volontà , che avevano quelli delle 
loro galere di combattere, e sentendo tutto quel popolo , 
che gridava: VivaS. Marco, chiamando Veneziani per loro 
signori, e pregandoli di grazia , che li traessero di servitù 
dalle mani de' Genovesi, si messero in punto per combat* 
tere esso castello , il quale era molto forte. E alli 23 di 
luglio fu data la prima battaglia ; ma non si potè avere; 
anzi furono magagnati molti di quelli delle galere : onde 
essi patroni fecero far molte cave ad esso castello con al- 
cuni ingegni, e mantelletti, di modo che si cacciarono sotto 
il muro del castello coi balestrieri delle loro galere , met- 
tendo il muro gran parte in punte. 

Alli 4 d'agosto essi patroni col popolo di Costantinopoli, 
gli dierono la seconda battaglia , avendo cacciato fuoco 
nelle dette punte, che sostentavano il muro , di modo che 
rovinarono per terra tre torri, e una gran parte del muro 
del castello. Onde i Genovesi, che v'erano dentro alla 
guardia , convennero rendersi a patti ; ma altri patti non 
poterono aver , se non salve le persone solamente. E cosi 
le dette sei galere ritornarono esso imperatore nella signo- 
ria di Costantinopoli , e di tutto il suo imperio lì circo- 
stante, salvo che di Stalimene, perchè i detti patroni non 
vollero andar più in là , per non ritardare altri fatii , che 
avevano in animo di fare. 



92 GUERRA DI CBIOOGU 

Stando ancora cosi in Romania le dette sei galere , tro- 
varono due navi di Genovesi, ebe ritornavano dal mar 
Maggiore, cariche di schenali, caviari, cuoi, canape, cere, 
sete, vani e inulte altre mercanzie; ed ebbero di esse navi 
ventolto prigioni genovesi, che furono mandati a Tenedo. 
E appresso di ciò ebbero più navigli de' Greci , ebe torna- 
vano dal mar Maggiore, e altri , ebe vi andavano , e cosi 
nel viaggio di Romania, con robe e mercanzie de' Geno- 
vesi, e furono tutti posti a sacco, e i navigli affondati. E 
tenne lo assedio per acqua sopra Fera, e per lena il turco 
le teneva campo dintorno, perché era in lega coir impera- 
tor di Costantinopoli Calojani ; e avevano due mangani 
appresso; e V imperatore teneva lì tutto il suo sforzo per 
acqua, e mai non mancavano due , o quattro galere dei 
Veneziani, ebe stanziavano a Tenedo , che non fossero in 
aiuto dell' imperatore. E cosi fu condotta Pera in gran 
necessitade, e fame, la quale è posta per mezzo Costanti- 
nopoli, che non vi è se non un canale di mezzo largo da 
due balestrate. 

Alli 9 d'agosto di detto anno 1379, partirono da Costan. 
tinopoli le dette sei galere da corso , e lasciarono Miche- 
letto Giustiniano con quattro galere , il quale era giunto 
li; e alli 2 andarono a Tenedo, e alli 24 giunse Carlo Zeno 
con nove galere , e alli 25 il Giustiniano con le sue quat- 
tro, e alli 30 giunse per mezzo Tenedo un' altra cocca di 
Napolitani, che tornava da mar Maggiore, dalla quale tutte 
le dette galere ebbero qualche avere de' Genovesi ; ed erano 
tutte dette galere in tutto diciannove che si trovarono es- 
sere giunte li. 

Alli 11 settembre partirono da Tenedo quindici galere gui- 
date da Carlo Zeno, e galere undici furono mandate a Co- 
stantinopoli in aiuto dell' imperatore , sotto il governo di 
Bertuzzi Pisani, e una mudazza di Candia; e nel viaggio esse 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 93 

galere si presentarono ad un castello detto Saumadrucchi, 
che è appresso Tenedo per scaramuzzare, il quale era dei 
Turchi; e scaramuzzandosi fu ferito detto Bertuzzi Pisani 
di una f rezza, e morì subito, il quale era fratello di Vettor 
Pisani. Ma le galere non restarono di fare il suo viaggio , 
e due altre restarono a Tenedo. E alli 8 giunsero le quin- 
dici del Zeno a Rodi, e alli li partironsi di li, e alli 14 
trovarono sopra Castel Rullo due galere Provenzali, sopra 
le quali trovarono dell'avere de' Genovesi mercanzie di più 
sorte per valore di ducali trenta mila , e andarono in Fa- 
magosta , e presero un legno d'Asapi , e una nave de' Ge- 
novesi carica di frumenti, e fecero sopra quella ventidue 
prigioni, coi quali ne furono riscattati altrettanti veneziani 
che erano prigioni in Famagosta, ritenuti per Genovesi. E 
oltra ciò presero anco un'altra cocca de' Genovesi a Scan- 
deloro , la quale era carica di saponi , e d'altre robe e la 
mandarono a discaricare a Cerines , per caricar poi di 
polvere di zuccaro a nome della compagnia di esse galere, 
per andar poi in Candia , o a Modon a discaricare. E in 
quel tempo il re di Cipro abitava in Cerines, e faceva 
guerra con Genovesi, che gli avevano tolto Famagosta. 

Partite esse quindici galere da Cerines , giunsero a Ba- 
ruti alli 25 e quel giorno incalzarono una cocca di Geno- 
vesi, che era partita di li carica di pevere minuto, e quella 
convennero lasciar per fortuna di mare, che era con gran 
vento; e andarono a Baruti alli 27, e fecero caricare una 
cocca siciliana di seicento miara di specie di suo avere, q 
quale era in damasco , e la mandarono a discaricare in 
Candia. 

Si partirono poi di lì con una galera di Candia, che 
andò per quelle, dicendo che dovesser' esser presto a Ve- 
nezia; e fornitesi di biscotti a Rodi , ove giunsero alli 17 
ottobre, vi trovarono la cocca Bichignana de* Genovesi, la 



94 GUKRIW HI CHIOGGIA 

quale era la maggiore , e la più ricca, che in quel tempo 
andasse per mare; la qual per tema di quelle altre galere, 
Che si aspettavano , oltra le tre che erano giunte per tor 
biscotti , discaricò In Rodi del suo avere per ducati di- 
ciotto mila e subilo parti per Turchia, ne quelle tre eb- 
bero ardire di assaltarla , perche sopra vi erano 800 com- 
battitori, ed era di tre coperte, tutta incorati di fuori via, 
e pareva a vedere un castello. E subito partita, giunsero 
le galere di Carlo Zeno nel porto di Rodi , il quale inh-n. 
derido, quanta fosse la fortezza di detta cocca, e quanta la 
ricchezza, che ella aveva sopra, deliberato-i di prenderla, 
per maggior sicurezza de' suoi tolse una cocca di Catelani, 
che era in esso porto , contra il voler del patrone di chi 
ella era, e messe suso ducento combattitori, e con essa 
cocca, e con tutte le sue galere segui quella gran cocca 
de' Genovesi per un dì e una notte; e aggiuntala, che per 
poco vento la non aveva potuto allontanarsi molto, la as- 
saltò, e il seguente di le diede tre battaglie ordinate con 
la detta cocca, e con le sue galere, e accostandosele la sua 
galera , le bruciò le vele. Il che veduto da' Genovesi , co- 
minciarono a perdersi, e non seppero far resistenza alcuna, 
tenendosi per prigioni ; e così se gli resero. Onde quelli 
del Zeno vi montarono sopra, e fecero duecentotrentadue 
prigioni, de' quali ne erano centosessanta mercanti, tutti 
notabili uomini, ai quali vi fu portato rispetto , nò si usò 
loro crudeltà alcuna, perchè in tutta 1' armata veneziana 
in quella battaglia , che al principio si fece , non vi fu 
morto se non un uomo da remo ; sessanta furono feriti , 
ma senza pericolo ; e restò ferito anco Carlo Zeno nella 
faccia, e d'una pietra nel piede sinistro, ma egli guari. E 
de' Genovesi si trovarono morti su la cocca ventiquattro 
uomini da verettoni , e bombarde. Del resto vi erano fra 
que' mercanti, i quali furono ben trattati da' Fiorentini , e 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 95 

anco alcuni gentiluomini Gipriotti, che venivano portati per 
cambio di certi Genovesi che erano prigioni in Cipro , i 
quali furono licenziati in Rodi, ove condussero la detta 
cocca Bichignana. E furono ritenuti i Genovesi, e licenziati 
i mercanti Fiorentini, ai quali furono dati per ciascuno di 
dono ducati cento acciò potessero ritornar nelle loro con- 
trade ; e furono lasciati , vestiti di dosso molto onorata- 
mente. Condotta che fu quella cocca ricchissima in Rodi, 
il Zeno tolse a nolo tre cocche di Rodiotti , e le caricò 
tutte, e insieme anco una nave del resto di tutte le mer- 
canzie, che si erano trovate sopra di quella, e specie, e 
panni, e oro, e argento ; e il tutto mandò in Candia per 
far bottino, e della roberia della detta cocca fu venduto, e 
cavato per quelli delle galere in Rodi per più di ottanta 
mila ducati d' oro, le quali cose furono vendute per la metà 
manco di quello, che valevano. E non è meraviglia, se fu- 
rono caricate tre cocche, e una nave del carico di quella, 
perché essa Bichignana fu il maggiore, e il più bel navi- 
glio, che fosse mai veduto in quelli mari. 

E il valor di quelle mercanzie, che si trovarono sopra 
essa cocca per li quaderni istessi tenuti dalli scrivani, era 
di più di ducati cinquecento mila. E di esso bottino si fece 
ricco sopra le galere così il grande, come il picciolo. Que- 
sta finalmente discaricata nel porto di Rodi , fu poi ab- 
bruciata con tanto piombo , e altre cose di valore , che 
erano in fondo per savorna, che valevano molti centinara 
di ducati. E per tal modo fu distrutto il gran tesoro dei 
Genovesi ; e poi fu sequestrato per lo Zeno appresso il 
gran maestro di Rodi il valore di ducali diciotto mila 
d* oro per le mercanzie discaricate da quella cocca, dopo 
giunte le tre galere di Rodi , dicendo come Genovesi le 
discaricarono dopo vedute le tre galere, che andarono pri- 
ma per paura dell* armata sua che veniva, e che le dette 



96 GUERRA DI CHlOGGtA 

cose erano state sue, e di sua preda. Onde il detto mae- 
stro di Rodi si fece segurtà, e principale pagatore di detta 
roba, contentandosi, che la Signoria di Venezia fosse giu- 
dice di questo, e che di ciò fosse fatta carta per mano di 
notajo. 

Alli 30 d' ottobre partì da Rodi Carlo Zeno con la sua 
armata, e alli 8 di novembre giunse in Gandia, e li spalmò 
e furono tratti danari del bottino della Bichignana, che era 
giunto lì, come si è detto di sopra, e compartì quello, per 
modo che toccarono ducati venti per cadaun uomo da 
remo , e ducati quaranta per ciascun balestriero , i quali 
tutti riceverono essi denari, riservando loro le sue ragioni 
nell' avanzo, che restava. E si messero tutti all'ordine per 
venire a Venezia per soccorrerla, sapendo, che era asse- 
diata da' Genovesi, che le avevano tolta Chioza, e che ella 
stava a mal partito, e a cattiva condizione ; e la galera, 
che lì portò la nova, fu la predetta, della quale era patrone 
Marco Moresini. Alli 2 dicembre partì di Candia Carlo Zeno 
con dodici galere ben armate, e giunse a Modon alli 8 e 
lasciò ordine in Candia a quattro altre sue galere, che do- 
vevano partirsi alli 5, che lo seguitassero quanto prima , e 
che levassero alquanti uomini, che gli mancavano. Giunto 
a Modon, si trattenne alquanti giorni, fin tanto che fece 
dare spacciamento a tre galere, che erano lì, e le fece ar- 
mare di tutto punto. Ed alli 17 partì da Modon con quin- 
dici galere ben armate, e uno galladello, e venne alla dritta 
per la Schiavonia dentro via, non sapendo novella certa, 
ne ferma, come stessero Genovesi ; e venendo fece alcuni 
danni di barcuzzi per quella riviera, e fece diversi prigioni 
e da quelli fu avvisato, che tutte le galere de' Schiavoni, 
Je quali dovevano andare a Chioza a congiungersi con 
quelle de' Genovesi, avevano disarmato, e che restarono 
di andarvi per avere inteso, e saputo di certo, che Vene- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 97 

ziani avevano serrato Genovesi in Ghioza. Ancora seppe 
esso Zeno, come tre galere di Schiavoni, che andavano a 
Chioza a portar vittuaria a* Genovesi, non sapendo che 
Veneziani gli avessero messo campo attorno, andarono a 
risigo, e corsero a gran pericolo di esser prese dalle ga- 
lere de' Veneziani, che erano lì dintorno Ghioza, e per gli 
luoghi circonvicini ; ma accortisi di ciò, che poteva loro 
intervenire , scamparono , e si salvarono , riducendosi a 
Zara, che era in potere de' Genovesi. E perchè il Zeno de- 
siderava di esser presto a Venezia , non volse presentar 
T armata a Zara, siccome egli aveva in pensiero, ma venne 
alla distesa, passando alli 29 del mese il Quarner per ve- 
nire al suo viaggio. 

Ma nota, che quando egli fu in Quarner, si levò una 
grande fortuna, che lo travagliò molto, di sorte che l'ebbe 
fatica a salvarsi; pur non potè scapparla tanto, che non 
se gli perdesse una galera, che si chiamava la Galiola, la 
quale a rinforzamento del vento fu spinta in un scoglio, 
e si ruppe sotto acqua, onde molti uomini d' essa si an- 
negarono, e molti si salvarono, i quali coi loro arnesi, e 
con quanto poterono scampare, furono salvati sopra le al- 
tre. E perchè non si potè riscattar la galera , essa fu ab- 
bruciata. E il restante dell* armata , poi che cessò la for- 
tuna, la mattina seguente giunse sana e salva in porto a 
Parenzo. 

La notte poi del 30 di detto mese, che fu l'ultimo di no- 
vembre, il detto Cario Zeno partitosi da Parenzo con quat- 
tordici galere giunse il primo di gennajo 1380 la mattina a 
buon' ora sopra il porto di Venezia : onde intesa la sua ve- 
nuta , ebbe comandamento dalia Signoria di andar subito 
con le sue galere a Chioza, e di appresentarsi al Doge, li 
che avendo fatto, diede universale soddisfazione a tutta la 
città, e fece star di buona voglia l'armata, la qual pareva 

7 



G8 GUERRA DI CHIOGGIÀ 

che senza di lui fosse mezza perduta. E questo è il fine di 
quanto operò il Zeno, mentre stette fuori in corso, per dan- 
neggiare i Genovesi nella loro riviera, e mari, come è pre- 
detto. 

Ma per ritornare al fatto de' Genove&i , nel medesimo 
giorno, che eglino combatterono alla bastia, la loro armata, 
che era a Brondolo, volse uscire per forza del porto ; ri! a 
il Pisani, e il Zeno con le loro galere se le opposero , ti- 
randole contra molte bombarde, e balestrate, onde essi 
non poterono sboccare, e convennero per forza ritirarsi : e 
questo, perchè le loro galere non potevano uscire, se non 
ad una ad una, e una dietro 1' altra ; ma Veneziani tene- 
vano tutte le sue in schiera alla uscita, avendo fondo as- 
sai, e il mare a porto. E così essendosi feriti molti dal- 
l' una parte, e dall' altra, tutti si ritirarono ai loro luoghi. 

Dopo questo il Doge messe meglio in punto l'uno e l'al- 
tro suo cnmpo, e quasi di continuo le sue galere tiravano 
dentro in Ghioza, e quelli di Chioza tiravano nelle galere, 
e cosi spesso tra loro scaramuzzavano, siccome anco quelli 
della bastia con que' Genovesi, che abitavano in Chioza 
piccola, i quali stavano in fortezza in una chiesa e in un 
campanile di quel luogo. 

Ora considerando il Doge con quanta difficoltà si guar- 
dava la bocca del porto di Brondolo, fece affondar nella 
bocca, di dove potevano uscire Genovesi, due galere im- 
brandate, fatte condur da Venezia, e messe grosse catene 
di ferro dall' una all' altra. E se ben* Genovesi fecero ogni 
possibile resistenza, non vi fu modo di proibirgli, che non 
facessero il voler loro, lasciando in guardia della serraglia 
cinque galere guidate da Franceschino dalle Boccole. 

Le galere veneziane, che facevano la guardia a Bron- 
dolo, erano divise in questo modo. Vettore Pisani stava a 
^f? Biasio attraverso il canale, che si chiama l'Andito, che 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 99 

va a Chioza, con cinque galere, e cinque stavano nel ca- 
nale, che va alle Bebé ; e queste stavano slegate per soc- 
correre, ove facesse bisogno. Nel canale del Becco stava il 
Zeno con galere sette e nella conca di fuora Francescano 
dalie Boccole con cinque. E pel Pisani era dato questo or- 
dine, cbe ogni sera, quando tramontava il sole, tutte le ga- 
lere si tirassero appresso Brondolo, e tutta la notte stes- 
sero armate in buona guardia con barche armate in scorta 
con uomini d' arme', fra' quali v' era Marco Avogaro , e 
altri Trivisani, il quale Avogaro s' infermò, e morì, e fu 
mandato il suo corpo a Treviso. 

In quel medesimo anno fu finito il castello di Pieve di 
Sacco, che 1' anno precedente si era principiato di ordine 
del Carrarese signore di Padova. 

Nel detto mese di gennaio si messe un gran corrente di 
acqua nel porto di Brondolo, che spinse la galera del Zeno 
non ostante cavi, e i ferri storti, a dare in secca nel mezzo del 
porto, onde Genovesi subito corsero ai palischermi, tirando 
con balestre e con bombarde ad essa galera ; e se ben essa 
valorosamente si difendeva , senza dubbio non poteva re- 
sistere, se non fosse stata soccorsa dalle altre, che la tras- 
sero fuora di quella secca ; pure quando si dubitava, che 
restasse presa, fu salvata. E in questa battaglia molti ne 
morirono, e assai restarono feriti, fra' quali il Zeno ebbe 
una ferita d' un verettone nella gola , e fu a pericolo di 
morte ; ma per grazia di Dio in pochi giorni fu risanato. 

Nel fine del predetto mese uscì del campo da Fosson Gia- 
como da Medicina con grossa fanteria, e andò per terra a 
Loredo, ove furono mandate anco tre galere, e datogli in 
pochi giorni più battaglie, né possendo alle bombarde re- 
sistere, si rese, salvo r avere , e le persone ; e ciò fu alli 
21 del detto mese. Avuto questo luogo, si attese a fortifi- 
carlo meglio, e presidiarlo ben di gente, e il medesimo si 



100 GUERRA DI ClHOGf.iA 

fece della torre nova, che è su quel viaggio, la quale stata 
arsa non si guardava ; e quando si ottenne fu ottenuta per 
due grosse bombarde, V una detta la Trevisana, che fi- 
lava pietre di peso di libre cento novantacinque, V altra 
detta la Vittoria, ebe ne gettava di peso di libre cento qua- 
ranta. 

Alli 22 nel campo da Fosson fu scaricata la bombarda 
grossa, la qual diede nel campanile di Brondolo e gotto 
giù in terra un gran pezzo di muro, le pietre del quale per- 
cossero, e ammazzarono il Doria generale de' Genovesi, e 
un suo nipote, i quali con grandissimi pianti, e con dolor 
universale de' Genovesi furono portati in Chioza grande, e 
salati per portare a Genova. E alli 23 l' istessa bombarda 
gettò giù un gran pezzo di muro in detto campanile , che 
ammazzò altri ventidue uomini. Ed era solito de' Veneziani 
caricar le bombarde la sera, e così i mangani, e nell'alba 
gli scaricavano contra il detto monastero ; e continuan- 
dosi a scaricar le due bombarde grosse soprascritte, gran 
parte di esso monastero si spianava , e assai uomini di 
quelli di dentro restavano morti. E così facevano Genovesi 
contra quelli del campo, e delle galere, né potevano uscir 
del porto galere, ne altri navigli da vittuaria, ebe non fos- 
sero da loro guasti; e così avveniva neir entrare, traendo 
sempre le bombarde, e le balestre, che offendevano assai 
di quelli, che vi erano sopra. 

In molte parti erano giunti gli avvisi, e massime in Lom- 
bardia, che Veneziani tenevano assediati Genovesi in Chioza. 
Onde dalla Marca, dalla Romagna, e da altri luoghi, co- 
minciarono ad andare a Venezia frumenti, vini, e altre vit- 
tuarie in grandissima quantità : il che fu di grande ajuto, 
perchè era gran carestia, e il frumento valeva lire quindici 
lo staro, il vino lire dieci la quarta, il formaggio, e la carne 
calata soldi nove la libbra. E peggio anco la saria andata, 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 10Ì 

se da Treviso non fosse venuto ajuto di farine , che nel 
Sile si macinavano, non vi essendo altro luogo da poter 
macinare, e dal Trevisano qualche quantità di bestiame 
grosso. 

Essendo così serrati Genovesi da due bande, non resta- 
vano di venir da Padova molte barche o di nascosto o con 
le colme d' acqua che portavano loro munizioni, e vittua- 
ria. E Veneziani pel molto da fare che avevano a tener in 
punto, e ben ordinate le lor genti d' arme, non potevano 
attendere per tutto, e resistere dove faceva bisogno ; pure 
guardavano molti di quei canali, che vanno verso Padova 
di dove venivano a' Genovesi bombarde, polvere, e veret- 
toni, oltre assai vittuaria. E continuò tal soccorso , finché 
Genovesi perdettero Brondolu, nel qual tempo furono poi 
serrati loro i passi. Ma la principal cura de' Veneziani era 
a tener serrate le barche da Ghioza, acciò che Genovesi non 
uscissero fuori, e che le vittuarie potessero andare a Ve- 
nezia ; e tenevano questa diligente guardia, sperando, che 
al fine Genovesi consumassero la lor vittuaria : il che pen- 
savano dover tosto avvenire , perchè dentro in Chioza vi 
erano da sedici mila persone, tra quali dieci mila uomini 
d' arme. 

Nel mese di febbraio giunsero nel campo de' Veneziani 
cinque mila persone tra fanti, e cavalli, i quali erano stati 
assoldati in Ferrara, tra le quali v* era la nobile compa- 
gnia della stella guidata da Cecco degli Ordelaffi signore 
di Forlì, e Cecco inglese capitano di oltramontani valo- 
rosissimo guerriero. 

Desiderando papa Urbano di veder pace tra' Veneziani, 
e il signor di Padova, mandò per ambasciatore a Venezia 
un cardinale, il quale esortandogli a pacificarsi, il signore 
di Padova gli rispose d' esser contento, se «osi piacesse al 
re d' Ungheria ; e Veneziani parimente di ciò si contenta- 



102 GUERRA DI CHIOGGIA 

rono. Onde esso cardinale scrisse al re V ordine e la vo- 
lontà del papa, che pel bene d' Italia desiderava d' intro- 
mettersi in questa pace. 

In luogo di Pietro Doria Genovesi elessero per loro ca- 
pitano generale Napoleone Grimaldi , il quale accettato il 
carico , ridusse ogni suo sforzo a Brondolo per uscir da 
quella parte, lasciando gente in Chioza per sua difesa: né 
dalla parte, dove era il Doge , accadeva in ciò fare alcun 
tentativo, perchè quel porto era benissimo serrato con coc- 
che, eguardato da bastie, e oltra di ciò vi erano quattordici 
galere, e molte barche alla guarda, si che non occorreva 
che tentasse la uscita per quella via. Vedendo anco Ge- 
novesi , che pel porto di Brondolo non potevano uscire , 
cominciarono a fare una fossa poco lontano dal monastero 
che cominciava nel canale di S. Catterina dove avevano 
le lor galere , e traversava il lido di Brondolo , e doveva 
finire alla marina, la qual fossa era molto grande , e ben 
fondata; e facevano pensiero di uscire per quella in tempo 
di notte, subito che l'avessero finita ; e a mezzo di essa 
fecero un grosso bastione per difesa. Avevano in oltre pa- 
gate le ciurme delle diciannove galere, che ivi erano, per 
due mesi, e con esse facevano pensiero di andare a Zara, 
e di lì poi scorrere fino a Venezia per levarle la vittuaria; 
e perciò usavano ogni diligenza per finire tal fossa. Le al- 
tre galere erano tutte a Chioza, e con queste ascendevano 
al numero di quarantotto gli uomini delle quali stavano 
alla difesa di Chioza. 

Da questo nuovo lavoro de' Genovesi mossi Veneziani , 
non vollero aspettare, che la fossa finissero, perchè se per 
essa usciti fossero, molto danno loro si apportava, e di 
più il monastero predetto veniva a restare in isola, onde 
per terra non vi si averia potuto andare. Però deliberati 
d'impedire questo lavoro, unirono il campo, che avevano 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 103 

a Brondolo con l'altro, che tenevano alla Lova , con in- 
tenzione di combatter Brondolo per terra, e con le galere, 
che avevano in quel porto , combatterlo per acqua. E a 
questo anco erano astretti per unir le loro forze insieme, 
e serrar del tutto i passi a Ghioza. Era Brondolo lontano 
dalla città due miglia, e stando li parte della gente, era di 
grande incomodo ; ma sì unì con l'altra del Lido di Pa- 
lestina, e tra loro si fece gran battaglia , cioè tra oltra- 
montani e italiani, i quali oltramontani ebbero la peggiore, 
perchè erano manco di numero ; ma alfine furono acque- 
tati e pacificati. Onde veduta dal Doge buona disposizione 
della sua genie e apparecchiata per combattere (se ben si 
aspettava Giovanni Aucuto, che doveva esser capitano ge- 
nerale delle genti da terra) considerando , che non biso- 
gnava metter tempo di mezzo pel pericolo, che la fossa 
non si finisse , si risolse di combattere Brondolo. E fatto 
capitano di questa impresa Carlo Zeno, ordinò al Pisani , 
che la notte precedente alli 19 si partisse dalle sue poste , 
e andasse nel canal del Becco appresso la bastia di Fos- 
son ; e così andò con tutte le galere, che aveva, che erano 
trentasei, il qual vi andò, e ordinò , che come vedessero 
che la gente d'arme fosse giunta sul fosso , se si facesse 
segno con fumo, o con trombette , dovessero seguirlo per 
assaltar Brondolo. Ma Iddio provide, che Veneziani, come 
di sotto si dirà, lo ebbero senza colpo di spada, dove che 
a torlo per forza vi sarian morti assaissimi dall'una parte 
e dall'altra. 

Alli 19 avanti giorno uscì la gente de' Veneziani della ba- 
stia della Lova, per andare a combattere Brondolo ; ma 
dopo usciti fecero altra deliberazione, e fu che assaltarono 
un campami forte, che era in Chioza piccola, e unbelfredo, 
che era in capo del ponte di quella, molto ben fornito , e 
questo fecero acciocché Genovesi, che erano in Chioza, non 



lO* GUERRA DI CHIOGGIA 

gli assaltassero , mentre combattevano Brondolo. Era la 
gente della Signoria sei mila soldati in tutto ; e fatte cin- 
que schiere, assaltarono il detto campanile ; e quelli , che 
erano dentro, difendendosi valorosamente da mezza terza 
lino a nona, fecero quanto poterono ; ma di dieciotto che 
erano dentro, quattordici ne restarono feriti. E pure insi- 
stendo Veneziani nell'assalto, mandarono a pigliar picchi, 
e altri ingegni per tagliare esso campanile, e intanto ripo- 
sarono. 

Genovesi in questo mezzo si messero in punto, e man- 
darono a dire a quelli di Brondolo, che uscissero fuori la- 
sciando ivi alla guardia tanti , che bastassero e venissero 
contra Veneziani e come fossero propinqui a quelli , essi 
uscirebbono tutti, e da due parti assalterebbono Veneziani 
in Chioza piccola, e così uscirono di Brondolo Gno mille 
cinquecento soldati genovesi ben armati con buone bale- 
stre, e assai bandiere; e visti per Genovesi, che erano in 
Chioza grande, essere vicini alla picciola, ed erano da otto 
mila uomini d'arme : Veneziani vedendoli venire, si prepa- 
rarono ; e passati che furono da Chioza prande pel ponte 
che va a Chioza piccola, circa due mila, si discopersero , 
che erano dietro certi monti in Chioza piccola , mettendo 
i balestrieri avanti con gli oltramontani ; e molti da ca- 
vallo andarono contra quelli di Brondolo ; e tirandosi da 
ambe le parti assaissimi verettoni, e giungendo del conti- 
nuo di quelli da Chicza grande , Veneziani preso grande 
animo caricarono di modo addosso Genovesi, che ruppero 
quelli di Brondolo, e ne uccisero molti , e assaissimi fe- 
cero prigioni, e non pochi si annegarono, i guali si get- 
tarono all'acqua, passando il canal di S. Gatterina per an- 
dare a Chioza ; e alcuni scamparono su per le secche , e 
né pur uno ritornò a Brondolo , perchè i cavalli tolsero 
Loro la via. Ritirandosi anco verso il ponte quelli di Chioza 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 405 

grande, furono incalzali , e fuggendo con molta furia per 
sopra di esso, crebbero in tanto numero, cbe pel gran peso 
il ponte crepò nel mezzo, dove era il fondo grande del ca- 
nale di S. C.atterina e ne rimasero più di mille oltra il 
ponte, che furono parte morti, e parte presi, e molti che si 
gettarono all'acqua con Tarme per passare, parte si anne- 
garono, ed erano feriti, e morti con le pietre. E così quelli 
che si trovarono sul ponte, quando si scavezzò, tutti an- 
darono a fondo pel carico delle arme , che avevano in 
dosso , e se alcuno scappava oltra il canale, subito usciti 
dell'acqua erano morti dai verettoni. 

Era in capo del detto ponte verso Chioza piccola un 
forte Belfredo con un ponte levadore, sopra il quale erano 
molti Genovesi, che gran difesa facevano; ma al fine si re- 
sero, e furono fatti prigioni, tra' quali vi fu il capitano del 
signore di Padova ; e molti anco furono trovati annegati , 
di maniera che perirono da mille persone. E se il ponte 
non si rompeva, Veneziani entravano in Chioza in com- 
pagnia di quelli, che fuggivano, e la ricuperavano, nel modo 
che prima la perdettero. E vedendo quelli del Campanile, 
che il Belfredo era perduto , si resero, salva la vita, ma 
però restarono prigioni. E Veneziani messero in maggior 
fortezza esso Belfredo, e gli fecero appresso un forte ba- 
stione, quale fornirono di molte artiglierie , che tiravano 
per Chioza grande. E chi avesse voluto un* armatura per 
un ducato, ne averia avuto quante ne avesse voluto. 

Veneziani, avuta tal vittoria , si ritirarono alla loro ba- 
stia in parte ; ma per lo più si accamparono a Chioza 
piccola con animo di andar la mattina a combattere Bron- 
dolo. E Genovesi p< r tema della rotta avuta, parte di loro 
con alcuni padovani partirono da Chioza , e per la via di 
mulini , e per altre vie (perchè ancora non erano serrati i 
passi) andarono a Padova. 



Ì06 GUERRA DI CHIOCCIA 

Avendo sentito quelli di Brondolo, che i suoi erano stati 
rotti in Chioza piccola, dubitandosi di quello, che sarebbe 
loro intervenuto, mandarono la notte seguente le sue bom- 
barde, e tutte le cose loro più care a Chioza ; e il lunedi, 
due ore innanzi giorno, rnessero fuoco nel monastero, e in 
dodici galere loro, perchè lo avanzo era ridotto a Chioza ; 
ed essi andarono parte a Padova, e parte a Chioza, e cosi 
si messe fuoco nei mangani , e ogni altro edificio. E av- 
vedutosi di ciò il Pisani , con le sue galere andò a Bron- 
dolo, e trovò che Genovesi avevano sgombrato, e salvò due 
delle galere, che si bruciavano, ed ebbe molti burchj, bar- 
che, e altre cose lasciate per la pressa. E così Genovesi 
abbandonarono Brondolo, e il bastione, che avevano fatto 
al mezzo della fossa, e il tutto ebbero Veneziani senza al- 
cun loro pericolo; e di ciò la Signoria ne ricevè grande al- 
legrezza. E tutto questo fu fatto un dì , e una notte. Il 
giorno medesimo , che fu ahi 20 febraro , il Pisani mandò 
ai mulini di Chioza, dove erano galere dieci ben in punto 
per guarda di essi, le quali essendo assaltate da lui , gli 
uomini si gettarono all'acqua senza far testa, ed erano poco 
lontani da terra, e questo segui pel timore , che avevano 
per la rotta, che avevano avuto i suoi da Chioza. Pochi 
fur presi, e molti si annegarono. E cosi le barche, e i Pa- 
lischermi del Pisani presero le dette galere fornite d'arme, 
e di bombarde, e d'altre cose necessarie, e le condussero 
a Venezia, e ne' suoi campi. E tutte queste cose si fecero 
nel medesimo giorno. 

Carlo Zeno in esecuzione dell'ordine datogli dalla Signo* 
ria messe campo alla porta di Chioza grande, che riguarda 
verso Brondolo appresso S. Maria , e fece fare un largo 
fosso , che traversava davanti la detta porta con grosse 
sbarre, e una bastia per ridutto con molte bombarde e 
levò un mangano, che gettava dì e notte gran sassi dentro 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 107 

della città, rompendo le case e ammazzando gli uomini. E 
il simile facevano Genovesi a quelli di fuori; e per opi- 
nione comune Veneziani avertano allora presa Chioza , se 
subito l'avessero combattuta ; ma non si arriscbiarono di 
farlo. Onde quelli di lenirò presero animo, e cominciarono 
a fortificarsi meglio, sperando di aver presto soccorso da 
Genova , e da Padova; e cominciarono a distribuire il 
pane, e il vino, e ogni altra vittuaria a tanto per testa. E 
mandarono fuori tutte le femine, e i putti, i quali furono 
ricevuti dal Doge per pietà, e mandati a Venezia, e da ciò 
fu chiaramente conosciuto, in quanto bisogno di vittuarie 
erano i Genovesi. Onde per ridurli più presto al fine, Ve- 
neziani serrarono tutti i passi verso Padova , e tra questi 
quello de' mulini, e del canale dell'Aceto, sperando con tal 
mezzo fare, che non andassero più da Chioza a Padova 
né lettere, né roba, e che Genovesi non potendo uscire 
dalla città consumassero più tosto le viltuarie. In somma 
Genovesi furono ridotti a tal ristretta, che molti si sariano 
partiti, se avessero potuto. Oltra le altre provisioni Vene- 
ziani messero ancora in maggior fortezza il porto di Bron- 
dolo, facendo spianare il monastero e facendo fare in esso 
luogo un grosso piede di torre fornito di bombarde , e di 
altre munizioni. D'altra parte del porto, ove era il bastione 
fecero fare un castello di pietra fortissimo fornito di mu- 
nizioni, come la torre ; e in mezzo il porto ne* canali fe- 
cero affondare alcune galere con grosse catene attraverso 
il porto, e fornirono il tutto di gente da difesa ; e tutto ciò 
fu fatto in manco d'un mese. E accomodate che furono 
le cose in questo modo, il Pisani con tutte le sue galere 
si ridusse in compagnia del doge ; e il campo del Zeno 
stava in bell'ordine, e con grande guardia; e qui comin- 
ciò il grande assedio di Chioza. 
Mentre che la guerra durava intorno Chioza, non restava 



108 GUERRA DI CHIOGGIA 

il signore di Padova di guerreggiare anch' egli per terra, 
stringendo con le sue genti il Trevigiano. E Simone Lupo 
suo capitano generale aveva messo il campo attorno Tre- 
viso, al quale esso signore mandò vittuarie, e munizioni ; 
e ciò fu alli 24 d'aprile 1380. 

La comunità di Genova avendo inteso, che Veneziani 
avevano messo il suo campo attorno Chioza, e la tenevano 
assediata, armarono quante galere poterono per dar soc- 
corso a' suoi Genovesi. E così anco il signore di Padova 
fece ogni suo sforzo in armar quante barche , ganzaruoli , 
e altri navigli che potè, aspettando che Genovesi giunges- 
sero con le sue galere per poter andare ancora lui al soc- 
corso di Chioza. 

All'incontro la Signoria di Venezia intendendo il gran 
sforzo, che insieme facevano Genovesi, e il Signore di Pa- 
dova per soccorrere Chioza, fece far subito un altro for- 
tissimo bastione dall' altro lato del porto di Chioza per 
mezzo la sua bastia con forti catene attraverso detto porto 
e con molte palate di fuori via per più sicurtà di esso. 
E queste fortezze furono benissimo fornite di bombarde, e 
balestrieri, e dentro di esso porto stava il Doge col Pisani 
con più di quaranta galere ben'armate per ridurre Chioza 
al fine. E per essere ben forniti di frumenti, e di altra vit- 
tuaria, mandarono Tadeo Giustiniano a Manfredonia con 
dodici galere per caricar frumenti, accompagnando le navi 
grosse, che andavano a quel viaggio per far esso carico. 
E giunto il Doge a Grado con picciola battaglia lo ricuperò 
e furono presi molti Furlani, che lo guardavano, e man- 
dati a Venezia; e vi fu mandato per rettore in quel luogo 
Catterino d'Armaro con buona compagnia di soldati per 
guarda. E giunto esso Giustiniano con le galere, e navi 
in Manfredonia, intese che le galere de' Genovesi erano in 
quelle parti ; onde caricate alcune navi, le mandò a Ve- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 409 

nezia, e alcune rimasero lì per caricare, ed egli mandò sei 
galere nel porto del Fico per tor grasse. E saputo dal 
Giustiniano, che Genovesi erano propinqui, fece affondare 
nel porto di S. Maria le navi, e si partì per andare a Vene- 
zia ; ma per fortuna fu astretto ritornare in esso, ove sca- 
ricò tutte le robe delle galere, e poi le affondò, drizzando 
molte botte sulla riva del molo per loro difesa, acciò che 
Genovesi non entrassero in porto a danneggiare i loro fu- 
sti; ne volse esso Giustiniano ridursi co' suoi nella terra, 
se bene a ciò fosse dal governator di essa esortato. Ma 
giunti Genovesi fa attaccata la battaglia, e aspramente fu 
combattuto da ambe le parli, e tiratisi molti colpi di bom- 
barde, e di balestre per due ore ; e assai dall' una, e l'al- 
tra parte morti. Finalmente si ritirarono per rinfrescarsi , 
stanchi dalla battaglia, che per buon p zzo durò, avendo 
quelli della terra serrate le porte, ed essendosi ritirati so- 
pra le mura a mirar la battaglia senza dar favore ad al- 
cuna delle parti. Genovesi, essendosi rinfrescati, dopo man- 
giare s'accostarono con le sue galere , parte delle quali 
messer scala in terra, e per forza smontarono assai bale- 
strieri, e genti d'arme, e cominciarono una fiera battaglia 
con lanze e verettoni , la quale durò per un pezzo , e al 
fine Veneziani restarono rotti, e parte fuggirono alla mon- 
tagna, e parte in Manfredonia per un portello del castello- 
Tadeo Giustiniano con molti de' suoi restò prigione , e ne 
fur morti molti e molti feriti. E finita la battaglia Geno- 
vesi arsero le navi , e le galere de' Veneziani fino a filo 
d'acqua. E partiti di lì coi prigioni andarono al porto del 
Fico con l'armata , della quale era capitano Giorgio Spi- 
nola, ove arrivarono a mezza notte. Di questo accortesi 
le sei galere veneziane, cinque di esse a voga battuta usci- 
rono, che Genovesi non se n' accorsero . e fuggirono per 
Venezia , e Y altra restò presa con tutta la ciurma senza 



(10 GUERRA DI CHIOGGIA 

difesa. Furono tra prese, e arse galere sette e navi undici 
cariche di frumenti. 

In questi medesimi giorni fu preso anco Dardi Giorgio 
con una sua galera, e i prigioni furono menati a Zara. E 
tutti questi successi apportarono grandissimo dispiacere 
alla Signoria. 

In questi tempi furono presi anco otto somieri, che an- 
davano carichi di viltuaria a Treviso; e avvenne anco, 
che Giovanni Moresini partito da Venezia, e vestito d'abito 
tedesco andò alli bagni di Monte Grotto , per intendere 
quello, che si faceva in Padova per la novella della detta 
rotta ; ed essendo stato conosciuto , fu preso e menato a 
Padova , dove fu tormentato , e da lui il signore seppe 
molti secreti della Signoria. E per liberarsi gli convenne 
pagare ducati millecinquecento. 

Il cardinal Colonna mandato , come di sopra si disse , 
dal papa per trattar la pace , avendo avuta risposta di 
Ungheria, che il re si contentava di farla; e credendo, che 
Veneziani per la rotta avuta inclinassero a quella , avuto 
colloquio con tutte le ambascierie , che si ritrovavano a 
Padova, andò a Venezia, e trovata la Signoria assai ben 
disposta, concluse con loro, che si dovesse trattar ciò per 
le parti in cittadella , ove si ritrovavano tutti gli amba- 
sciatori infrascritti alli 9 giugno 1380. 

Il cardinal Colonna Nunzio del papa. 

Per Veneziani : 

Pietro Giustiniano procuratore, 
Nicolò Moresini procuratore, 
Giacomo de' Priuli avogadore. 



TRA VENEZIANI E GENOVESI ili 

Pel re d'Ungheria: 

Il vescovo di Cinque Chiese, 
Giacomo Spano unghero, 
Benedetto Bauno unghero, 

Pel patriarca d'Aquile] a : 

Giorgio da Udine vicario del patriarca, 
Antonto Doria per Genovesi 
Giorgio da Zara per Zaratini. 

Pel signore di Padova: 

Antonio di Piemonte vicario, 
Bonifacio Lupo marchese di Soiagna, 
jiacomo de' ScrovignH 
Paganino da Sala. 

Per la comunità di Padova: 

Guglielmo Coliamolo 3 

Giacomo Turchetto. 

In questo tempo il cardinal Colonna , che si trovava in 
cittadella con gli ambasciatori della lega , e con quelli dei 
Veneziani, non aveva potuto spedir la pratica della pace 
per le cose seguite al sommo pontefice , le quali gli sce- 
mavano T autorità ; e tra tanto durava l" ardentissima 
guerra fra le parti predette. 

Era già a' Genovesi, che erano assediati in Chioza man- 
cata la vittuaria, fuorichè il pane, che poco anco, era per 
durare, né avevano più polvere da bombarda. Il che sa- 
pendo il signore di Padova, che di continuo teneva le sue 



112 GUEiUU hi CBIOGGU 

barche apparecchiate ne' fiumi, aspettando di trovar modo 
per via di colmo d'acqua o per altro mudo di & 
gli assediati , trovata buona occasione una notte d' una 
gran colma d'acque, mandò quaranta barelle ben armate, 
e fornite di vittuarie e di munizioni, e massime di polve 
da bombarda, verso Cliioza, le quali essendo striti e dàlie 
scorte de' Veneziani, che erano in barche, e conoscen do 
di non essere bastanti di contrastargli, gli dierono la ria. 
Onde tutte entrarono in Chioza , il che fu di gran dolore 
a' Veneziani. E perchè ciò non avvenisse più per l'avve- 
nire, serrarono tutti i passi con palificate e sbarre, d >ve sono 
i canali, che Tengono da Padova a Chioza, acciochè anco 
con le acque grosse non potessero passare, e accrebbero 
maggior numero di barche a quella guarda. Ma quelli di 
Chioza pel soccorso arrivato fecero gran festa, e segni d'al- 
legrezza, e cominciarono a bombardare assai più che non 
facevano. Presentendo quelli delle barche, che Veneziani ser- 
ravano i passi, prima che ciò si finisse, parve loro bene di par- 
tirsi. E così postisi in ordine con altre quaranta barche della 
terra, e con la colma d'acqua, accompagnate da molti gan- 
zaruoli, che loro facevano spalla, si partirono da Chioza: il 
che sentendo le barche de' -Veneziani, tutte si mossero dalle 
sue poste, e andarono a dar loro t assalto , e tra esse si 
cominciò una crudelissima battaglia ; e mentre combatte- 
vano, giunsero altre barche de' Veneziani in gran numero, 
e ben all'ordine; onde Genovesi, e per timore e per forza 
si messero in volta, e ritornarono a Chioza, perchè erano 
lontani da due miglia ; e persero otto barche e due gan- 
zaruoli, e furono prese dodici persone , tra le quali vi fu 
Giovanni Volparo da Padova gran ricco e capo de* Pado- 
vani in Chioza. Molti furono morti, e assai in questo con- 
flitto si annegarono, e questo successo fu alli 26 di marzo. 
Alli 22 d'aprile tutte le barche de' Veneziani con molti uo- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI ìiS 

mini d'arme andarono ai mulini per combatterli , e li tro- 
varono in gran fortezza, e ben forniti di balestrieri, e d'al- 
tra gente. Pure Veneziani vollero dismontare in terra , e 
assaltarono quel luogo così arditamente , cbe per forza 
passarono i fossi fino al palancado , e se fossero andati 
con buon provedimento di fuoco , e rampegoni , gli ave- 
rtano fatto paura; ma quelli di dentro si difesero così va- 
lorosamente con bombarde , verettoni e pietre , cbe Vene- 
ziani si convennero ritirare, mettendosi in fuga, e saltando 
nelle loro barcbe. Ed in questo assalto restò morto un 
figliuolo di Alvise Loredano con cinque altri veneziani e 
feriti più di sessanta e ritornarono esse barche al suo 
campo. Per questa vittoria quelli dai mulini fecero gran 
festa , accendendo molte lumiere , dalle quali quelli di 
Chioza compresero quello , che era seguito. Ma se Vene- 
ziani gli avessero ottenuti, sariano stati loro molto al pro- 
posito, perchè da quella parte veniva vittuaria a Chioza, e 
perciò vi avevano posto alla guardia una galera, che stava 
lontana da quelle due balestrate, acciocché di lì non pas- 
sassero barche. 

Alli 23 la mattina nell' alba partirono di nuovo tutte le 
barche de' Veneziani fornite di quanto bisognava meglio 
che prima , per combattere i detti mulini , e giunti lì , Ge- 
novesi uscirono di Chioza con ottanta barche, non dubi- 
tando della galera, perchè per le secche non se le potevano 
accostare, e pensando di cavar le palificate pel canal del- 
l'Aceto, ed entrar nel fiume del Musaruolo, prima che dette 
barche potessero voltarsi loro con tra. Erano esse barche 
benissimo all'ordine fornite di Genovesi e Padovani, per 
andare a Padova a pigliar rinfrescamenti, e seguivano il 
lor viaggio , cavando le palate. Le barche veneziane , che 
erano a quella guarda, non potendo loro resistere, si riti- 
rarono verso le lor galere , e una andò alli mulini , e tro- 

8 



444 GUERRA DI CHIOGGIA 

vate le barche, che erano andate lì , che ancora non ati 
vano cominciato a dar la battaglia alla bastia de' mulini, 
fece loro sapere il tutto; onde si mossero a quella volta 
alla coperta per gli canneti di certi canaletti verso il fiume 
del Musaruolo, ove le barche de' Genovesi dovevano met- 
ter capo. Erano le barche de' Veneziani al numero di 
cento e giunte nel canale con gran gridore , e con molti 
tiri di bombarde e verettoni cominciarono una crudel bat- 
taglia con tra quelle de' Genovesi, le quali si difendevano 
arditamente, mettendo ogni suo potere per uscire, perchè 
non mancava loro una balestrata a giungere in luogo si- 
curo. Ma fu tanto lo sforzo delle barche veneziane, che le 
Genovesi si messero in rotta gettandosi gli uomini all'ac- 
qua, fuggendo per gli canneti, e per le secche, e abbando- 
narono le barche , che vote rimasero per non poter scap- 
pare, e furono prese tutte ottanta e fatti prigioni tra' Ge- 
novesi e Padovani circa sessanta. Alcuni morti , molti fe- 
riti, e molli annegati. De' Veneziani pochi furono feriti; e 
esse barche furono mandate a Venezia , e parte armate 
contra di loro e si fece preda non picciola. E rimase 
Chioza solamente con barche sette. Onde persero ogni 
speranza. E questa battaglia fu il giorno di S. Giorgio, che 
è il santo protettor de' Genovesi. 

Alli 23 aprile un' ora innanzi giorno Genovesi uscirono 
di Chioza con una grossissima brigata, e con molti provvi- 
sionati del signore di Padova per la porta di S. Maria, e 
assaltarono le sbarre del campo, e per forza ne atterrarono 
una gran parte al dispetto de' Veneziani , che le difende- 
vano e ammazzarono tre uomini. Entrati che furono den- 
tro, il resto fuggì, onde Genovesi bruciarono una bastiola, 
nella quale erano le bombarde, e così i cavalietti di quelle; 
e con le mannare guastarono le casse del mangano. E 
quelli della bastia si ridussero al campo: per lo che quelli 



TRA VENEZIANI E GENOVESI ilS 

del campo corsero alle arme , e andarono a trovare i Gè» 
novesi, perchè tornassero in Ghioza; e fu fatta una ga- 
gliarda baruffa, nella quale morirono quattro genovesi, e 
quattordici ne furono presi insieme con alcuni provvisio- 
nati del signore di Padova. Gli altri veramente si salvaro- 
no, e Veneziani rifecero la sua bastia più forte che prima, 
racconciando quanto era stato prima bruciato e guasto. 

Agli 2 di maggio circa le 3 ore di notte andarono molte 
barche di Padovani per la via. di sopra dai mulini , molto 
ben armata di valenti uomini, e assalirono la galera, che 
era alla guardia, sì tacitamente, che non furono sentite, 
finché non le furono addosso , e trovati parte di quelli , 
che vi erano sopra , che dormivano , saltarono suso al 
dispetto degli altri; e molti ne furono morti, perchè erano 
disarmati; e dopo lunga contesa presero Dardi Giorgio 
sopracomito di essa con un suo figliuolo ; e fu morto un 
suo nipote con otto altri; e molti furono feriti e presi, e 
assai si gettarono air acqua verso i canneti per fuggire. 
E udito questo romore nel campo del Doge, si mossero 
tutte le barche veneziane per soccorrer la galera; ma sen- 
tendo Padovani la furia delle barche , che venivano loro 
addosso, messero fuoco nella poppa di essa , e ridotti i 
prigioni, e le robe che poterono nelle lor barche , si mes- 
sero a fuggire verso i mulini. E giunte le barche vene* 
ziane alla galera, parte ammorzarono il fuoco, sì che essa 
non si abbruciò compitamente , e parte seguirono le pa- 
dovane, che fuggivano, alcune delle quali presero senza 
gli uomini, che si erano gettati all'acqua; e in una di esse 
trovarono il Giorgio legato , e lo liberarono ; le altre coi 
prigioni alli mulini si salvarono. E dopo questo il Doge 
vi mandò un'altra galera con iscorta d'alcune barche, che 
fecero miglior guardia. 

Pochi giorni dopo il Doge mandò diciotto barche ben 



ìiò GUEBBA DI CHIOGGIA 

armate verso Loredo per fare scorta ad alcuni burchj di 
vittuaria, che dovevano andare pel canale del Becco , ap- 
presso il lido di Fossone per tema della marina , che era 
loro contraria; le quali giunte appresso il Fossone fu- 
rono assaltate da molte barche di Padovani con molti 
pedoni in terra da ambidue i lati dei canale, e con 
molti balestrieri e rampegoni : onde ne furono prese dieci 
delle quali parte de gli uomini saltarono in terra dalla 
parte di Fossone per fuggire a Brondolo , e parte furono 
presi, e menati alle Bebé. Le altre otto sentito il romore 
ritornarono indietro, e si salvarono al suo campo. 

Essendo Chioza così assediata , di giorno in giorno Ve- 
neziani le serravano più i passi, onde gli assediati s'erano 
ridotti a mal termine. Ed oltra lo aver mandato fuori le 
donne e i putti, i soldati di dentro si sariano volentieri 
partiti , lasciando le arme a quelli del campo ; ma la Si- 
gnoria mai non volse consentire , acciocché più presto si 
consumasse la vittuaria, e che nascesse discordia tra loro 
e Genovesi. E di più la Signoria fece bandire, che tutti 
quelli, che uscissero fuori di Chioza , fossero impiccati , 
facendo molte offerte ai suoi soldati, acciocché lasciassero 
menare i fatti di Chioza a suo modo. 

Per lungo assedio erano venuti Genovesi a tal termine 
di fame , che molte fiate trattarono di rendersi , salvo lo 
avere e le persone. E dopoi si ridussero a tale estremità 
rhe dimandavano solamente la salvezza delle persone ; né 
mai la signoria volse accettar partito alcuno, volendo 
che tutti entrassero in prigione, acciocché non andassero a 
Genova, e che armassero di nuovo , e ritornassero a dar 
loro nuova molestia. Onde Genovesi più presto , che con- 
sentire a questo si disposero tenersi Ano all'ultimo, man- 
giando ratti, granci, e ogni altra cosa immonda, ma però 
con isperanza di essere soccorsi. 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 1Ì7 

Veneziani intendendo la gran fame, che era in Chioza, 
e che Tarmata de' Genovesi era in Schiavonia, fecero fare 
una grida , che non rendendosi quelli di dentro in certo 
termine, non si potessero più accettar per prigioni ; onde 
passò il termine, e non si vollero rendere , parche vive- 
vano sempre con isperanza di soccorso, avendo dalle loro 
spie presentito, che tosto sarebbe giunta loro in aiuto l'ar- 
mata; le quali spie , ancora che si facesse la guardia, non 
restavano di portar loro sempre qualche nuova , se ben 
anco alcune volte ne furono alcune prese, e appiccate per 
la gola. 

Air ultimo di maggio seppe la Signoria , come V armata 
de' Genovesi veniva verso Venezia alla distesa, la qual era 
di galere ventitré e alcune galladelle; e dubitandosi di 
quelli , che erano in Chioza , e dello sforzo del signore di 
Padova ; armò cinquanta barche per guardare i passi verso 
il Padovano , e tolsero molte persone dalle galere per 
armarle , onde non rimasero armate se non venticinque 
galere ; e i duoi porti erano ben muniti e fortificati con 
fortezze, e catene; e il campo della Signoria era ben in 
punto; e tutti per tal causa stavano avvisati, e apparec- 
chiati. 

Alli 6 di giugno ad ora di terza giunse Y armata dei 
Genovesi, e approssimossi al porto di Chioza, tirando una 
bombarda , e chiamando fuori con molte ingiurie i Vene- 
ziani ; ma essi però non si partivano dalle loro poste; e 
così quelli del campo stavano attenti per tema di quelli di 
Chioza, i quali tutti stavano su per le case con bandiere, 
e gran gridori ; ma pur non si arrischiavano uscir fuori 
per tema de' Veneziani e stavano vedendo quello, che eglino 
facevano ; e così si stette fin al vespero. Onde vedendo 
l' armata genovese, che Veneziani non volevano abbando- 
nare il porto di Chioza , ne gli altri passi per uscir loro 



H8 GUERRA DI CHIOGGIA 

contra , si levò di lì, e andò a fermarsi sopra il porto di 
Fossori a sei miglia lontano da Chioza , e mandò i suoi 
galladelli verso la Marca, quali presero tre navigli carichi 
di vino, e d' altra grassa, che venivano a Venezia. Onde 
Veneziani fecer saper verso il comun di Ferrara, che tutti 
i navigli di vittuaria non passassero Gorbole all'ingiu per 
tema di dette galere. 

Così stando Tarmata de'Genovesi a Fossori, ogni giorno 
essa andava fin sopra il porto di Chioza per veder se le galere 
de' Veneziani volevano uscir fuori, quali stavano sempre 
dentro il porto, ma molte delle loro barche uscivano con 
balestre, e bombarde, e andavano d'intorno dette galere, 
dando loro molto travaglio ; ma esse galere nemiche non 
poterono mai accostarsi al porto di Chioza, tanto che po- 
tessero ajutar quelli della città, e pel simile quelli di den- 
tro non potevano uscir fuori per tanti ripari, e guardie 
fatte da' Veneziani. 

Stando le cose in questi termini , parve a Vettor Pisani 
di voler una mattina provar sua ventura. E fece metter 
all'ordine venticinque galere, e lasciato il doge con alcune 
alla guardia, si allargò in mare, e andò verso Fosson per 
ritrovar Genovesi, quali avendolo scoperti, presero la via 
verso Ancona per tirar quelle de' Veneziani lontane da 
Chioza; ma queste avendogli seguitati per un pezzo dubi- 
tandosi di non si allontanar troppo, ritornarono a Fosson, 
e fecero venir giù però tutti i burchj di vittuaria , che 
erano a Corbole al numero di ottanta, quali furono scorti 
a Chioza , e a Venezia. E il medesimo di partì il Pisani 
da Fosson , e ritornò verso Chioza , e il seguente giorno 
T armata genovese ritornò a Fosson , e i Genovesi , che 
erano in Chioza, avevano un gran rammarico, che la loro 
armata non fosse sufficiente a contender con quella dei 
Veneziani, e che non potessero esser soccorsi né da mare 



TRA VfiNEZIANI E GENOVESI 119 

né da terra, ma maggior travaglio ancora avevano, che il 
pane veniva loro sempre più a mancare , né speravano 
aver aiuto da alcuna parte per aver loro i Veneziani ser- 
rati tutti i passi. 

Mentre che Genovesi stavano a Fosson , fecero preparar 
nuova armata a Zara, e armarono una galeotta a Marano, 
e fecero tanto sforzo , che alli 15 giugno si aggiungessero 
loro a Fosson galere quattordici e galladelle cinque e ven- 
nero ad aver in tutto galere trentasei e galladelle quindici 
e ogni dì venivano fin sul porto di Chioza, mostrando di 
voler combattere il porto ; ma le galere de' Veneziani sta- 
vano dentro preparate in battaglia , né vollero mai uscir 
delle catene. Solamente uscivano le lor barche a scara- 
muzzare con le galere genovesi , tirando loro di molti Uri 
di bombarde , e di verettoni , ma non si allontanavano 
troppo dalla loro armata ; e siccome queste de' Veneziani 
non uscivano, così quelle de' Genovesi non si approssima- 
vano, e tanto più che non potevano venir se non due ga- 
lere solo al paro, siccome all'incontro quelle de' Veneziani 
stavano tutte dentro al paro nel largo dell'acqua. 

Vedendo i Genovesi, che erano dentro di Chioza, che 
per alcun modo non potevano esser soccorsi , fecero in- 
tendere ai governatori delle loro galere , che se fossero 
venuti vicini a terra appresso Chioza piccola , essi con 
barche si averiano traghettati sopra il lido di Chioza pic- 
cola, e lasciate esse barche , sariano montati sopra le ga- 
lere. E dato quest' ordine messero in punto cento barche, 
le quali avevano fatte di solari , di casse e di lettiere , e 
d'altro legname molto pulite a dieci remi per cadauna ; e 
tra loro s'accordarono, chi uscire, e chi restar dovesse in 
Chioza , facendo questo per rinfrescar le galere di gente , 
essendo che molti ne mancavano, e acciocché la vittuaria 
a quelli di dentro durasse più , con isperanza di poterli 



120 GUERRA DI CHIOGGIA 

soccorrere , quando fossero stati così fuori in libertà di 
poter andare a provvedere per li bisogni loro. 

L* armata genovese informata della predetta deliberazio- 
ne, ed essendosi presentata a Ili lo di giugno al porto, mostrò 
di volerlo combattere , ma mandò tre galere al lido di 
Chioza picciola appresso la grande appresso terra, per ef- 
fetluare l'ordine avuto da quelli didentro, i quali uscirono 
fuori con le predette cento barche guidale dal capitano 
Zuanne Malgranello da Pera tutti ben armati , facendosi 
segni di trombette V uno con V altro , e si partirono dal 
canale, che va sotto la porta di santa Maria, traversando 
verso Chioza piccola; e in questo andavano cavando molte 
palate fatte per Veneziani. 

Intendendo il Doge, che Genovesi erano usciti di Chioza, 
mandò cento sue barche armate ad incontrarli , le quali 
giunsero sì presto , che non vi erano passate ancora ses- 
santa di quelle dei Genovesi oltre le palate. E cosi attac- 
catasi una crudelissima battaglia, alfine Genovesi restarono 
rotti, e messi in fuga, i quali saltavano di barca in barca 
dentro le palate , che avevano rotte ; e molti ne furono 
morti , e presi", e molti annegali. Le barche loro furono 
prese al numero di cinquantasei, e insieme furono presi il 
capitano Malgranello con molti gentiluomini genovesi , e 
altri al numero di ottanta. E in questa rotta Veneziani 
fecero grandemente le loro vendette. Le altre barche, che 
restarono, si salvarono in Chioza; e vedendo Tarmata ge- 
novese, che i loro disegni erano riusciti vani, ritornò a 
Fossone : e questo successe alli 17 giugno. 

Il giorno seguente Genovesi liberarono di prigione tutti 

prigioni Veneziani, eccetto alcuni di più importanza, e li * 
licenziarono ; e ciò fecero per tenersi qualche giorno di 
più : onde la Signoria comprese, che non potevano più; e 
perciò per l'avvenire fecero ancora migliori guardie, acciò 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 121 

alcuno più non entrasse , né uscisse di Chioza. E stando 
Genovesi in questa estremità, Veneziani andavano fin sotto 
la città, che niuno li molestava ; anzi parlavano con quelli 
di dentro. E vedendo quelli non potersi più tenere , pre- 
sero consiglio di mettere discordia nel campo , e tennero 
questo modo. 

Che alli *8 giugno Genovesi mandarono tre ambascia- 
tori al campo di Carlo Zeno, i quali dissero a tutti i con- 
dottieri , che quelli della città volevano dar loro la città 
nelle mani con tutto il loro avere , con patto che li la- 
sciassero andar via. E questa offerta piacque molto ai sol- 
dati, che desideravano di bottinare ; ma dispiacque assai 
al Zeno come veneziano, perchè sapeva, che il volere della 
Signoria era, che fossero tulti prigioni. 11 che avendo essa 
Signoria inteso, provvide , che si mandò ad esso campo 
Pietro Emo consigliere, il quale non potendo acquetar gli 
animi delli soldati } fu astretto a fare con loro per nome 
della Signoria gl'infrascritti patti per aver Chioza a modo 
suo; cioè, che i detti soldati non dovessero per l'avvenire 
dare orecchie ad alcuno accordo con Genovesi , se non 
che dovessero essere tutti prigioni della Signoria; e quando 
essi si renderanno, che tutti essi soldati debbano aver paga 
doppia, e mese compito; e che loro soldati solamente po- 
tessero entrare in Chioza, e saccheggiarla per tre giorni; 
e tutto lo avere di Chioza, e de'Genovesi, sì d'arme, come 
d'ogni altro mobile e massarizie fosse intieramente suo. E 
così tutti i prigioni forestieri , che non fossero naviganti , 
né delle terre, che erano contra Veneziani. Che passati i 
tre giorni , la Signoria dovesse fare 1* entrata , e aver la 
città in suo potere. Che dovesse anco avere tutto il sale, 
che era nelle caneve, tutte le galere, barche, burcbj, e ogni 
munizione, e arnesi pertinenti al navigare con tutte le bom- 
barde, edificii e macchine, che erano in Chioza, e tutti 



ili SI BRRi DI CaiOGOlA 

Genovesi, Furiant, Padovani, Greci, Scbiavonj, e ogni .iti i 

«ente tenuta a galera, dove.v >>re prigioni dell 

gnoria. 

Con questi patti dunque i soldati s'acquetarono, e fu- 
rono contenti; e i loro capi giurarono di non contravenire 
ad essi, salvo Roberto da Recanati capitano di cento la 
e di quattrocento fanti, il quale poi con inulta difhcultà 
giurò i capitoli: e ciò fu alli 20 di giugno 1". 

Nel predetto giorno questo capitan-) I'. ibertO fu veduto 
parlar con quelli della terra, ai quali egli aveva riferito, 
quanto era stato trattato oe'capitolj sopraddetti, e loro pro- 
mise di non venire a manco coi suoi di dar loro fa^ 
e perciò che la mattina seguente uscissero fuori al s- 
ch'egli era in accordo di dare, che gli averia lasciati andar 
liberi. Ma essendo questo trattato stato riferito al Zeno, egli 
mandò a chiamar lutti i capi, e raccontò loro la cosa e 
l'andava, i quali tutti di comune opinione acconsentirono, 
ch'esso capitano Roberto si dovesse presentare al capitan 
generale; e così chiamato, al fin venne, e con lui vollero 
entrar molti de' suoi; ma furono lasciati di fuori. E fallo 
ritenere il capitano, dopo che in faccia (mentre ch'egli ne- 
gava) gli fu fatto dire tutto 1' ordine messo per lui e u 
quelli di Chioza da persone, che lo avevano udito: essen- 
dogli detto , che se la mattina seguente quelli di Chioza , 
non avessero fatto alcuna novità, egli sarebbe stato lasciato, 
non volendo egli contentarsi di questo , e altamente gri- 
dando , fu ferito sopra la testa, toltegli le arme , e posto 
in prigione. 

I suoi soldati . che erano fuori dell'alloggiamento, inteso 
ciò, volevano gettar giù le porte, ed entrar dentro ; ma a 
questo remore corsero assai soldati de'capitani, che erano 
di dentro, e insieme anco il Zeno alla porta; e mentre si 
opponevano a quei soldati di Roberto , fu da uno di essi 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 123 

tirato d'uno stocco ad esso Zeno , ma fu gettato il colpo 
da parte , sì che non Y offese ; e da quelli, che erano con 
esso Zeno, esso soldato fu morto. E usciti tutti fuori gri- 
dando: Viva san Marco, e muovano i traditori; ne con- 
tradicendo alcuno, fu portato il confalon di san Marco per 
tutto il campo, gridando tuiti: Viva, viva san Marco. E per 
non mettere più romore nel campo , non volse il Zeno 
fare altra inquisizione; ma quella notte fece far buona 
guardia davanti la porta di Ghioza; dal che Genovesi 
compresero, che detto capitano Roberto era preso, e per- 
ciò si tennero per perduti senza aver più speranza alcuna. 
Confessò esso Roberto, che il trattato doveva esser ese- 
guito in questa forma , che alli 22 di 'giugno nel far del 
giorno dovevano uscir di Chioza due mila dei migliori , e 
meglio armati che vi fossero, e ferir nel campo; e a que- 
sto istesso tempo, detto Roberto con tutti i suoi soldati 
doveva assalire gii alloggiamenti del capitano, e di Sara- 
ceno Dandolo Proveditore, e ucciderli con tutti quelli, che 
avessero voluto contrastare, innanti che il campo si ar- 
masse. E così postolo in rotta, doveva esso Roberto scor- 
gere Genovesi fin sul porto di Brondolo , dove essi ave- 
vano da essere levati dalle galere della loro armata , e a 
questo modo liberarsi da'Veneziani. E per tale operazione 
davano ad esso Roberto ducati quaranta mila d' oro per 
lui, e per gli suoi. Ma il disegno gli riuscì male, come si 
è detto ; e perciò la mattina, seguente, che fu alli 20 fu man- 
dato a Venezia, e alli 22 di detto mese, poiché si ebbe 
avuta la sua confessione, fu appiccato fra le due colonne 
di san Marco. 

Vedendo Genovesi, che anco questa via era loro andata 
fallita, alli 21 mandarono ambasciatori anco alli condot- 
tieri delle genti d' arme, offerendo di dar loro la terra, lo 
avere, e le persone ; ma eglino risposero di non poter trat- 



124 GUERRA DI CHI0GGIA 

tare d'accordo, perchè così stavano i patti tra la Signoria, 
e loro; ma che andassero dal capitano, e così vi andarono 
trattando con lui di poter avere almeno le persone libere: 
che tutto il resto volontariamente gli cedevano. Ma anco 
da lui ebbero risposta di non poter accettare condizione 
alcuna, perchè cosi stavano i patti tra la Signoria e i sol- 
dati , onde disperati ritornarono in Chioza , e liferito il 
tutto, poiché non avevano vittuaria se non per quel giorno, 
alli 21 di detto mese si risolsero di rendersi; e così deli- 
berato tra loro di fare volontaria rendita , tennero questo 
modo. 

Che quel medesimo giorno mandarono molti loro gen- 
tiluomini con salvo-condotto per ambasciatori al Doge , i 
quali se gli gettarono ai piedi, dimandando grazia, che 
egli, e la Signoria volessero aver mercè di loro , che tutti 
si gettavano nelle sue braccia; dicendo, che se si erano 
tenuti, e che non si avevano cosi tosto resi, lo avevano 
fatto per onor suo , e con isperanza di soccorso ; ma che 
non potendo più, se gli davano liberamente nelle mani. Al 
che rispose la Signoria, che li toglieva, e accettava per pri- 
gioni, siccome erano i patti, che essa aveva coi suoi sol- 
dati , e non altrimenti. E con questa risposta ritornati gli 
ambasciatori a Chioza , riferirono il tutto ai suoi. Alli 22 
Genovesi messero una vela in cima il campanile di Chioza, 
facendo segno alle loro galere , che erano a Fossone , le 
quali vennero per mezzo Chioza ; e quelli di dentro, come 
le videro , lasciarono cader la vela in terra , il che come 
quelli dell' armata videro, levarono sopra una galera una 
vela , poi fecero un segno di fumo , tenendolo fermo al- 
quanto; e non essendo loro risposto, si accorsero, che le 
cose di Chioza erano spedite : onde ritornarono tutti a 
Fossone malcontenti. 

Avendo poi i gentiluomini genovesi,, che erano in Chioza 



TRA VENEZIANI E GENOVESI I2è> 

inteso, che i soldati doveano aver tutta la sua roba , fu- 
rono d'accordo con la Signoria per umanità sua di man- 
dar parte de' suoi mobili alle galere. E così mandarono il 
meglio di robe, e argenti ad alcuni veneziani loro cono- 
scenti, i quali poi cortesemente restituirono loro il tutto 
quando entrarono nelle prigioni di Venezia, che niente loro 
mancò. 

I soldati veneziani, che erano circa tre mila e cinque- 
cento lanze, per ogni numero di venticinque avevano fatto 
un bottiniero, e i fanti a piedi ne avevan fatti venticinque, 
onde Genovesi mandarono a dire al Zeno, che mandasse 
quando gli piaceva i soldati a far la entrata, che averiano 
loro aperto. E così quel medesimo giorno i capitani coi 
bottinieri fecero l'entrata, e subito fecero cernite di tutti 
gli uomini di dentro, mettendo da un lato Genovesi, Pa- 
dovani, Furlani, Greci, e Schiavoni, e tutti gli uomini te- 
nuti a galera, alcuni spogliando, e alcuni no ; ma furono 
cercati con gran diligenza per tre mani d' uomini, prima 
che fossero posti nelle barche, e burchj ; perchè presen- 
tati dopo alle galere, furono condotti a Venezia, dove fu- 
rono posti in prigione in Terra nova, e i gentiluomini , e 
personaggi più onorati furono posti nella cerca, ove fu- 
rono trattati più onorevolmente. 

Fatta la descrizione de' Genovesi, fu poi fatta quella dei 
soldati forestieri, i quali furono licenziati , e ritornarono 
alle loro case. Di poi fatto il cumolo della roba abbottinata 
i soldati Veneziani la partirono tra loro e di essa fecero 
danari al meglio che poterono , e oltre di ciò ebbero la 
paga doppia, come era loro s.ato promesso, e anco il mese 
compiuto. E in due giorni si spedì ogni cosa, essendosi 
comprata la roba quasi tutta per Veneziani. 

Alli 24 la mattina il Gontarini doge con la Signoria a 
bandiere spiegate di S. Marco, accompagnato dal Zeno, 



126 GUERRA DÌ CHI0GGÌA 

dal Pisani, e dagli altri, entrarono con gran festa in Chìoza, 
e quello, che in essa si trovò, che venne in mano della 
Signoria, fu questo, cioè diciannove galere Genovesi tutte 
buone, due altre affondate , e buone, molti burchi, e bar- 
che con tutta la munizione, e corredi, che appartiene al 
navigare. Tutto il sale, che era nelle caneve di Chioza, e 
fu di gran valore ; e circa quattro mila prigioni tra Geno* 
vesi, Padovani, Greci, Schiavoni, e pochi Furlani, tra i quali 
vi fu il podestà, il capitano, i consigliera gli armadori, i 
corniti, gli scrivani, i preti, e i medici di tutta V armata 
genovese, che era in Chioza, i quali tutti furono posti pri- 
gioni in Venezia, come è stato detto. E fu fatto capitano 
di Chioza, Carlo Zeno, che vi restò con molta gente di 
arme. In queir istesso giorno seppero Genovesi, che erano 
a Fossone, come molti burchj di vittuaria che venivano a 
Venezia erano giunti a Corbole, onde entrarono con le 
loro galere in Po, e fermatisi alquanto di sotto da Cor» 
bole, messero in terra gran gente de' suoi, i quali giunti 
lì, messero in rotta quelli,, che custodivano i burchj, e ne 
presero sedici e sei barche. E fatto questo, ritornarono lì, 
e saccheggiarono, e arsero, portando via quello che pote- 
rono ; e tornati alle galere, si partirono insieme quel dì 
medesimo, e andarono a Trieste, che era de' Veneziani, la 
qual città ebbero in questo modo. 

Triestini alli 26 di delto mese trattarono con Furlani di 
dare a' Genovesi una porta ; e così gliela diedero. Fu 
corso alla piazza, e al palazzo, dove presero Donato Trono 
podestà per Veneziani, e rubarono tutte le case de' Vene- 
ziani, e forestieri, che stavano in essa città; e fu combat- 
tuto; ma alfine a' Genovesi si resero il castello della Marina 
e quello di Monte detto di S. Giusto; e si persero, perchè 
erano mal forniti di gente da difesa, la qual si rese salvo 
io avere e le persone. Ma Triestini tennero la terra per 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 1£? 

icro, siccome facevano prima, che Veneziani l'avessero* 
E spianarono i detti castelli, che erano stati fatti da' Ve- 
neziani, acciocché mai non fossero loro di danno. 

Avendo il Doge lasciata Chioza in buona guardia, il primo 
di luglio lasciò per rettore di essa Saraceno Dandolo con 
parte della gente d' arme , e Carlo Zeno per capitano di 
tutto il resto fuori di Chioza, per attendere a ricuperar la 
torre delle Bebé tenuta per Genovesi; e con grande trionfo 
e allegrezza montato in galera ritornò a Venezia al suo 
Dogado. 

In questi tempi Genovesi avevano ingrossata la loro 
armata fino al numero di galere trentanove, e galladelle 
sei, le quali si presentarono a Capo d'Istria, e con l'ajuto 
d' alcuni fuorusciti combatterono essa città dalia parte di 
marina ; e se ben fu difesa gagliardamente , pure perchè 
que' fuorusciti avevano intelligenza di dentro, e pochi v'e- 
rano, che la difendessero , essi Genovesi l'acquistarono, e 
entrarono dentro facendo prigione Marco Giustiniano, che 
v'era podestà con alcuni veneziani. In questa battaglia 
morirono da cento persone forestiere; e fu posta la terra 
a sacco, eccetto le case de' fuorusciti, e de' loro amici. In 
essa vi era Rizzolino Azzoni da Treviso, il quale si ridusse 
nel castello con molte persone, qual era delle furti cose 
del mondo, e lo tenne per la Signoria. E Genovesi diedero 
la terra al patriarca d'Aquileja, il quale vi messe dentro un 
podestà con molla gente, i quali del continuo guerreggia- 
vano con quelli del castello ; e ciò fu il primo di luglio 1380. 

Stavano ancora gli ambasciatori della Signoria ccn quei 
della lega a cittadella per trattar la pace, la qual il cardi* 
nal Colonna non aveva potuto ridurre a buon fine per es- 
sergli mancata P autorità per le cose seguite al pontefice. 
E durando pure la guerra, Veneziani scrissero ai detti am- 
basciatori del riacquisto di Chioza , che avevano fatto , e 



^28 HUA DI CHIÙ-, 

della vittoria avuta contra Genovesi , commettendo I 
che ritornassero a Venezia : per lo che rotondarono alli 
5 luglio, e posi >i partirono anco plj altri amb ri. In 

questi giorni giunse nuova a Padova, che La compaj 
della Stella mandata da Bernabò Visconte signor di Milane) 
con Veneziani confederato nella riviera di Genova a danni 
de' Genovesi, era stata tutta rotta, e mal menala ; e per 
questa nuova si fece gran festa in Padova. 

Ahi 7 di luglio, le galere, e galladelJc de* Genovesi so- 
praddette vennero a Fossone,e alliO sopra jJ porto di Cbioz t, 
e vedutolo ben fornito di gente, e di munizioni, si parti- 
rono, e scorsero il, lenir di Malauncco, e di S. Nicolo, e 
trovarono questi luoghi in gran fortezza ; e molle genti di 
arme erano sopra il lido con Giacomo d.,*' Cavalli capitana 
e Leonardo Dandolo pro\ editore, i quali mandarono loro 
contra molte barche armale, che davano loro gran trava- 
glio. Onde Genovesi, vedendo di non poter nuocere a' Ve- 
neziani, si partirono \erso 1' Istria. 

Alli 10 1' armata genovese giunta a Tirano, che era dei 
Veneziani, gli diede gran battaglia, perchè non si volle 
rendere; ma quelli di dentro si difesero valorosamente per 
essere stato mandato loro soccorso da Venezia. Furono 
feriti molli dell'armata, e molti morti; ma al fin V armata 
si ritrasse, e si partì per Parenzo. 

Alli 12 la mattina T istessa armata si presentò a Pa- 
renzo, ne volendosi quelli della citta rendere, gli diedero 
una gagliardissima battaglia per terra, e per mare , dalla 
quale fu valorosamente difesa ; e convenne ai Genovesi con 
non poco loro danno partirsi ; onde andarono a Marano, 
che era del patriarca, e li spalmarono le loro galere, e fe- 
cero molte scale, e altri instromenti, ed ediflcii da combat- 
tere. Ed è da sapere, che nell' assalto dato a Parenzo giovò 
assai a quelli di dentro una galera d' uomini d' arme , e 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 120 

di balestrieri, che tre giorni avanti la Signoria gli aveva 
mandato per soccorso. 

Alli 13 il campo de' Veneziani con molte barche andò 
alla torre delle Bebé, la quale non volendosi rendere, uno 
ingegniero della Signoria con un gatto di legname andò fin 
sul fosso della torre, con bombarde, e balestre dentro, rom- 
pendola, e forandola in molti luoghi , e magagnando di 
quelli che la difendevano per le aperture, che si facevano. 
E furono tirate molte rochette su la cima della torre, e tra 
le altre una, che impizzò il colmo, che mai poterono estin- 
guere il fuoco. Il che vedendo quelli delle barche armate, 
s' accostarono alle palate del fiume, e le cavarono, al di- 
spetto, di chi voleva proibire. Onde vedendo quelli da basso 
che Veneziani se gli accostavano così d' appresso, comin- 
ciarono abbandonar il palancado , e saltare in certe sue 
barche per traversare il fiume, e per fuggire verso il Pa- 
dovano : il che facendo, avvenne, che dalla fretta di fug- 
gire se n' annegarono più di trenta e oltra quelli ne rima- 
sero più d' altri trenta alla difesa della torre, i quali com- 
battevano gagliardamente , magagnando molti Veneziani : 
per lo che la gente d' arme si gettò al fosso , passandolo 
oltra; e giunti al palancado, lo tirarono per terra; ne vo- 
lendosi Genovesi rendere, ne furono morti venti e il resto 
presi. Fra tanto abbruciatosi il colmo della torre, si acce- 
sero anco gli soldati di essa, nò potendosi ammorzare il 
fuoco, Genovesi convennero rendersi, che furono per nu- 
mero quaranta, oltra Ambrogio Doria capitano di essa torre, 
e questi per la maggior parte erano feriti. I morti furono 
in tutto da cinquanta, compresi quelli, che s* annegarono. 
De' Veneziani morirono dieci uomini, e feriti da cento , e 
tra gli altri morti vi fu Guido ftulgarello mariscalco della 
compagnia della stella, che eia al soldo della Signoria, il 
quale si annegò nei fosso. Neil' istesso giorno fu abbaa- 

9 



130 GUERRA DI CHIOCCIA 

onata|, e abbruciata, la torre del Nasaruolo , tutte le 
bastie dei mulini cori tutte le fortezze tenute per Genoi 
e pel signore di Padova, eccetto Cavarzere, che era an- 
cora tenuto per esso signore : onde fu libero il 
verso Lombardia. E dopo questi successi il campo ritornò 
a Chioza, e pacati li soldati da piedi e da cavallo, furono 
licenziati. 

Alli 19 giunse nuova in Venezia , che 1' armata dei Ge- 
novesi , per forza aveva presa Pola per mancamento di 
gente da difesa, siccome anco per tal difetto s'erano prima 
perdute Trieste, e Capo d' Istria. E fu da loro preso il Ret- 
tore Maffeo Contari ni, e gran parte di essa città fu ab- 
bruciata : ma intendendo essi Genovesi, cbe Veneziani in- 
grossavano la loro armata, alli 28 si partirono , e anda- 
rono verso Zara con grandissimo bottino, restando in Pola 
pochissime famiglie, sì che era come disabitata. 

Intendendo Veneziani i gran danni, che facevano Geno- 
vesi in Istria, rinforzarono la loro armata quanto fu pos- 
sibile, della quale fecero capitano Vettor Pisani, il quale 
partì con quarantasette galere', e due galadelle ; né mai 
ebbero Veneziani galere meglio armate di quelle; e la par- 
tita sua fu alli 30 luglio; e giunto in Istria trasse da Pa- 
renzo, e da Pirano, una galeotta, più galadelle, e da cin- 
quanta barche ben armate; e sopra essa armata vi andò 
anco Giacomo de' Cavalli con quindici uomini d'arme per 
galera, oltra li balestrieri. Gli armadori furono parte no» 
bili, e parte populari. E così n J andarono tutti ben dispo- 
sti, e con molta prontezza d' animo per ritrovar 1* armata 
genovese. 

Alli 3 d' agosto giunsero lettere di Vettor Pisani, che di- 
cevano, come T ultimo di luglio essendo giunta V armata 
n Capo d' Istria, egli aveva mandato la notte due sue ga- 
lere, le quali ruppero i) ponte, che congiunge la città con 



TRA VENEZIANI E GENOVESI Ì31 

terra ferma ; e che ciò fecero con due sue barche armate 
senza contrasto ; e che queir istessa notte fuggirono fuori 
alcuni fuorusciti ribelli, per causa de' quali s' era perduta 
la città. 

Il primo d' agosto 1' armata assaltò la città ; e quelli, 
che tenevano ancora il castello per Veneziani, fecero il me- 
desimo. E perciò quelli, che erano alla difesa della città, 
si smarrirono di modo , che le barche entrarono dentro 
senza contrasto, e furono presi il podestà, e tutti i Furlani, 
che erano dentro, i quali per timore si resero ; e a questo 
modo si ricuperò Capo d'Istria, e si fecero da quattro- 
cento prigioni quasi tutti Furlani, tra i quali v' erano al- 
cune persone di qualità. Furono morti da dieci uomini pa- 
renti de' ribelli. Fu messa la città a sacco, e fu lasciata in 
mano di trecento cinquanta uomini della città, e di alcuni 
soldati lasciati alla guardia , siccome fu anco posta buo- 
nissima guardia nel castello. Tutti i prigioni furono di 
quelli da Pirano, fuori che il podestà , che con dieciotto 
più notabili uomini furono mandati a Venezia. E fatto que- 
sto essa armata si ridusse a Pola, ove stette fino alli 6 di 
agosto : che poi per ordine della Signoria passò il Quar- 
naro per andare a trovare V armata genovese. 

Alli 8 d'agosto giunse nuova a Venezia, che Genovesi 
avevano avuta la terra d'Arbe, perchè il primo del mese 
si appresentarono con l' armata , ne volendosi quelli di 
dentro rendere, diedero loro due gran battaglie, nelle quali 
furono morti e feriti assai da ambe le parti. E mentre si 
preparavano di dar loro il terzo assalto , il popolo dubi» 
tando di non poter resistere, e di essere saccheggiati co- 
me quelli di Capo d'Istria, si rese, salvo lo avere, e le 
persone, dando loro nelle mani Luigi Contarmi loro ret- 
tore con tutti gli altri Veneziani, che erano in esso luogo, 
dando anco loro nelle mani alcuni dei principali loro cit« 



134 guerra nr nuroooiA 

Udini, che orano stali causa di levar quella terra dal do- 
minio del re d'Ungheria, e darli a' Veneziani, E Eatto que- 
sto, parti l'armala, e lasciò Ire galere alla custodia di quei 

loco. 

Mentre che la guerra da mare continuava, non restava 
il signore di Padova di molestare la Signoria in terra , e 
già aveva condotta la cillà di Treviso a grande estremità 
di vivere. E per provederle, non restava la Signoria di 
mandarle vittuaria pel Sile con scorta di molti ganzaruoli, 
di modo che essa città era assai sovvenuta. Onde il m 
di maggio precedente, il Carrarese per tor loro quel pa 
fece far a Casale su la riva di detto fiume una baf 
molto forte con un ponte, che traversava il Sile, e dall'al- 
tro capo un grosso bastione con molte palate in esso fiu- 
me : onde Veneziani non potevano più usar quel via. 
con alcun naviglio. 

\edendo la Signoria, che con questo mezzo le era vie- 
tato di poter soccorrere Treviso per via del Sile , non re- 
stava di mandar burchj carichi di biave, ed altre vittuarie 
per due tratti di bombarda lungi da essa bastia , e lì fa- 
ceva discaricare il tutto, e con scorta di molte genti , con 
carri, e cavalli, le faceva condur di sopra di essa bastia . 
e riposte in altri burchj, le faceva condurre a Treviso con 
la compagnia e scorta de' ganzaruoli , perchè quelli , che 
erano in essa bastia, erano pochi, non potevano proibire 
tali provisioni. E però il signor di Padova fece aggrandire 
assai detta bastia,, nella quale fece fare molte stalle , e ca- 
soni, e vi messe dentro molte genti da piedi e da cavallo, 
le quali impedivano il poter più condurre vittuaria a Tre- 
viso nò con scorta ne senza. 

Finita detta bastia, detto Signore di Padova levò di li il 
suo campo, che era stato ivi per sicurtà di coloro, che 
avevano lavorato, e lo fece ritornare a Treviso , il quale 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 133 

alli 18 d'agosto giunse sopra il fiume del Sile per mezzo 
il luogo, dove si fa la fiera, e alli 19 cominciò un grosso 
pie di torre tonda con un cassato di muro, su la riva del 
fiume, e in giorni trentasette la fece finire con detto suo 
cassato, e con due fossi intorno pieni dell'acqua del Sile , 
con un ponte a traverso esso fiume, scorseggiando fino 
alla porta Altilia, e a quella di S. Tomaso, e traendo con 
le bombarde dentro .della città fino a S. Giovanni dal Tem- 
pio, e a S. Maria di Betblem. Era capitano di quell'eser- 
cito Gerardo da Monteloro , e insieme vi era Gerardo da 
Camino confederato di quella lega, nella quale era entrato 
fin da principio per alcune promesse, cbe gli erano state 
fatte. E perciò la Signoria tenne mezzo col conte Ram- 
baldo da Gollalto, cbe gli fosse tolto e spianato il castello 
di Soligbeto, e abbruciata la bastia di Gesalto, nelle quali 
fazioni vi morirono molti de* suoi distrittuali, e così Guez- 
zelone da Camino signore di PortobufToledo era in essa 
lega con Veneziani, e si deserto per quella guerra. Mentre 
cbe queste cose si facevano in Trivisana, alli 22 di detto 
mese giunse nuova in Venezia, cbe Vettor Pisani, essendo 
giunto a Zara con Tarmata, le tirò di molte artiglierie , e 
verettoni ; e intendendo , cbe dodici galere de' Genovesi 
erano partite di lì, e andate in Puglia per vittuarie, subito 
drizzò il viaggio verso quelle parti, e scoperto un naviglio 
di schiavi carico di sale sopra Rodi , lo abbruciò e gli 
uomini furono messi sopra le galere. Giunta poi essa ar- 
mata sopra Bestice scoperse le dette galere genovesi , e le 
incalzò per quatti' ore, e furono così vicine ad esse, cbe molti 
ne furono feriti da ambe le parti, e tra gli altri fu morto 
Caterino Corbaro ammiraglio dell' armata veneziana ; e se 
tutte le galere fossero state insieme, averiano prese le do- 
dici nemiche; ma il Pisani non aveva con sé se non otto 
galere, colle quali seguì quelle dodici e giunta la sera fu 
lasciato di più seguirle. 



134 GUERRA DI CHIOGGIA 

Era allora il Pisani informo a morte ; ma pur* egli si 
forzava di farsi onore, t si ridusse in Manfredonia, e cre- 
scendo li maggiormente il male, alli i8 passò di questa vita, 
per la cui morte tutte le ciurme delle galere fecero gran- 
dissimi pianti, e lamenti, e si attristarono grandemente , 
perdio egli era padre di tutti i marinari, ed era molto amato 
da tutti. E in suo luogo fu fatto vice-capitano dell'armata 
Luigi Lordano, che era prima provveditore di essa. E sa- 
lato il corpo del Pisani, fu mandato a Venezia , e alli 22 
fu sepolto nella chiesa di S. Antonio con grandissimo onore, 
essendo intervenuto alle sue esequie il doge con tutti i 
nobili, e popolari di Venezia , i quali tutti acerbamente 
piansero la sua morte; ne mai morì gentiluomo di Vene- 
zia, che apportasse tanto dolore al popolo , quanto fece il 
Pisani, per la cui morte gli appareva d' aver avuto un 
grandissimo danno. 

Alli 28 fu in Venezia fatto capitan generale dell' armata 
in luogo di esso Pisani Carlo Zeno , che ad esso popolo 
fu di consolazione grande, e lo sollevò assai dal dolore, 
che aveva risentito per la morte di quello, sì per V amore 
che tutti gli portavano , come pel suo valore , perchè in 
quel tempo non vi era uomo di più ardimento , ne più 
pratico delle cose di mare di lui. E alli 10 di settembre si 
partì con le galere del Pisani e con altre, che erano giunte 
alli 8 e ritrovata l'armata a Parenzo, nella rassegna trovò 
mancar molti uomini, chi morti, chi ammalati, e chi fug- 
giti. Onde ridusse le galere al numero di quarantasette 
ben armate, e mandò le altre sette nuove a Venezia, sopra 
le quali venne Giacomo de' Cavalli con tutta la fgente di 
arme forestiera, e giunsero in Venezia alli 17 di settem- 
bre 1380. 

Alli 30 la Signoria fece capitano di tre galere Marco Fa- 
liere, il quale passò nella Marca per assicurar quelle ri- 



| ?R\ VENEZIANI E GENOVESI 135 

Viere da alcune galadelle, che stanziavano in Ancona, e 
Zara, e danneggiavano molto i navigli, che di lì andavano 
a Venezia; e queste galadelle erano de' Genovesi, e per 
questo modo si facilitò quel viaggio : onde vi venne gran 
quantità di vini, e molte grasse, che in Venezia calarono 
di prezzo. E dipoi esso Faliero mandò due delle sue galere 
all'armata, alla quale anco si ridusse egli alli 18 di otto- 
bre di ordine della Signoria. 

Frattanto vedendo la Signoria di non poter più soccor- 
rere Treviso, per via del Sile, fece fare un grande edificio 
ad un suo ingegnerò detto il Masino da Bologna per ca- 
var pali e palate, che fossero sotto acqua, e portava anco 
molte bombarde per danniflcare nemici. Questo era molto 
alto, e forte, incuoiato, e ben ordinato con diciannove 
bombarde dentro e con ponti disnodati, e fu mandato a 
Musestre con ventiquattro ganzaruoli, e con tutta la gente 
d'arme della Signoria, che si potè trarre da Chioza, e da 
S. Nicolò di Lido con gran quantità dì balestrieri vene- 
ziani, e molte barche. E in Treviso era adunata tutta la 
gente, che s'aveva potuto trar delle bastella del Trivisano 
per dar battaglia al campo padovano, che era appresso 
a Treviso. Capitano del campo della Signoria che era a 
Musestre, era Saraceno Dandolo ; e dei ganzaruoli, e bar- 
che, che erano nel Sile, Marino Caravelle Condotto dun- 
que l'edifìcio predetto alle palate, che attraversavano il 
Sile, davanti la bastia predetta per un trar di balestra ; e 
in compagnia erano i ganzaruoli, e barche , e su la riva 
del Sile stavano le genti d'arme poco lontano con buone 
sbarre, e buonissima guardia ; e bombardando, e balestran- 
' do ambe le parti, quell'ingegnero con gran fatica cavava 
di que' pali, che erano di rovere grossissimi, e benissimo 
ficcati ; e erano esse palate tessute, e lavorate con grosse 
catene, per modo che esso edificio penò tre giorni, avanti 



iaC .1 EMÙ 01 CHIOOUlÀ 

clic potesse passare osse paiate, e fu lauto guasto e io- 
rato dalle bombarde, ebe non si potè più usa 

intendendo il signor di Padova, che il conio de 1 Vene? 
ziani era fermato appresso la bastia di Casale, lasciata 
parte della sua gente in guardia della torre, et 
l'alto fare, il suo sforzo di [gente da piedie da cavallo, 
ch'egli potè Irar di Padova, e del Padovano; e ivi era anco 
in persona Gerardo da Camino con molta gente del Friuli 
mandatagli dal Patiiarca. 

Alli 5 dei mese la mattina una gran compagnia del cam- 
po padovano assaltò il campo de' Veneziani a Casale, e 
corse quasi lino al mezzo; onde esso campo si messe lutto 
in arme, e le fu addosso, tacendolo ritirar lino a Casale, e 
lì si scoperse una imboscata, la quale caricò addosso ai 
Veneziani scavalcandoli, di modo elio' si messero in fuga; 
e fu preso Giovan dando Bertòn Mariscalco del campo 
de* Veneziani con dieciolto uomini d'arme, e molti si sal- 
varono per quei boschi ; e continuando le scaramucce , 
vennero poi presi molti del campo de' Veneziani. Fra tanto 
anco Fedilìcio sopraddetto fu talmente guasto dalle bom- 
barde, ebe non potendosi più adoperare, fu ridotto a Mu- 
sestre, onde il campo della Signoria, non avendo più ebe 
far lì, si ritirò ancor esso a Mùsestre coi ganzaruoli, e 
barche; e quelli del campo di Padova rifecero le sue pa- 
late più forti, che non erano prima. E lino al levare di 
detto campo , non vi morirono altro che tre uomini , di 
colpo di bombarda e molti furono feriti di verettoni, tutti 
dai balestrieri del campo, e da quelli dei ganzaruoli. 

Conoscendo la Signoria di Venezia, che per la via del 
Sile non vi era più mezzo di soccorrer Treviso per la 
grande fortezza della bastia di Casale , alìi 27 settembre 
fece levar il campo da Mùsestre, e andare a Mestre e si 
fermò davanti ii castello verso il terraglia per soccorrere 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 137 

per quella via la città di vittuaria ; e allora per essere 
ammalato Saraceno Dandolo, fu posto in luogo suo, Pietro 
Emo che era uomo savio e valente. 

Nell'istesso giorno le genti del signore di Padova si le- 
varono da Gasale, e ritornarono alla torre predetta , e fu 
sollecitato per finirla. Poi intendendo, ctie il campo della 
Signoria s'ingrossava, e considerando, che egli non aveva 
ridotto alcuno sotto Treviso, si levò da campo di lì alli 30 
di settembre, lasciando essa torre ben fornita, e andò ad 
accamparsi sotto Novale, perchè era vicino ad alcuni suoi 
ridotti ; e detle sue genti cominciarono a combattere il 
borgo con bombarde, e con battaglia damano; ne il cam- 
po della signoria poteva levarle di lì, per non essere forte 
abbastanza. 

Giunsero lettere a Venezia venute con un galadello, che 
cinque galere veneziane avevano preso una galera di Pera 
con tutti gli uomini, e una galeotta di ventotto banchi dei 
Genovesi, che era carica di specie , le quali cinque galere 
erano alla guardia di Tenedo, e quelle altre venivano di 
mar Maggiore. 

Avendo la Signoria avuta notizia, che il campo del si- 
gnore di Padova era levalo da Treviso, e che in essa città 
vi era gran penuria di frumento, il quale valeva lire ven- 
lidue lo stajo, e che era gran carestia d' ogni altra cosa , 
deliberò di mandargli gran quantità di frumento, che era 
stato adunato in Mestre per questo effetto, aspettando poi 
il tempo di mandarglielo. 

Alli 6 di ottobre il capitano del campo della signoria ca- 
ricò stara cinquecento di frumento sopra cavalli, e mandò 
per iscorta cento cinquanta lanze , e trecento fanti con 
quattrocento balestrieri; e se ben quel giorno fu grandis- 
sima pioggia li mandò però a Treviso, dove essa gente giunse 
coi frumenti ; e alli 9 poi si partì, e menarono seco mol- 



138 GUERRA DI CHIOGGIA 

e famiglie trivisane, che andarono a Venezia, facendosi 
il medesimo anco altre volte dipoi. 

Il campo del signore di Padova, vedendo, che quelli di 
^Novale valorosamente si difendevano, riè egli poteva avere 
esso castello, temendo del campo de'Veneziani, che ognor 
più s'ingrossava, si partì, e si ridusse per le sue castella 
nel Padovano. 

Alli 24 d'ottobre giunse nel porto di Venezia Carlo Zeno 
con tutta la sua armata, il quale subito disarmò , avendo 
in Istria lasciato quattro galere per sicurezza di quelle ri- 
viere, e de' navigli, che passavano, temendo che due galeotte, 
una da Marano, e l'altra da Muglia, facessero nuovi danni 
in esse, siccome avevano fatto anco nel passato; e con essa 
armata vi venne anco uno scrivano valentissimo che notò tutti 
i successi occorsi dalli 30 di luglio, che egli partì con Vet- 
tore Pisani, Ano alla tornata del detto Zeno , che fu nel 
giorno sopraddetto, come qui dietro appare. 

Nota di tutto ciò che aveva fatto l'armata, 
tenuta per lo scrivano sopraddetto. 

Milatrecentoottanta alli 30 luglio uscirono di Venezia galere 
quarantasette e altri navigli piccoli in tutto cento vele, ca- 
pitano nobil uomo messer Vettore Pisani. Alli 31 detto 
giunsero a Pirano, e di lì partirono due ore innanti giorno con 
molte barche armate, e andarono a Capo d'Istria, quale 
ricuperarono. Alli 2 d'agosto partite di lì andarono a Trie- 
ste, e questo luogo parimente ricuperarono. Alli 3 partiro- 
no, e ritornarono in Capo d'Istria, e poi a Pirano. Alli 4 an- 
darono a Parenzo, e alli 5 a Pola. Alli 6 partirono di lì, e 
fu preso un galadello di trentaquattro remi , e gli uomini 
fuggirono, e si salvarono neh" isola di Selva , ove per due 
uomini presi, che erano dei detti, s' intese delle galere di 



TUA VENEZIANI E GENOVESI 139 

Genovesi, e andarono a Zara all'i 8 dove si seppe che 
dodici galere erano andate in Puglia, e tre in Arbe, e il 
resto erano lì, delle quali dieci galere di Zara, e di schiavi, 
erano disarmate. Partì poi da Zara, che per buono spazio 
aveva bombardata, e miglia dodici lontano prese un na- 
viglio da gabbia carico di sale , il quale fa abbruciato , e 
gli uomini messi in galera. Alli 9 prese un altro naviglio 
appresso Traù carico di piombo , di ferro e di legname 
con un barchuzzo ; e tutti furono bruciati. Poi passato con 
l'armata in Puglia giunse a Rodi, e alli 10 sopra Bestice, 
scoperse dodici galere , le quali incalzò quattro ore , e si 
approssimò loro tanto, che furono feriti molti da ambedue 
le parti; e sariano state prese, se tutte le galere de' Vene- 
ziani fossero state insieme; ma gran parte di esse erano 
un miglio lontane , e così seguendole, si persero di vista , 
perchè era giunta la notte, e lasciò di seguitarle. Ed alli 
11 giunse in Manfredonia, dove alli 13 morì messer Vettor 
Pisani, della qual morte pianse tutta Y armata ; la quale 
partita di lì alli 14 andò a Rodi , a Bestice e a Tremiti , 
di dove fu mandato il corpo del Pisani insalato a Venezia. 
Partita essa armata alli 21 da Tremiti giunse in Ancona 
alli 23, e di lì partito il giorno seguente si levò e andò a 
Zara, ove giunta alli 26 le tirò contra molti colpi d' arti* 
glieria , e alli 27 giunse in Arbe , ove tolse acqua ; e in 
quel medesimo giorno prese, e abbruciò Bresca., avendola 
prima saccheggiata; e ahi 29 prese Segna, la quale fu me- 
desimamente saccheggiata , e in essa fu ritrovato molto 
avere. E per alcuni galeotti fu messo fuoco in più parti 
della terra, la quale per la maggior parte si abbruciò con 
la valuta di molli migliara di ducati ; e quella notte fu 
mandato un galadello a Venezia con le predette nuove. 
Alli 30 Tarmata arrivò a Veggia , e il vescovo appresentò 
e chiavi della città a messer Alvise Loredano, vicecapitano in 



140 GUElUtA DI CiUOGGIA 

luogo del Pisani, domandando di grazia, che la terra non 
fosse arsa. E perchè quelli della terra erano tutti fu. 
alla montagna col migliore delle sue robe, fu deliberato 
di non far loro danno alcuno, perche quel , che sign< i 
giava quella terra, era amico della Signoria , benché egli 
fosse suddito del re d' Ungheria, del quale era la Schiavo- 
ma. Ma il signore di Segua era genero del signore di P i- 
dova J e però esso fu maltrattato, come si e detto. A Ili .'51 
assaltò Buccari, il quale fu preso , saccheggiato e arso ; e 
a di detto giunse a Fiume. Al primo di settembre partito 
da Fiume, e toccate tutte le tene d' Istria da Pirano lino 
a Pola, si ridusse in essa citta. Ed aiti 8 si ehhe notizia, 
che messer Carlo Zeno era stato latto capitano dell'armata, 
di che tutti ne ebbero consolazione ; e di li andò a Paren- 
zo , dove ahi 12 giunse il detto Zeno con due galere, e 
poco dopo due altre, che erano stale mandate a Venezia. 
Alli 13 parti di li, e andò ad uno scoglio per mezzo Orsale, 
dove furono disarmate sette galere, e compartiti gli uo- 
mini per le altre. E quelle sette furono poi mandate a Ve- 
nezia con inesser Giacomo de' Cavalli, e con gli uomini 
d'arme, e con frumenti, perchè non accadeva , che quelle 
genti d'arme stessero più in armata, ma faceva bisogno, 
che andassero in Trivisana : il che fu alli li. Alli 15 poi 
giunse la galera, che era stata del Pisani , tornata da Ve- 
nezia , poi passata di nuovo a Pola, e parti alli 23 per 
Zara, la qual seppe in Quarnaro che trentaquattro galere 
de' Genovesi erano in Alhona ; però andata in Medolino 
si partì, e fu alli 24 sopra Alhona , e lì seppe de' nemici ; 
e alli 25 si partì, e una delle sue galere , che era anti- 
guarda, prese una galeotta disarmata, e per quella s'intese, 
che le galere de' nemici aveano albergato quella notte a 
Porto Camese , il quale è sotto Monte Chebo , e credendo 
fossero andate in Istria, tornò indietro, e alli 26 fu a Pola, 
e il giorno dietro ad Orsale, 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 141 

Addì primo ottobre fu disarmata una galera, e mandata 
a Venezia , e messi gli uomini di essa sopra le altre. Alli 
2 andò Tarmata a Pola, e alli 4 a Medolino, ove s'intese, 
che Genovesi avevano scritto al patriarca d'Aquilegia, che 
apparecchiasse panatico a Marano per trentotto galere, che 
sariano state lì alli 6 d' ottobre. Ancora si seppe , come 
galere trent' una erano in corso , e che se n' aspettavano 
altre sette. Stette 1' armata veneziana a Medolino per for- 
tuna cinque giorni ; e fùr mandate due galere in corso per 
saper delli Genovesi , e seppero che trenta erano state in 
Puglia a levar panatico, e si preparavano per accrescerne 
altre otto. Partirono Veneziani da Medolino alli 9, e di lì 
alli Brionia Porto del Quieto, Pirano e Isola; e poi alli 13 
tornarono a Pirano, e alli 25 di notte andarono a Marano 
con molte barche da Pirano ben in punto per dargli la 
battaglia ; e vi aggiunse lì una lor galeotta con avvisi, che 
r armata genovese era a Sbrifonzi , onde si partirono , e 

andarono sul porto di e ivi stettero fino alli 28 e 

nel medesimo giorno disarmarono tutte esse galere , fuori 
che quattro , le quali lasciarono alla guardia delT Istria , 
per tema di alcune galadelle del Friuli , che danneggia- 
vano in quelle parti. 

E questo è tutto quello , che fece essa armata , mentre 
stette fuori. E di più era stata a combattere Marano , e 
non aveva fatto frutto alcuno. 

Avendo dunque disarmate poi le galere, la Signoria di 
Venezia , e avendo deliberato di volere al tutto prendere 
Marano, fece grande apparecchio d'edificj e d'instromenti 
bellici, e scale, e mantelletti e d'ogni altra cosa necessaria 
per l'espugnazione d' una fortezza. E fatto capitano degli 
uomini d'arme, che erano al lido in guardia , armò circa 
trecento barche, con gran quantità de' balestrieri veneziani. 
E partì essa armata alli 6 di novembre , e alli 8 andò a 



142 GUERIU DI GHIOGGIA 

Caorle, e alli 10 al porto di Lignano appresso Marano ; e 
in quell'ora giunsero barche sessanta de' Tiranesi e Gra- 
disani ben armate; e dismontati tutti cominciarono a com- 
battere Marano per mare e per terra. E quelli di dentro 
montati sopra le mura si difendevano valorosamente, pit- 
tando addosso a quelli che cercavano di montar suso 
grosse pietre, e traendo molte bombarde per le rotture, 
che eran fatte nel numero, uguali a terra. Onde Veneziani 
vedendosi di ricever gran danno, convennero ritirarsi, la- 
sciando molti edifici. E cosi ritornarono a Venezia molto 
magagnati insieme e ingannati dell'impresa, che avevano 
tentato di fare : e ciò fu alli 12 dove fu fatto gran pianto 
per quelli, che si trovarono mancare. 

Avendo la Signoria di Venezia disarmate le sue galere , 
perchè era giunto L' inverno , fece gagliarda deliberazione 
di armare a tempo nuovo, di modo che potesse incontrar 
Genovesi; e per aver penuria di danari , provide di ritro- 
varne in questo modo. 

Furono messe all'ordine ventuna galere , fra le quali ve 
n' erano cinque grosse da mercanzia , e sedici sottili per 
scorta di quelle ; e di esse fu fatto capitano Simonetto 
Michele, e gli fu dato ordine che dovesse andare in Can- 
dia con molte merci e mercanzie d'alcuni Veneziani, e ivi 
caricar le dette cinque galere grosse di specierie e d' altre 
mercanzie, e condurle a Venezia, perchè poi la Signoria 
aveva deliberato di torle in sé . e far danari d' esse per 
gli bisogni del comune di Venezia. Così furono queste ga- 
lere armate ad uno , o due al più per banco , tanto che 
potessero esser condotte in Candia, con intenzione poi di 
compire di armarle al suo ritorno , mettendovi sopra uo- 
mini di Candia per sparagnare i suoi da Venezia a tempo 
nuovo , acciò si potessero armar più galere. E pel tempo 
contrario stettero a partirsi fino alli 16 dì febbraio , e di 
esse fu ammiraglio Nicolò Bianco . 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 143 

All'ultimo di novembre giunse nuova in Venezia, come 
Francesco Mocenigo, che era restato in guardia dell'Istria 
aveva preso un naviglio di schiavi , partito da Zara per 
Ancona con valuta di dodici mila ducati, il quale fu man- 
dato a Venezia. 

Ma ritorniamo alli fatti da terra. L'ultimo di novembre 
predetto un Gasparo da Serravalle capitano di cinquanta 
lanze partito da Mestre fra Bassano e Cittadella fece molti 
prigioni, e prese molto bestiame ; onde essendo assaltato 
da molta gente , fu astretto a salvarsi in Asolo , che era 
della signoria , con la preda, la quale egli vendette li per 
la maggior parte, e dopo due giorni ritornò a Mestre coi 
prigioni e col resto de' bestiami. Alli 3 di decembre parti- 
rono da Mestre settanta uomini d'arme e cinquanta pedoni 
per fare la scorta a Giacomo Valaresso, che andava capi- 
tano a Novale , e con loro andavano trenta carrette di 
vittuarie , delle quali in esso luogo era gran bisogno ; e 
nel viaggio furono assaliti dalle genti del signore di Pa- 
dova, e furono rotti e presi tutti, fuori che otto soli , che 
erano bene a cavallo, i quali portarono la nuova a Mestre; 
e con questi fu anco preso il Valaresso con tutte le car- 
rette di vittuarie. 

Nell'istesso giorno partirono da Mestre lanze settanta, e in 
Treviso condussero trecento stara di frumento, e prima che 
di lì partissero, furono discoperte sopra Treviso in Spine- 
da, e a San Palò certe genti de' Padovani a cavallo; onde 
i detti soldati usciti fuora gli assaltarono alla sprovvista, e 
ne presero sedici i quali furono mandati in Treviso; e se- 
guitando gli altri , diedero in aguaito a S. Maria della Ca- 
rità ; onde vedendo i nemici grossi , e di non poter loro 
resistere, saltarono a piedi difendendosi con le lanze in 
mano, e dopo un' asprissima battaglia furono rotti quelli 
della Signoria , e presi dieciotto uomini d' arme e tutti i 



144 guerra ni chioccia 

suoi compagni i quali poi furono lasciati secondo la usanza 
di guerra, ma presero le arme e i cavalli. 

Alli 19 giunse un galadello a Venezia, che portò nuova 
che otto galere genovesi, che stavano a Zara, avendo in- 
leso, che una galera e un naviglio de' Veneziani erano 
stati mandati in Capo d'Istria per caricare del sale e con- 
durlo a Venezia, andarono per prenderli ad essa città ; e 
vedute da quelli di dentro affondarono essa galera mezza 
carica di sale , la quale fu per forza levata da' Genovesi 
insieme col naviglio di sotto dal molo ; e non potendo 
condurre la galera pel troppo peso, la lasciarono andare a 
fondo ; e il naviglio carico di sale, lo condussero a Muglia 
a salvamento, e lì lo venderono. 

Essendo tra questo mezzo la città di Treviso e le sue 
castella in gran bisogno, ritrovandosi senza vittuarie, e 
tuttavia astretta dall'esercito del signore di Padova, i ret- 
tori di Treviso operarono con Guecellone da Camino si- 
gnore di Portobuffoledo e altri luoghi di là da Piave col- 
legato con la lega, che egli mandava di notte diverse vit- 
tuarie a Treviso , a Oderzo , a Conegiano e a Serravalle : 
il che avendo inteso il signore di Padova, conferì il tutto 
coi consiglieri della lega, e mandò un capitano con molti 
Ungheri a Portobuffoledo, il quale senza sospetto alcuno 
entrò dentro nel detto castello, e prese esso Guecellone, e 
suo figliuolo, e il castello con tutte le sue fortezze, e quelle 
messe in buona guardia a nome della lega : e ciò fu alli 
3 di novembre. 

In questo mezzo che tutto il Trivisano pativa per man- 
camento di vittuarie , il podestà e il proveditore di Ca- 
stelfanco per ordine avuto dalla Signoria vollero far torre 
tutte le biave , che avevano i cittadini di quel luogo , e 
metterle in castello ; ma essi cittadini accordati coi fora- 
stieri corsero alle arme, e presero essi rettori , e avendo 






TRA VENEZIANI E GENOVESI 145 

mandato per soccorso a Cittadella, vi venne in aiuto loro 
Giacomo da Porciglia con mille e cinquecento cavalli un- 
gheri e quattro mila fanti , i quali entrarono nel castello 
e nella rocca , e lo presero pel signore di Padova : e ciò 
successe alli 19 dicembre 1380. 

Ora essendo stati gli ambasciatori veneziani lungamente 
con quelli della lega per trattar la pace, né avendola mai 
potuto concbiudere, finalmente durando gli affanni della 
guerra, che rincrescevano ai popoli e alla Signoria istessa, 
e per tutto si mormorava di essa 3 mandò di nuovo suoi 
ambasciatori a Cittadella, dove insieme ridotti anco quelli 
della lega , alli 12 febbraio 1381 furono presentati da cia- 
scuna delle parti i loro capitoli, i quali furono gli infra- 
scritti , cioè : 

Capitoli proposti pel re cT Ungheria. 

1. Che la Signoria di Venezia debba dare alla Maestà del 
re cinque cento mila ducati d'oro per spese fatte per esso 
re nella presente guerra, e per danni per lui patiti, pagando 
di presente ducente mila, e del resto cinquanta mila al- 
l'anno fino al compito pagamento. E di questo si contentò 
la Signoria. 

2. Che la detta Signoria gli rifaccia i danni per lui pa- 
titi, per non avere potuto mandare il suo sale fuori della 
Dalmazia, come egli soleva fare innanzi la guerra. Ed a 
questo secondo capitolo la Signoria si rimesse di stare a 
quello, che terminasse il marchese di Ferrara. 

3. Che la Signoria predetta ritorni i suoi dazi ad esso 
re, che prima pagavano quelli di Zara e della Dalmazia , 
per le loro mercanzie condotte a Venezia avanti la guerra, 
e che siano trattati come prima. Ed a questo terzo capi- 
tolo la Signoria si contentò. 

IO 



146 GUER1U DI CHIOGGIA 

4. Che la Signoria restituisca al re alcune fortezze tolte- 
gli in questa guerra. Ed a questo essa consentì. 

5. Che il conte di Segna non sia più obbligato di levar 
per le sue terre 1' insegna di S. Marco , e che per questo 
egli non perda alcuna sua giurisdizione , che abbia col 
comune di Venezia. E di questo la Signoria fu pure con- 
tenta. 

Capitoli proposti per la Signoria di Genova. 

1. Che la Signoria di Venezia per alcun modo non s'im- 
pacci nell'isola di Cipro. E se ella s'impacciasse sia ob- 
bligata di pagare al comune di Genova ducati centomila, 
dando di ciò una buona e idonea sicurtà ad esso comune. 

2. Che di presente la Signoria di Venezia predetta resti- 
tuisca liberamente il castello di Tenedo a colui , da chi 
essa lo aveva avuto, o sia V imperator di Costantinopoli , 
o sia il re d'Ungheria. E ciò sia tenuta a fare subito senza 
intervallo di tempo. 

3. Che la detta Signoria di Venezia liberamente restitui- 
sca tutti i prigioni Genovesi, che sono nelle prigioni di 
Venezia, e anco tutti gli altri senza taglia alcuna. 

4. Che la detta Signoria debba rifar tutti i danni ricevuti 
per 1' armata de' Genovesi dentro di Chioza , quando essa 
città si restituì a' Veneziani , i quali danni debbano esser 
conosciuti, e liquidati dal signor Francesco da Carrara si- 
gnore di Padova. 

A questi capitoli risposero gli ambasciatori Veneziani 
esser contenti con questa condizione , che Genovesi deb- 
bano destradire, e far loro restituire tutte le mercanzie 
de' Veneziani, che erano a Pera, e in Famagosta, e in tutti 
gli altri luoghi de' Genovesi. 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 147 

Capitoli del patriarca d y Aquilegia. 

Che la Signoria di Venezia debba dare al patriarca d'Aqui- 
legia signore del Friuli, per danni e interesse di lui e di 
tutta la patria , per avere essa danneggiato quei luoghi, e 
per gli danni , che egli ha patito nel sovvenire F armata 
de' Genovesi , ducati cento cinquanta mila in tre termini > 
cioè ogni anno ducati cinquanta mila. 

Capitoli di Francesco da Carrara signore di Padova. 

1. Che tutti i termini de* confini, che per Veneziani fu- 
rono posti nella guerra del 1372 siano levati, e posti nei 
luoghi primieri, dove erano anticamente ai confini delle 
acque salse, siccome appare nelle scritture di esso signore 
di Padova. 

2. Che tutti i capitoli , patti , e convenzioni fatti V anno 
predetto 1372 tra la Signoria di Venezia, ed esso signore di 
Padova siano cassi , e nulli , di modo che non siano più 
d'alcun valore , né con esso signore , né col comune di 
Padova. 

3. Che que'capitoli anco, ì quali facevano menzione dei 
ribelli del comune di Padova, i beni de'quali posti in Pa- 
dova , e nel Padovano , fossero [posseduti per Veneziani } 
siano nulli, e di niun valore. 

4. Che esso signore di Padova non sìa tenuto restituire 
alcuna cosa di vendita delle possessioni de* Veneziani , né 
de'monasterj avute per lui nella presente guerra, né meno 
danari, che egli avesse riscossi da'suoi debitori Veneziani. 

§. Che ogni possessione, che sia d' alcuno di Venezia , 
posta nel territorio padovano , o sia de' monasteri , o di 
qualunque persona , debba far le fazioni , e pagarle col 



448 GUERRA DI CHIOGGIA 

comun di Padova, secondo che fanno tutte le altre posses- 
sioni dei cittadini abitanti in Padova, e nel suo territorio. 

6. Che i denari, che la quondam madonna Fina Buzza- 
cherina moglie di esso signore aveva alla Camera degl'ini- 
prestiti di Venezia, e tutti gli altri denari , e monete, che 
avesse in Venezia in mano de'mercadanti, o d' altri, la 
Signoria si conlenti, che siano restituiti ad esso signore 
in termine d'un mese dal di della confermazione della pre- 
sente pace. 

7. Che la torre del Coran con ogni sua ragione, e per- 
tinenza, e con ogni munizione sia restituita ad esso signore, 
secondo che egli la possedeva innanzi la prima guerra se- 
guita nel 1372. 

8. Che la condennazione fatta per la signoria di Venezia 
contra Francesco Turchetto sia cassa, annullata, e can- 
cellata, di modo che sia di niun valore, e che egli possa 
andare, e stare, e partir liberamente di Venezia, come fa- 
ceva prima. 

9. Che il detto signor di Padova possa trar di Venezia , 
e di Chioza quella quantità di sale, che gli farà bisogno 
per le sue terre, e fortezze, dovendolo egli pagare a prezzi 
giusti, e onesti, e coi dazj soliti, e consueti. 

10. Che di tutti i denari de'cittadini di Padova, che sono 
in Venezia agi' imprestiti , al sale, al frumento, e in altro 
qualsivoglia luogo pubblico , siano ad essi cittadini dati i 
loro prò, e utili sì pel tempo presente, come per lo passato 
e che loro possano goder tutti que' beneficj , che facevano 
innanti la guerra; e se loro li volessero vendere, o per- 
mutare, possano ciò fare come di cosa sua, e con chi loro 
piacesse senza contraddizione alcuna. 

41. Che la detta Signoria di Venezia debba dare ad esso 
signore di Padova la città di Treviso con tutte le sue ra- 
gioni, e pertinenzie, e con tutta quella parte del Trivisano, 
che essa Signoria tiene, e possiede sotto il suo dominio. 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 149 

12. Che parimente detta Signoria dia , e ceda ad esso 
signore il castello di Mestre vecchio , e novo , e bastie , e 
fortezze ad esso pertinenti. 

13. Che similmente sia dato ad esso signore il vescovado 
di Geneda con tutte le terre, e luoghi ad esso pertinenti. E 
questo vuole per buono, e pacifico stato di tutta la marca 
Trivisana, e specialmente degli abitanti in quelle parti, 
acciò non siano più afflitti da occulte o manifeste pestilenze 
di guerra. 

Questi capitoli tutti dimandò il predetto signore di Pa- 
dova , i quali furono laudati, e approvati dagli ambascia- 
tori veneziani con questa condizione , che anco esso si- 
gnore facesse , e osservasse tutto quello , che la signoria 
aveva dimandato , e dimandava per suoi capitoli , i quali 
sono questi. 

Capitoli della Signoria di Venezia. 

1. Che Francesco da Carrara signor di Padova per cau- 
zione di quanto dimanda la Signoria sia tenuto a mandare 
Francesco Novello suo figliolo a Ferrara per ostaggio ap- 
presso il signor marchese di detta città, con promessa 
che le cose dimandate gli sariano osservate. Offerendosi 
detta Signoria di Venezia di dare al presente ad esso signor 
di Padova, o suoi legittimi commessi la città di Treviso 
con tutte le sue castella, e fortezze. 

2. Che tutti i prigioni Veneziani così nobili, come popo- 
lari, siano liberamente rilasciati dalle prigioni di Padova , 
o d'altro luogo, dove fossero ritenuti, senza taglia alcuna, 
e lasciati andare liberamente a Venezia. 

3. Che tutti i prigioni, che furono mandati in Ungheria, 
e a Zara, il detto signore di Padova sia tenuto procurare 
col re d'Ungheria, che siano rilasciati senza taglia, doven- 



150 GUERRA DI CHIOGGIÀ 

dosi esso signore in questo negozio intrometter con ogni 
suo potere, e buona volontà. 

4. Che parimente tutti i prigioni Veneziani così nobili , 
come popolari , e di qualsivoglia condizione , stati presi 
dall'armata de' Genovesi, e ebe ora sono in loro potere, 
siano liberamente rilassati , e data loro la libertà senza 
taglia alcuna. 

5. Cbe il detto signor di Padova, ottenuta ebe averà la 
citta di Treviso , e il Trivisano, sia tenuto lasciar le vie 
aperte a'mercatanti, si che le mercanzie corrano, e possano 
andare a Venezia, e ritornare a loro beneplacito, secondo 
il consueto, ne possano a modo alcuno essere da esso si- 
gnore, o suoi ministri impediti, pagando però i dazj con- 
sueti, i quali non possano essere accresciuti, ne meno oc- 
cupate le vie pel transito di essi. 

6. Che il detto signore debba cassare , e licenziar tutte 
le genti, ch'egli ha al suo soccorso così del re d'Ungheria, 
come de'Genovesi, e così da mare, come da terra. A que- 
sto capitolo risposero quelli della lega essere contenti di 
quanto in esso si contiene, quando il figliuolo del signore 
di Padova sarà liberato e tornato da Ferrara. 

7. Che il detto signor di Padova restituisca alla signoria 
di Venezia il castello di Cavarzere in quei termini, secondo 
che lo possedeva binanti la guerra. 

8. Che il detto signor di Padova si debba intromettere 
con effetto , e fare , e operare col re d' Ungheria, che egli 
rimanga buon amico, e abbia buona pace con la signoria 
di Venezia. E che Veneziani possano con le loro mercan- 
zie usare , e praticare tutti i suoi porti, e luoghi sì da 
mare, come da terra, siccome facevano prima. E il simile 
debba fare , e operare con la comunità di Genova , e col 
patriarca d'Aquilegia. E cbe in quanto esso signore di Pa- 
dova non potesse far attendere le cose prescritte, prometta 



TRA VENEZIANI E GENOVESI IBI 

ad essa Signoria di non esser mai più collegato con alcuno 
di loro, né dar loro mai più ajuto , né favore così in oc- 
culto , come in palese , dando esso signore per piezzo di 
quanto si contiene in questo capitolo il signor marchese 
di Ferrara, il quale per lui prometta come di sopra. 

A questi capitoli fu risposto , che il signore di Padova 
averia fatto , e procurato con effetto, quanto la Signoria 
di Venezia domandava ; ma che egli voleva da essa ducati 
ottantaquattro mila d'oro ch'egli aveva prestato al patriarca 
per detta guerra. E voleva anco venticinque mila dueati, 
che egli aveva dato alla ciurma de' Genovesi, quando loro 
entrarono in Ghioza per sussidio di essa ciurma. 

Sopra tutti i capitoli sopraddetti presentati per le parti , 
molte volte gli ambasciatori discorsero per poter concluder 
la pace tanto desiderata da tutti, ma perchè sempre sor- 
gevano nuovi ostacoli, gli ambasciatori veneziani di ordine 
della Signoria alli 20 d'aprile senz* altra conclusione ritor- 
narono a Venezia. 

Vedendo la Signoria, che al tutto le conveniva lasciar 
Treviso , secondo che da' suoi ambasciatori aveva inteso , 
e che Castel-Franco se le era ribellato ; e oltra di ciò i 
soldati mal pagati ; e non potendo rifondere nel far le pa- 
ghe , e nel sostener le castella , e la città di presidi e di 
vittuarie, per mancamento di denari, deliberò di dare essa 
città, e suo territorio a Leopoldo duca d' Austria, accioc- 
ché egli facesse la guerra col signore di Padova. E queste 
cose si praticavano in Venezia, mentre gli ambasciatori 
erano a Cittadella. E perciò fu fatto ambasciatore al detto 
duca Pantaleone Barbo , il quale alli 17 di febraro partì 
per detta sua ambasceria. 

Alli 25 detto parti dal campo de' Veneziani, che era a 
Mestre, lo sforzo della gente da cavallo, che furono mille 
e cento dieciotto, togliendo commiato dal capitano perchè 



Wd GUERRA DI CHIOCCIA 

si dolevano di non poter avere le sue paghe, se ben feri- 
mento avevano servito la Signoria. E dissero, che sariano 
anco stati alquanti giorni sul Trivisano, aspettando di aver 
dette suo paghe, senza far danno alcuno alla Signoria; ma 
se fra tre giorni non erano pagati, farebbero come nv 
loro paresse. E partili andarono ad alloggiar a Sfogliano a 
mezzo il Terraglio, ove ritrovarono rinfrescamene di vit- 
tuario con carri, che aveva loro mandato il signore di Pa- 
dova, dal quale furono assicurati di stare sul Trivisano per 
alcuni giorni. E tutti questi erano Lombardi sotto il capi- 
tano Boino, e Inglesi sotto il capitano Brigante. 

Ahi 28 fcbraro di notte il capitano del campo di iMestre 
mandò il restante della sua gente da cavallo a fare scorta 
a trecento stara di frumento, che andava a Treviso sopra 
alcuni carri : e nel viaggio furono assaltati sul Terraglio 
dalle genti del signore di Padova; ma perchè i conduttori 
erano più forti, non poterono far loro danno, onde con- 
dussero esso frumento a Treviso a salvameuto ; e quella 
medesima notte ritornarono indietro, acciò i nemici pel 
loro indugio non s' ingrossassero ; e essendo di nuovo as- 
saltati a Preganzuolo, furono rotti, e presi quaranta cavalli 
insieme con Traverso da Monfumo loro capitano, e buon 
condottiero, il resto ritornò a Treviso, e poi a Mestre ; e 
per tal modo il campo della Signoria fu ridotto a niente. 
Vedendo la Signoria, che le cose sue di Trivisana si ridu- 
cevano a niente; ne volendo per modo alcuno dar Treviso 
al signor di Padova, mandò ambasciatori al marchese di 
Ferrara, per fare che egli s' interponesse per la pace, e ac- 
cordo tra essa, e il detto signore ; i quali partirono alli 
4 di maggio 1381, e giunti a Ferrara furono di ciò a par- 
lamento col marchese ; ma non poterono far cosa alcuna, 
e ritornarono a Venezia. 

In questo mezzo non restava la Signoria di provedere 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 153 

alle cose sue ; e intendendo, che il signore di Padova aveva 
caricate molte bastie sopra i carri, e fatto gran sforzo di 
genti d' arme per fermarle sul Trivigiano, dubitando che 
non si fermassero tra Mergara e Mestre , ne mandò a fer- 
mar quattro in detto luogo, a fine che non le fossero im- 
pedite le vie di soccorrer Mestre, poiché per acqua non ne 
aveva alcuna. E così ne fece fabbricare una alla bocca del 
Rio Vidal, che è tra mezzo la torre di S. Giuliano, e Mer- 
gara, e tre nel mezzo tra esso luogo di Mergara e Mestre, 
le quali furono cominciate alli 4 di marzo , ed in cinque 
giorni furono finite. 

Il signore di Padova air incontro intendendo , che il 
campo de' Veneziani era quasi disfatto, alli o di marzo 
mandò tutto lo sforzo della sua gente sotto Novale, e su- 
bito fece fare una bastia a Mogliano sul terraglio nel mo- 
nastero delle monache di quel luogo, armando il campa- 
nile, e tutto il monastero con fossi, e riedefossi ; e scavezzò 
il terraglio in due luoghi per mezzo esso monastero con 
grandissimi fossi, e con rive molto alte, mettendo molti 
gradizzi su quelle rive, acciò la Signoria non potesse più 
soccorrer Treviso. E in questa fortificazione non vi fu fatto 
contrasto alcuno, perchè il campo de' Veneziani era quasi 
disfatto. Onde Trivisani si accorsero, che tutti i passi erano 
serrati, e che erano privi di ogni speranza di soccorso. 

Intendendosi anco in detta città di Treviso, che la Si- 
gnoria trattava di dare essa città al duca Leopoldo, i sol- 
dati, che erano alla guardia, dubitando di perdere le loro 
paghe, se ciò avesse effetto, fecero tra loro un capo, nelle 
cui mani giurarono di contentarsi di quanto egli avesse 
operato per benefìcio di essi soldati, acciò non perdessero 
le paghe, delle quali andavano creditori, il quale accom- 
pagnato da molti contestabili si presentò innanzi a Marco 
Zeno podestà, a Leonardo Dandolo, capitano e ad Andrea 



184 GUETìIU DI CTIIOGOIA 

Venicro prò veditore , ai quali liberamente parlò con dir 
loro, che egli veniva per nome di tutti i soldati, i quali 
avevano inteso, che la Signoria era alle strette per d ai- 
Treviso al duca Leopoldo; e che facevano loro Intendere! 
e protestavano di voler essere soddisfatti di tutte* le loro 
paghe , innanzi che si facesse tal mutazione ; altrimenti, 
che averiano provisto alle coso loro; e però che dovessero 
un di loro andare a Venezia, e portar loro le dette paghe 
alla più breve che potessero. E cosi udita questa gagliarda 
imbasciata, poiché videro essi rettori non potere far altro, 
per acquetarli , il Veniero si parli per tal effetto con al- 
quanti di sua compagnia ; e per boschi , e vie strane di 
notte andò a Musestre, e di li a Venezia, ove aggiunse a 
gli 8 di marzo ; e presentatosi alla Signoria , le raccontò 
tutto il fatto seguito. 

Udito che ebbe la Signoria con ammirazione l'intenzione 
de* soldati , prese partito di mandare un cavallaro a Tre- 
viso, per far sapere ai rettori che da Venezia non si po- 
tevano mandar loro denari sicuramente, per essere i passi 
serrati. E però che procurassero di farsi servire a qual- 
cuno di lì per imprestito lino alla somma di sedici mila 
lire di piccioli, che loro sariano poi state restituite corte- 
semente in Venezia. E questo cavallaro fu mandato alli 10, 
e quell'istesso giorno giunse in Treviso , e diede le lettere 
alli rettori, i quali in esecuzione dell'ordine si affaticarono 
assai per avere detta quantità di denari da' cittadini più 
ricchi, e da alcuni usurari forestieri, i quali risposero loro 
di non aver denari. 

In questo tempo il podestà di Asolo, vedendo di aver 
poca gente per difesa di quel luogo , poiché molti erano 
partiti per causa della fame, e anco per non poter avere 
le loro paghe, si risolse di abbandonare il borgo, e ridursi 
con que' pochi che erano restati nel castello, facendo spia- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 155 

nar tutte le case e stanze di esso borgo ; il che , se fosse 
seguito, saria stato con notabilissimo danno de' patroni di 
esse. Ma udite quello che successe. 

Il signore di Padova, avendo presentita tale deliberazio- 
ne, prese il tratto avanti , e mandò Ugolino de* Ghislieri 
bolognese con molta gente da Bassano e da Romano , i 
quali agli 11 assaltarono esso borgo, che già era quasi 
tutto abbandonato con scale e altri edifici, onde lo ebbero 
con poca fatica. Perciò il podestà con tutti i terrieri e sol- 
dati si ritirò nel castello; e Ugolino si accampò nel borgo, 
manganando e bombardando esso castello; e fece una cava, 
mettendoli il muro sopra ponte, che lo sostentavano; e 
rompendo i mangani molte case , s'avvide il podestà che 
quel muro era in mali termini; e non isperando soccorso 
ne da Venezia , ne da Austria , agli 28 d'aprile si rese a 
patti , e con queste condizioni , che chi volesse., potesse 
liberamente partirsi , conducendo seco 25 carra di tutto 
quello che più gli piacesse , e con le persone cariche a 
loro arbitrio, e potessero andare, dove più grato lor fosse; 
e tutto il resto fosse del signore di Padova col castello ; e 
di più chi volesse restare , avesse tutto il suo mobile e 
stabile, e potessero stanziare in Asolo. Ed avete a sapere, 
che la rocca di Asolo da alto e Grispignana dell' AvQgaro, 
si tennero del continuo in questi affari per la Signoria ; 
ma dopo alcuni giorni il podestà andò con le sue robe a 
Venezia, e alcuni restarono a Treviso. I soldati che erano 
alla guardia di Novale, avendo in quei giorni presentito» 
che la Signoria era per dar Treviso al duca Leopoldo , e 
essendo creditori di molte paghe, dubitando, quando tal 
mutazione si facesse, di non perdere quanto le avanzava, 
trattarono col signore di Padova di dargli Novale con tutta 
la munizione , che era dentro. Ed essendo il podestà un 
giorno uscito del castello, entrarono dentro essi, e tennero 



:;l;A DI CHIC 
quella fortezza 6 '- T li diedero C fu alli 12 di 

marzo, e alli 1 

vale, e ; munita , 

inni dodici ella non pagberia né colta, 

• alcuna. E cosi ottenuto Novale, fur 
dati dal b a, come era: .ti d'aec 

Alli 18 avanti _; 'ino una _ atita di barelle, e di 

ganzaruoli armati dei detto >. 

alla torre da. iuantità di balestrieri 

e di 1 - combatterono per quattro ore, e non poi 

aver. . ne ritirarsi indi per la - 

dell'acqua, che fece in quel mezzo , ri due g; 

ni' li e quattro barche in secca alla dritta tjrre, che fu; 
mandati a Venezia. 

[porno giunse lo sforzo della genti ttore 

di Padova all'assedio di Treviso e questa fu la terza :. 
con cinquecento lanze e con molti pedoni, della qual gente 
era capitano Arcuano Buzzacberino ; e fermo il campo a 
Santi Quaranta os iilijenza per vietare, che non 

entrasse nella città vittuaria, dentro della quale non vi 
erano se non cento uomini d'arme, poiché per stracca e 
per necessità l'altra gente era partita, non vi essendo vit- 
tuaria per due mesi, e il frumento valeva lire ventidue lo 
stajo|, la carne salata e il formaggio soldi nove la libra, 
Polio soldi 22 la libra, il vino lire 14 il conzo, e sale non 
ve n'era ; e tutti quelli di Treviso stavano con gran timore, 
che i soldati non assaltassero la terra e la mettessero a 
sacco. Ma Iddio non permise tanto male. Però sapendo 
la Signoria, che Treviso era in tanta estremità del vivere, 
e mal fornito di gente da difesa, gli mandò due va! 
capitani con cinquanta soldati per cadauno, i quali parti- 
rono alli 17 di marzo , e entrarono dentro il giorno se- 
guente nell'alba, senza ostacolo alcuno, e senza che alcuno 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 18? 

ael campo s' accorgesse. Onde avendo saputo quelli del 
campo, che questi soldati erano entrati nella città, comin- 
ciarono a mandar ogni sera in guardia a S. Ambrogio della 
Fiera cinquanta uomini da cavallo per impedire, che da Mu- 
sestre, e dalla Callalta non entrassero vittuarie in Treviso, 
né altro sussidio. Ma vedendo quelli di dentro, che ogni 
sera vi andava detta guardia a quel passo, si pensarono 
di Jarli, se possibil fosse, prigioni, e venne loro fatto, che 
ottennero con la loro sagacità quello che desideravano ; 
perchè alli 18 una sera uscirono di Treviso duecento uo- 
mini d'arme a piedi, e si posero in aguaito nel Borgo 
di S. Tomaso sotto la condotta di Giacomo da Medicina 
capitano e quattro altri contestabili. E stati lì sino a mezza 
notte nell'imboscata, intesero, che essa guardia nemica era 
tirata giù della strada, ed entrata nella chiesa; e questo 
intesero per via delle loro scorte. Onde Giacomo predetto 
con la sua compagnia uscì del borgo, dividendo i soldati 
in due parti, ed andarono tutti quieti a quella chiesa, che 
non furono sentiti, e dopo che per più di mezz'ora ebbero 
conteso alle porte, finalmente entrarono dentro, e li fecero 
tutti prigioni, e furono quaranta uomini d'arme, i quali 
coi loro capi e coi cavalli furono condotti dentro nella 
città. Onde per l'avvenire mandarono poi più grossa guar- 
dia in esso luogo, per non ricever più danno, ne vergogna, 
come avevano avuto questa volta. 

Alli i9 marzo uscirono di Mestre cinquanta cavalli , 
ed andarono verso Treviso alla ventura, e s'incontra- 
rono in una quantità di cavalli, che avevano fatta la 
scorta a certi carri di vittuaria fino al campo , e ritorna- 
vano a Mirano; e li assalirono e li ruppero, e ne presero 
trentasei con tre paia di buoi, e dieci villani, e tutti li con- 
dussero a Mestre, 

Il dì 28 marzo di notte si partirono barche quattro di 



458 liHA DI òhioggìì 

Padovani ben armale, e pel canale di Siocljo andarono 
lino alla Gavada, che va a Chioza, e troi Ite bar- 

che da Venezia con vittuarla, che portavano ad essa i 
e trovati gli uomini, che dormivano ne uccisero due. E ne 
presero trentadue e tolto quello che loro parve, ailonda- 
rono esse barche, e partirono coi prigioni. Onde avendo 
ciò inteso la Signoria messe ordine, che più barelle andas- 
sero armate per quelle parti, e stessero sempre alla guar- 
dia di coloro, che usavano il camino di Chioza; e cosi 
fu fatto. 

la detto giorno i soldati di Serravalle con alcuni villani 
di quelle contrade, che avevano soldo ivi , corsero armati 
alla piazza, e presero il/ podestà, facendosi dar le chiavi 
del castello, ed olirà di ciò presero tutte due le fortezze 
della moatagna; e questo per aver saputo, che la Signoria 
aveva dato Treviso, e il Tri\isano al Duca Leopoldo, e 
perciò dicevano di dover avere le paghe di cinque mesi , 
per le quali anco alcuni loro contestabili erano stati a Ve- 
aezia un mese, e più, né avevano potuto aver cosa alcuna; 
e con questa occasione di non voler perdere i suoi denari, 
avevaao preso quelle fortezze. Ma non restarono di man- 
dare ancora un suo contestabile alla Signoria per trattar 
di avere i loro denari; il quale andato, fece patto, che se 
in termine di dieci giorni dessero i loro denari, si offeri- 
vano restituir le fortezze per loro occupate in dietro; al- 
tramente ch'eglino averiano fatto altra deliberazione; e di- 
cevano di dover avere lire ventiduemila : il che avendo in- 
teso la Signoria, scrisse a quelli di Serravalle, che erano 
senza colpa di tale avvenimento, che provedessero tra loro, 
o per via di prestanza , o in altro modo , che si trovasse 
questa somma di denari per pagarli, che oltre che averiano 
lor fatto piacere, saria anco stato restituito il deaaro, iscu- 
sandosi, che per allora non avevano il modo di mandarli ; 



?RA VENEZIANI E GENOVESI 159 

e diedero loro anco avviso, come avevano dato Treviso, e 
il Trivisano al Duca d'Austria, e che perciò non accadeva 
più spesa. Onde vedendo essi serravallesi , che la cosa si 
scaricava sopra di loro % per non andare in mano del Si- 
gnore di Padova, parlarono coi soldati, e loro dissero, 
quanto la Signoria aveva scritto; e si offersero loro di dare 
fra otto giorni le paghe, ch'eglino dimandavano, con patto 
che rendessero loro le fortezze; e così essi soldati si con- 
tentarono, iscusandosi di non averle intertenute per altro, 
se non per avere le loro paghe, ma non per usar tradi- 
mento; e così promisero, che avendole nel termine sopra- 
detto, averiano reso la terra, e quanto tenevano occupato. 
E così con questo accordo quelli della terra mandarono 
due loro nunzj al capitano di Cividal di Belluno , che era 
del detto Duca, avvisandolo in che termine si trovava esso 
luogo. Onde esso capitano, sapendo, che il suo Duca aveva 
avuto dalla Signoria pi omessa di Treviso, e il Trivisano, 
temendo , che Serravalle non si perdesse , operò con Gia- 
como Spiritello da Gividale, che egli lo servisse di tal de- 
naro; e così lo servì, e furono pagati i soldati. 

A dì primo agosto partì l'armata da Modon, ed andò al 
Prodo, ove si disarmò la galera Celsa, e messi gli uomini 
sopra le altre , fu rimandata a Modon. Alli 2 fu a Chia- 
renza , ed alli 4 fu sopra 1' isola della Cefalonia. Alli 
5 veramente venne da Venezia una galera Dandola, e 
portò lettera all' armata , la quale poi andò al Fico , ed 
alli 6 al Paxù, ed alli 7 a Corfìi, ove intese per una 
galeotta pugliese, che venti galere de' Genovesi erano giunte 
dal Sasena ad Otranto, onde tirò via alla volta della Cala- 
bria, ed alli 12 fu alla bocca del Faro, e scorsa la Ri- 
viera di Napoli , e di Roma, giunse alli ventidue a Piom- 
bino , ed il giorno dietro a Ligorno , dove ebbe lettere da 

Venezia con certezza della pace seguita W Genovesi ; $ 



460 GUERRA DI CHIOGGU. 

Veneziani, della qual cosa tutta essa armata ne fu malcon 
tenta, perchè si sperava di far molti danni nella Riviera 
di Genova, ed in quelle parti, e far grossi bottini. Parti- 
tosi poi alli 24 fu alli 31 a Gajeta, dove si rinfrescò, 
e scorse la Riviera di Napoli . e di Calabria , ed agli 
8 del mese seguente fu alla Colonia, ed alli il a Sa- 
pienzia, dove stette ad aspettar ordine dalla Signoria. 
Onde alli 24 giunse da Venezia la galera Sannuda, par- 
tita da Corone con lettere, ed ordine, che V armata do- 
vesse ritornare a Venezia, con le mercanzie, che erano a 
Modon, le quali furono caricate sopra cinque galere grosse, 
che erano rimaste lì. E poi parli alli 28 , e fu al Sa- 
seno alli 2 d'ottobre, ed alli 3 giunse la galera Faledra, 
che fu mandata a levar le mercanzie di Patrasso, e conti- 
nuando il suo viaggio tutta essa armata arrivò con galere 
diciasette a Venezia alli 13 del mese con le mercanzie. 

Mentre che la detta armata stette fuori, non cessava 
punto in Terra ferma la guerra fra la Signoria di Venezia, 
ed il signore di Padova nel Trivisano; e del 1381 agli 
Il d' aprile di notte Giovanni Unghero capitano delle 
genti del re d' Ungheria , che stanziava a Colle tra Co- 
negliano, e Sacile, avendo trattato con due contestabili di 
fanteria, che erano ai presidio del castello di sopra da Co- 
nigliano s* appresentò ad esso con molte scale, e con spalle 
dei detti entrò dentro con forse ottanta de' suoi soldati; e 
sentiti da quelli di dentro, mandarono abbasso nella terra 
per aver soccorso, ed intanto furono alle mani con quelli, 
che erano entrati dentro, e dopo lunga battaglia finalmente 
li messero in rotta, avendone morti da trenta e presi ven* 
totto con uno dei due contestabili , che aveano commesso 
il tradimento.|Edil resto scampò, gettandosi giù delle mura; 
e quelli, che erano stati presi, furono appiccati d'intorno 
il castello per metter terrore agli altri. 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 161 

Era divolgata in lontane parti la fama di questa guerra 
che era tra la Signoria di Venezia, e la Lega de' Genovesi, 
e come si erano abboccate insieme le ambascerie delle parti, 
e quasi anco restate d' accordo ; e per metter fine a tanti 
travagli , volle la Maestà d' Iddio inspirare al Duca di Sa- 
voja, che s'interponesse alla pace, e forse per parole del 
vescovo di Torcello, che era savoino, e per questi trava- 
gli di guerra s' era partito del suo vescovato. Onde esso 
Duca deliberò d' intromettersi in tal maneggio, ed avendo 
mandato per ambasciatore a Venezia il predetto Vescovo 
(il qual giunse a-lli 3 d' aprile 1381) si offerse di fare 
ogni officio, acciò seguisse raccordo, richiedendo la Signo- 
ria di Venezia a mandar suoi ambasciatori, siccome anco 
per suoi nunzi operò, che il Re d'Ungheria, la Repubblica 
di Genova, il Signor di Padova, ed il Patriarca d'Aquilegia, 
il medesimo facessero. Cosi la Signoria creati tre ambascia- 
tori per tal causa, i quali furono Michel Moresini procura- 
tore, Giovanni Gradenigo, e Zaccheria Gontarini, li mandò 
col Vescovo a Torino, e medesimamente il Signor di Pa- 
dova mandò i suoi , che erano i medesimi , che furono a 
Cittadella. 

Alli 4 d' aprile furono armate in Venezia due galere 
sottili, e dati loro per sopracomiti Fantino Merlo, e Giaco- 
niello Trivisan, cittadini del popolo, ed in quei giorni s'in- 
tese, che tredici galere de' Genovesi erano partite da Ge- 
nova per venire nel golfo di Venezia ; onde la Signoria per 
ispedir più presto, ridusse quelle due in una, e la mandò 
a Carlo Zeno per fargli intendere tal cosa. Erano le galere 
del Zeno trenta e quelle de' Genovesi tredici, oltre otto al- 
tre, che avevano a Zara, e otto in Schiavonia , e due a 
Trieste e a Marano che in tutto erano trentuna. E perchè 
Veneziani sapevano, che le sue venivano pigre, perchè ac- 
compagnavano le galere grosse , e perciò averiano potuto 

11 



162 GUKRRÀ DI CHI06GIÀ 

incontrarsi nelle genovesi, che potevano* far la massa a 
Zara, ed andar loro incontra, però commossero al Zeno, 
che scaricasse le galere grosse a Modon, e cosi fu fatto. 
; La Signoria di Venezia per istar meglio provista per causa 
di detta armata genovese , alli 10 d' aprile cavò dall' ar- 
senale otto galere sottili, delle quali fecero capitano Nicolò 
Michele, e sette sopracomiti per supplemento, e le tenne in 
punto nel Canale di S. Nicolò senza farle uscir fuori. 

Alli 14 venne nuova , che Pantaleone Barbo amba- 
sciatore della Signoria al Duca d'Austria , gli aveva dato 
Treviso, e il Trivisano, nel qual tempo il Signore di Pa- 
dova aveva tutto il suo sforzo di gente attorno essa città; 
e fu questa nuova di gran consolazione a tutti i Trivisani; 
onde intendendo il Duca, che il Signore di Padova l'aveva 
quasi ridotta al fine, e che di continuo ingrossava più il 
suo esercito, acciocché egli avesse causa di venir più tardi 
al soccorso, per venir meglio in punto, ed in quel mezzo 
la città gli venisse nelle mani. Però esso duca Leopoldo 
volendo provedere, mandò due cavalieri tedeschi de' suoi 
con carta di sindicarìa, e lettere ducali della Signoria di 
Venezia, ai rettori di Treviso, richiedendoli, che dovessero 
dar la guardia della città in mano di essi cavalieri, i quali 
con Giacomo Spiritelli da Gividale entrarono in Treviso di 
notte con dodici cavalli, e presentate per loro ad essi ret- 
tori le lettere, e la sindicaria alli 2 di maggio nella chiesa 
del Domo , presente il Vescovo , ed il popolo , per messer 
Marco Zeno podestà fu data la bacchetta a Princivalle ca- 
valier tedesco, uno de' duoi, e per messer Leonardo Dan- 
dolo capitano le chiavi a Gualtier Bertoldo da Spilimbergo, 
che era l'altro, raccomandando loro tutti i trivisani, come 
più fedeli e costanti, che trovar si potessero. E così quelli 
della terra giurarono fedeltà nelle mani di essi due cava- 
lieri; e i soldati diedero la fede per un mese, finché giuri* 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 163 

gesse detto Duca. E queste cose si fecero con grandissima 
allegrezza , e furono drizzate sopra le torri della città le 
bandiere del Duca, il quale intanto ingrossava il suo eser- 
cito per liberar la città dall'assedio, che Padovani continua- 
vano di tener ivi con molta gente, che avevano in Spineta, 
luogo vicino ad essa città, 

Alli 17 d'aprile giunse nuova in Venezia, come dei pri- 
gioni veneziani, che erano in Genova, così gentiluomini, 
come altri , ne erano morti per la maggior parte strana- 
mente per gli disagi patiti , e furono da trecentocinquanta 
insuso, perchè erano tenuti nelle prigioni senza stramazzi, 
ne letti, e davano loro dodici oncie di pane per cadauno 
al giorno, e non altro da mangiare, e un poco d'acqua; 
ed alcuni cibi velenosi , perlochè erano morti in quindici 
giorni, e i lor corpi gettati in mare; ed a quelli, che 
erano restati non si lasciava parlare da alcuno. Intesa 
dunque tal nuova in Venezia, furono levati ai prigioni ge- 
novesi, che erano in Terra nuova, i letti, e stramazzi, e 
levata loro ogni sorta di vittuaria , fuori che "dodici oncie 
di pane, che loro si diede per cadauno con dell' acqua, e 
così furono tenuti ventotto giorni, perchè parendo poi alla 
Signoria, che questa fosse troppa crudeltà, restituì loro, e 
concesse quanto prima avevano. 

Alli 19 giunse nuova, che tre galere de' Genovesi con una 
galeotta, avevano tratti quattordici navigli parte carichi, e 
parte no, che erano de' Veneziani, fuori del porto di Pe- 
saro , e gli avevano messi a fuoco , e presi tutti i Vene- 
ziani, che si trovarono per le case di esso porto, essendo 
le porte della terra serrate, ed i ferrieri armati sopra le 
mura per dubbio de'Genovesi, sebbene a loro non diedero 
alcun impaccio. Ma entrati nelle cantine de' vini che erano 
de' Veneziani, sfondarono le botti, ed essi quattro legni 
giunsero sopra Ghioza alli 42 e scorsa di li la riviera sino 



164 (iUKRKA DI CHIOGGIÀ 

in Ancona, bruciarono più di cinquanta tra barche, e na- 
vigli, parte voti, e parte carichi; e presi molti uomini , si 
ridussero a Zara con grandissimo lor guadagno. 

In quei giorni Enfedisio conte di Collalto , e signore di 
S. Salvadore, sapendo, come la Signoria di Venezia aveva 
dato Treviso al Duca d'Austria, del consentimento della 
Signoria, si rese anch'egli alla grazia del detto Duca, levando 
le sue insegne nel suo castello; ed il medesimo fece anco 
Uambaldo conte zio di detto Enfedisio nel suo castello. E 
tutti due essi conti furono ad accompagnare il Duca, quando 
egli fece l'entrata in Treviso. 

Questo Duca in detto tempo mandò molte sue genti a 
Gonegiano per torre il possesso di quel castello, e non vo- 
lendo a ciò consentire i soldati , che erano al possesso e 
guardia di esso, perchè non erano stali soddisfatti delle loro 
paghe, convennero ritornare a Serravalle. Né potendo la 
Signoria mandar denari pel pericolo che vi era de'nemici, 
commessero al podestà, che di notte togliesse dentro detta 
gente per via della rocca: e cosi alti 21 d' aprile furono 
tolti dentro per quella via duecento uomini d' arme, e ve- 
nuti nella terra, i soldati convennero consentire; e fu messo 
per capitano di quel luogo Biagio di Val Sugana condut- 
tiero di essa gente. E cominciarono i terrieri a reggersi 
secondo le loro usanze antiche, come al tempo di libertà 
si reggevano. 

Avendo dato la Signoria Treviso al Duca d'Austria, ne 
bisognandole più carico grosso a Mestre , ed intendendo , 
che 1' armata de' Genovesi s' ingrossava molto, deliberò di 
finir la fortezza del porto con tutto il muro, ed alcune 
torri cominciate; e così si esegui il lavoro cominciato, e 
si ridussero i soldati a S. Nicolò del Lido; e ciò fu fatto 
per più sicurezza. Ed alli 27 aprile fu fatto capitano di 
detta gente Nicoiò Zeno con due provveditori nobili vene- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 165 

ziani. E per gli 8 di maggio tutti i soldati , che erano a 
Mestre, si ridussero al Campo a S. Nicolò del Lido con 
molti balestrieri veneziani. 

Alli 28 d'aprile il podestà di Oderzo di ordine della Si- 
gnoria diede esso castello al Duca Leopoldo , il quale alli 
5 di maggio giunse a Gonegiano con grosso esercito. Ed 
avendogli il capitano del Signore di Padova mandato un 
messo, essendo egli con la sua gente sotto a Treviso, per 
parlargli, lo fece licenziare senza volerlo udire, dicendo al 
messo, che dicesse al suo capitano, che egli saria col suo 
esercito sotto Treviso , onde gli potria parlare a faccia a 
faccia. Aveva allora esso Duca diecimila cavalli , la più 
bella gente d'arme, che si fosse mai veduta, e tra gli altri 
v'erano de' conduttieri, il conte di Duino , ed il conte del 
Cile, ed altri baroni, e vi erano in somma quattrocento 
cavalieri a sproni d'oro, ed aveva circa quattromila pedoni 
tra de' suoi , e di quelli di là da Piave. Intesa la risposta 
dal suo nunzio, il capitano del Signore di Padova Arcuano 
Buzzacherino alli 6 nell'alba si levò eon tutto l'esercito, ed 
andò verso Castelfranco, e Campo S. Piero, dove il Duca 
intesa tal partita n'ebbe gran dispiacere, perchè erano v - 
nuti con lui circa quattrocento scudieri gentiluomini, che 
avevano in animo di combattere con le genti padovane, e 
farsi cavalieri. Ma riposarono quel dì in Conegiano per en- 
trar poi alli 7 in Treviso: il che avendo Trivisani inteso, 
che erano in Venezia, in Vicenza, e nel Friuli, ed in altri 
luoghi per causa della guerra, cominciarono a ritornare 
alla patria senza opposizione alcuna delle genti del Signore 
di Padova, i quali li lasciarono passare. 

Alli 7 il Duca Leopoldo levatosi da Conigliano con tutta 
la sua gente, e vittuaria, che conduceva del suo paese con 
duecento carrette, e con molti altri carri di vino e di biava 
tolta nel Friuli , e passata la Piave , per dimostrare , che 



100 GUERRA DI CHIOGGIA 

egli non temeva il nemico, non volse entrare in Treviso, 
ma fermò il campo a Sprisiano, licenziando i pedoni per 
non ne aver di bisogno , i quali ritornarono nelle loro con- 
trade, e fece sapere agli anziani di Treviso, ch'egli voleva 
entrar nella città solamente con alcuni pochi baroni, e la- 
sciare l'esercito tutto di fuori per dar manco incomodo ai 
terrieri. Ed è da sapere, che subito che fu data la città ai 
sindaci del predetto Duca , ella fu messa in mano dei cit- 
tadini, perchè si reggessero secondo il loro modo antico. 
Onde subito fecero i suoi anziani pel publico governo della 
città, innanzi che il Duca entrasse; ed oltre di ciò fecero 
un vicepodestà , ed un vicario , e due consiglieri secondo 
l'antica usanza; e levarono, o diminuirono alcuni dazj 
messi per la guerra, come a libertà si conviene. E di vo- 
lontà della Signoria entrò esso capitano in Serravalle per 
nome del predetto Duca agli 8 d'aprile con buona compa- 
gnia di tedeschi; ed il Podestà ritornò a Venezia, ed il 
comune di Serravalle di volontà di esso Duca cominciò 
a reggere la sua terra secondo le loro usanze antiche, che 
osservavano, innanzi che Veneziani signoreggiassero, fa- 
cendo tra loro tre consoli , che di tre mesi in tre mesi la 
lor terra reggessero, ed il capitano non aveva altro carico 
se non di stare in Castello. 

Ritornando ai fatti da mare, dico, che avendo la Signo- 
ria mandato Simonetto Michele con quattordici galere per 
fare scorta a cinque galere grosse , come si ha detto , per 
dubbio che molte galere, che avevano inteso essere state 
armate in Genova, non danneggiassero le sue, fece capitano 
generale da mare Carlo Zeno, e fecero armar tredici galere 
meglio in ordine dell'altre con ordine che esso Zeno si con- 
giungesse con l'armata del Michele. 

Così agli li d'aprile partì il detto Zeno con dette galere, 
sopra le quali vi era uno scrivano, che scrisse tutto quello, 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 167 

che fece la detta armata fino al ritorno, come qui sotto si 
dirà. Ed alli 4 trovò in Istria due altre galere , e passato 
a Orsara, ed il Quarnero, andò sopra Zara, poi a Liesina, 
Curzola , e Bocca dello Stagno , e di poi sopra Ragusi , e 
Durazzo. E nella Schiavonia abbruciarono dodici barcuzzi 
di schiavi, coi quali presero alcuni uomini, e vittuaria. Poi 
passarono a Palermo, ed alli 13 a Gorfù, di dove partirono 
il giorno seguente , e andarono a Civita , ed una di esse 
galere prese un galladello de' Genovesi, che veniva da Pa- 
trasso, ed andava a Zara, ed era di remi dodici e fece quat- 
tro prigioni, e gli altri scamparono. Alli 16 furono a Mo- 
don, di dove partirono alli 19 e scorsi fino a Capo Maglio, 
alli 22 giunsero all'Isola di Gerigo, e scoprirono una cocca, 
che per le galere mandatele al lato fu conosciuta per Bi- 
scaglina, ed il carico era de' Genovesi ; e quella presa pel 
Zeno , con buona guardia fu mandata in Candia. E poi 
giunta l'armata a Capo Maglio , aspettò ivi Simonetto Mi- 
chele con le sue galere; ed alli 24 giunse una galera di Ne- 
groponte patron Antonio Arduino ; e queir istesso giorno 
si scoperse una cocca di Napolitani, dalla quale s' intese, 
che il Turco aveva fatto pace con Genovesi; e perciò eglino 
non isperavano d'aver più soccorso d'alcuna galera di Ro- 
mania, tanto erano quelle contratte a mala condizione, e 
li stettero fino alli 4 di maggio. Essendo Carlo Zeno in Ce- 
rigo, giunsero cinque galere grosse cariche di speciarie, e 
giunse anco Simonetto Michele con cinque galere sottili, e 
di poi un'altra sua galera la Sannuda, che era stata ar- 
mata a Coron ; ;ed alli 6 due altre mandate da Venezia. E 
alli I giunse a Modon, e in quel giorno arrivò un'altra ga- 
lera di Venezia, che fece sapere al Zeno, come galere ven- 
tala de' Genovesi erano uscite di Genova per andargli die- 
tro; e per tema che sette altre galere candiotte de' Vene- 
ziani della brigata del Michele , le quali dovevano esser 



168 GUERRA DI CHIOGUIA 

partite di Candia , non urtassero nelle Genovesi, U /••!... 

andò loro incontro con diciassette galere, e le incontrò so- 
pra Punta del Gallo, e andò quel giorno a Sapteniia. B 

lasciate a Modon cinque galere di mercanzia fornita per es- 
sere mararmate, si partì con venlisei galere sottili, ed alli 
14 arrivò al Zonchio, dove trovò le ventona galere geno- 
vesi, e tutto quel giorno le Incalzò, e furono cosi propin- 
que insieme, che potevano tirarsi delle bombarde, siccome 
anco se ne tirarono, ma sopraggiunta la notte, si perdettero 
di vista. Alli 15 fu al Zanle, alli li» ad Otranto, alli 10 al 
Saseno , ed alli 2t a Durazzo, dove si Beppe da un vene- 
ziano fuggito dall' annata genovese, la condizione di essa, 
e come quella mattina era passata di lì; alli 22 giunse B 
Malonta; alli 23 levò acqua sopra Hagusi; alli 20 sopra il 
Guasto; alli 28 sopra il Tronto; ed alli 20 giunse in An- 
cona, dove alcune delle sue galere, che furono le prime ad 
entrare in porto, presero tre galladelli di schiavi, che ivi 
erano, e li mandò a Venezia accompagnati da dieci galere. 
Ed egli con altre sedici prese la via di verso Genova con 
deliherazione di far bottini, e danari assai in quelle parti. 
Cosi si partì d'Ancona alli 2 di giugno, e toccò Tremiti, 
Rodi', Trani, e Brandizzo; ed alli 8 giunse a Palermo, dove 
disarmò una galera, e messe gli uomini sopra le altre, e 
quella mandò ad armare in Candia. Alli 13 parti di li ed alli 
45 levò acqua in Calabria, ove toccò Crotone; ed alli 18 fu nel 
Faro di Messina, e scorsa la riviera, alli 2ì fu a Napoli, alli 
25 a Gajeta, ed a Terracina, alli 26 in spiaggia romana, ove 
diede la caccia ad una galeotta, che essendosi poi data a co- 
noscere per napolilana, fu lasciata partire. E scorse essa ar- 
mata per tutta essa riviera, ed alli 29 fu a Piombino , ed 
alli 30 a Livorno, ove prese tre cocche, ed una galera, so- 
pra le quali furono trovate quarantacinque balle di panni, 
che furono divisi tra tutti. 



TRA VENEZIANI E GENOVESI Ì69 

il primo di luglio discoprì essa armata, sette galere sopra 
Porto Venere, e le incalzò per alquante ore; ed una di esse 
rimanendo dietro assai alle altre, andò a ferire in terra ad 
un castello de' Genovesi detto Lavagna, che è quindici mi- 
glia lontano da Genova. E la notte si mosse una granfor. 
tuna, che rompe essa galera, e le altre sei tennero verso 
Genova. Ed il Zeno stette tutta quella notte con tutte le 
sue in gran pericolo in mare, scorrendo al meglio che potè, 
e la mattina fu a Porlo Pisano con tutte le sue galere 
salve ; e lì egli prese una cocchina de' Genovesi, carica di 
frumento, e partita la preda tra tutti i suoi, l'abbrugiò, e 
vi trovò anco un pamOlo pur de'Genovesi con cento sac- 
chi di cotone , ed il resto de' Pisani , i quali cento sacchi 
si venderono in Pisa per ducati 4100. Alli 4 partì di lì verso 
Genova, ed essendo sopra Porto Venere, mandò due galere 
a far la discoperta; ma innanti che fossero ad esse» porto 
vicine, uscirono sei galere de' Genovesi, mostrando di an- 
dare contra di essa armata, la qual si messe in punto, e 
si drizzò contra di esse, pensando, che non ve ne fossero 
d'altre, e che fossero quelle sei che avevano incalzato. Ma 
come le veneziane furono loro d' appresso , se ne scoper- 
sero fuori di esso porto altre dieciotto che tennero dietro 
le sedici de* Veneziani. E poco mancò, che quelle, che an- 
darono a far la discoperta , non restassero prese ; ma a 
forza di remi, e balestrate, che tiravano, si liberarono dalle 
prime sei. E tutta essa armata genovese seguì la veneziana 
per lo spazio di tre ore; e non potendola aggiungere, la la- 
sciò andare. E il Zeno aggiunse la notte a Porto Pisano, 
e di lì andò in Sicilia, e alli 10 fu a Messina , e di lì a 
Reggio, ne' quali luoghi rinfrescò l'armata. Alli li fu man- 
data poi la galea Faliera in guardia delle galere genovesi 
al Faro, e le altre andarono a Modone; ed essa galera 
stette in guardia cinque giorni, ed alli 16 partì, e fu 



*70 GUERRA DI CHIOGGIA 

a Corfù alli 20, dove incalzò un galladello di schiavi di 
remi trentadue, il qua! diede in (erra, e fu preso, e feriti la 
maggior parte, che v'erano sopra; e con esse giunse alli 
21 all'armata, che era a Cerigo; ed alli 96 trovo a Punta 
del Gallo Luigi Loredano, che veniva da Venezia con cin- 
quH galere, il quale fu alli 29 con Tarmata a Modone. 

Essendo, come di sopra si è detto, stata presa la terra 
di Asolo dal Signore di Padova , egli vi lasciò gente , che 
bastava per guardarla, e per combattei la rocca, la qual 
si teneva ancora per Veneziani, Dia era però ogni giorno 
molestata da essi Padovani con mangani e bombarde. Onde 
la comunità di Treviso dubitando, che non andasse nelle 
loro mani, ed acciocché restassero di batterla, vi manda- 
rono in soccorso cinquecento fanti sotto le insegne del detto 
Duca, alli quali diedero alcune lettere, e promessero alcuni 
denari oltra la paga. E dovete sapere, che il Signore di Pa- 
dova, dopo che la Signoria di Venezia rinunziò il Trivisano, 
seguitò a prender le castella di questo territorio; ma faceva 
mettere sopra le torri di esse le bandiere del Re d'Ungheria, 
e diceva di prenderle per suo nome, e si chiamava suo ser- 
vitore. Messi dunque in viaggio i predetti fanti, entrarono 
nella detta rocca, e piantarono su le mura le bandiere del 
Duca, con gran festa gridando: Viva, viva il Duca d'Austria. 
La qual cosa veduta con maraviglia da quelli di Padova, 
causò, che per^quattro giorni no le diedero molestia alcuna; 
ma poi ritornarono a batterla con gran sollicitezza; onde sì 
per l'importunità loro, come anco pel bisogno della vittua- 
ria, bisognò che quelli della rocca si rendessero: e ciò fu 
alli 22 maggio, essendo allora il Duca in Treviso, la qual 
cosa gli fu di gran biasimo; ma egli rispondeva che, aveva 
promessa la sua lede al Re d'Ungheria di non far novità, 
né guerra contra il Padovano senza suo consentimento, per- 
chè tutte le differenze, che potessero nascere tra il Signore 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 171 

di Padova, e lui, il re aveva detto di volerle componere, 
ed accori! arli, e pacificarli insieme. 

Avevano, come si è detto di sopra, i due cavalieri com- 
missari, e sindici del Duca d'Austria avuto il possesso della 
città di Treviso dai rettori veneziani fin sotto li 2 di maggio, 
finché esso Duca ne facesse l'entrata; però volendola esso 
Duca fare, mandò un suo nunzio in Treviso a dimandar 
prima alla comunità, che fosse contenta, che entrando lui 
nella città potesse metter le sue insegne insieme con una 
del Re d'Ungheria, e non le fosse molesto, se ben egli era 
in lega col Signore di Padova, e gli avea fatto guerra. A 
che gli fu dagli anziani risposto, che se così egli voleva, 
anch'eglino si contentavano; ma la causa di ciò era, per- 
chè il detto Re aveva data una sua figliuola per moglie ad 
un figliuolo del Duca, e così si erano apparentati insieme, 
ed erano questi sposi di otlo anni e perciò il Re consentì, 
che esso Duca accettasse questa città con alcune condizioni, 
pei quale consentimento parve che il Signore di Padova si 
tenesse molto ingiuriato dal Re. poiché egli con molta sua 
spesa le aveva tenuto l'assedio, e l'aveva ridotta a tal ter- 
mine, che non potendosi tener più d'un mese, parevagli 
che il Re con l'interposizione del Duca gli avesse impedita 
la vittoria e toltogli l'acquisto certo di essa città, oltre di 
che, egli aveva già per forza e per assedio acquistati Ca- 
stelfranco, Asolo, Novale, e Romano castella del Trivisano. 
Sdegnato dunque per queste cause il detto Signore di Pa- 
dova, nell'avvenire non volle più consentire a pace alcuna, 
e così continuò a guerreggiare nel detto territorio senza 
rispetto alcuno, come nel progresso di questa istoria s'in- 
tenderà. 

Agli 8 di maggio il duca Leopoldo levatosi col campo da 
Sprisiano, cavalcò verso Treviso per far l'entrata; e giunto 
che fu al montar del ponte alla porta di S. Tomaso, fece 



172 GUERRA hi CH10GGIÀ 

cavaliere Ansedisìo conte di Collalto; ed innanti che giun- 
gesse al borgo, tutto il popolo, e la chieresia, gli andò in- 
contra con le croci, portando il confatone con V arma del 
comune di Treviso, e certe bandiere vecchie con l'arma del 
Duca d'Austria, che da' Trivisani furono già fatte in onore 
di Leopoldo il vecchio avo di questo, che fu già Signore 
di Treviso, e sotto sigillo del comune e degli anziani erano 
state serrate sotto chiavi nella masseria di esso comune, 
mentre Veneziani erano stati signori della città, che fu per 
ispazio di quarantatre anni, e mesi cinque. E gli fu portata 
incontra un'ombrella di panno d'oro sopra sei aste, e sotto 
la quale esso Duca entrò sotto a cavallo con gran quantità 
di trivisani a piedi, che il circondavano, e l'accompagna- 
vano. Ed innanzi gli erano portate tre bandiere. La prima 
era alla destra con l'arma del re d'Ungheria, ed era portata 
dal conte di Duino. La seconda era alla sinistra con Tar- 
ma del ducato d'Austria, ed era portata dal conte di Cile. 
E la terza aveva l'insegna particolare del detto Duca, che 
era in campo nero un cavallo bianco nudo, che si drizzava 
in aere, ed aveva un fuoco dietro la coda ed era portata 
da Lof barone, e maestro di Caldaro mariscalco del campo. 
E con quest'ordine entrato, fu alloggiato nel vescovato, ed 
i suoi baroni in altre stanze. Il resto del campo rimase fuori 
della città nella Spineta. E quel giorno si levarono nella 
piazza due stendardi, l'uno con l'arma del Re d'Ungheria e 
1' altro con quella del Duca ' ; d' Austria; e la notte innanzi 
fu tolto giù dell'antenna quello di San Marco. 

Gli anziani della città con una onorata compagnia di ca- 
valieri, e gentiluomini cittadini si presentarono davanti il 
Duca, supplicandolo ad aver per raccomandato il loro co- 
mune, e riconosciutolo per loro Signore gli dimandarono 
confermazione de' loro statuti , e dell' antiche usanze, che 
oro erano anco state confermate dal Duca suo avo , cioè 



TRA VENEZIANI E GENOVESI {73 

che i cittadini governassero la università. E così egli si con- 
tentò, e confermò quanto desideravano, dicendo non voler 
altro per se, se non il titolo di dominio di quella città. E 
così fatta per lui tal promessa, gli anziani, volendo pren- 
der licenza e partirsi, in nome del popolo, per uno delu- 
dici, gli presentarono un bellissimo destriero coperto di scar- 
latto, e con fornimenti lavorati con molti argenti smaltati, 
che in tutto potea valere 350 ducati, dicendogli, che si de- 
gnasse accettar quel presente, se ben picciolo, perchè i cit- 
tadini in quel tempo per le guerre erano impoveriti, si che 
non potevano far più. Onde egli graziosamente accettan- 
dolo, ringraziò gli anziani, e tutto il popolo, i quali molto 
contenti da lui si partirono. 

La Signoria di Venezia, intesa l'entrata del Duca in Tre- 
viso, per onorarlo gli mandò per ambasciatori Pantaleone 
Barbo, e Giovanni xMichele con due carrette cariche di panni 
d'oro, di velluti, d'armi, e di altre cose per presentarlo con 
buona scorta di soldati; e mentre venivano pel terraglio 
da Mestre a Treviso s'incontrarono nella gente del Signore 
di Padova, e furono alle mani insieme. E restarono presi 
gli ambasciatori, le carrette, ed i soldati della scorta, e 
tutti furono condotti prigioni a Padova al Signore, che vo- 
lontieri vide gli ambasciatori, e massime il Barbo, perchè 
gli era stato il più fiero nemico , eh' egli avesse avuto in 
Venezia. Nondimeno gli fece onor grande, alloggiandolo col 
compagno in corte, se ben sotto buona guardia; anzi che 
più volte volle essere a ragionamento con lui, e dimostrar- 
gli quello, che egli poteva fare a sua vendetta, ma che non 
voleva in tal modo vendicarsi. E lo riprese con modeste 
parole, che nell'avvenire non volesse sparlar de'fatti de'Si- 
gnori, come aveva già fatto di lui. E finalmente gli disse, 
che egli si contentava di donargli la vita, e la libertà in- 
sieme; e così lo liberò, e fu Y officio suo frustrato™, e 



174 GUKRRA DI CHlOG(iIA 

vano, perchè quando esso Rarbo fu ritornato a Venezia, 
gli fu più fiero nemico che mai, e massime nei trattato 

della pace. 

In questi avvenimenti non restava il Signore 'li l'adusa 
di dar travaglio ancora al Trivisano, scori endo porle cam- 
pagne , e facendo molti danni, perchè egli già possedeva 
anco le castella, come si è detto: il che avendo il duca in- 
teso , mandò per suoi ambasciatori a richiederlo, ch'egli 
volesse rendergli le castella , che teneva occupate nel Tri- 
visano; che dovesse levar via tutte le bastie fermate sopra 
il Sile; e particolarmente che facesse batter giù fin a terra 
quel pie di torre , eh' egli aveva cominciata pur sopra il 
Sile per mezzo il luogo della Fiera a S. Ambrogio. Ma egli 
non volle obedire, né fare alcuna di queste cose; né menu 
esso Duca volle, che gli fosse data molestia alcuna per la 
promessa, che fatta aveva al Re d'Ungheria di non far 
danno, o novità alcuna al Signore di Padova, come abbia- 
mo detto, dicendo voler andare egli in persona dal Re, per- 
chè avendolo egli in luogo di padre, averia lasciato acco- 
modare a lui tutto questo fatto. 

Agli il di detto mese di maggio, partirono i rettori ve- 
neziani da Treviso accompagnati dal conte di Duino con 
duecento lanze fino a Musestre. 

Aveva la Signoria di Venezia inteso la presa de'suoi am- 
basciatori, e della roba, che si mandava al Duca; però non 
volendo mancare del suo cortese officio, subito ne mandò 
altri cinque, ma con miglior ordine, perciocché questi an- 
darono per la via di Musestre con molti presenti, e lì ri- 
trovarono il conte di Duino, e con la scorta di esso arri- 
varono sani e salvi a Treviso , dove con onorata compa- 
gnia di molti gentiluomini veneziani ahi i 2 si presentarono 
al Duca, e rallegratisi con lui della felice entrata, gli die- 
dero i presenti, clie gli avevano portati offerendosi perno- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 175 

me della Signoria pronti ai suoi piaceri, il quale li ricevè 
con grande onore, e disse che era apparecchiato a fare 
quanto aveva promesso , non si dipartendo dal volere , e 
comandamenti del Re d'Ungheria. 

Alli lo di maggio, il castello di Geneda fu dato nelle man- 
dei Duca predetto, mentre era assediato dal capitano Gio- 
vanni Unghero per nome della lega. E perchè i soldati di 
dentro erano la maggior parte paesani, e videro non po- 
tersi più tenere fecero intendere ad esso Duca, che volendo 
egli quel castello, più tosto lo averiano dato a lui che a 
gli Ungheri, con condizione però, che eglino avessero il 
resto delle lor paghe, che era di ducati 1500 e che fosse 
tenuto restituirlo poi al Vescovo di Geneda , rendendogli 
esso Vescovo i suoi danari. I quali patti essendo stati dal 
Duca accettati, i soldati ebbero le lor paghe; il Duca ricevè 
il castello ; il Vescovo, che era a Bologna ne restò con- 
tento. E Giovanni Unghero , che sapeva , che il suo Re 
capo della lega si contentava d' ogni acquisto che il Duca 
faceva nel Trivisano, ne levò V assedio : e così passarono 
le cose da terra. 

Ma ritorniamo a i successi di mare : l'armata veneziana, 
che in quel tempo veniva di Candia sotto il capitanato di 
Garlo Zeno, la qual era di galere ventisei ben armate , e 
veniva in iscorta di cinque galere grosse cariche di spe- 
cierie, intendendo che l'armata de' Genovesi di galere ven- 
ticinque si trovava in Schiavonia, e dubitando, che in 
quelle parti non accrescessero il numero e le potessero dar 
danno nel passar per quelle riviere per andare a Venezia ; 
e sapendo insieme, che Veneziani avevano tutta la loro spe- 
ranza in quelle galere grosse per la mercanzia, che vi era 
sopra : discaricò esse galere a Modone per assicurarsi da 
ogni travaglio, che le potesse occorrere, e le lasciò in quel 
porto ; poi con tutta essa armata venne navigando fin so- 



176 GUERRA DI CHIOGGIA 

pra Zara, dove scaramuzzò alquanto con venluna galere 
de' Genovesi, che in quel luogo erano ; ma non avendo 
eglino voluto prender battaglia , esso Zeno si partì, e alti 
24 di maggio giunse nel porto <T Ancona, nel quale prese 
tre galladelle di schiavi ; e sapendo che in Venezia vi era 
bisogno d' uomini da remo, colà mandò dieci galere ben 
armate con quei galladelli, le quali alli 31 giunsero nel 
porto- di Ghioza, e ivi ne rimasero quattro e le altre coi 
galladelli andarono a Venezia, dove due di esse furono po- 
ste in guardia alla catena del porto di Venezia per sicurtà 
della città, e le altre quattro furono messe neir arsenale 
coi galladelli. 11 Zeno veramente partito anch' egli d' An- 
cona quel giorno istesso, che mandò le dieci galere a Ve- 
nezia, se n' andò verso il mare di sopra con le sedici ga- 
lere, che gli erano restate, per andare nella riviera di Ge- 
nova a* danni de' Genovesi. 

Quelli veramente, che erano in Zara, intesa 1' andata 
delle dieci galere sopraddette a Venezia, e della partita del 
Zeno con le sedici verso Genova, fecere ogni loro sforzo 
in quelle parti, onde il loro capitano si trovò avere una 
armata di ventisette galere, e postosi ben all' ordine d'uo- 
mini, di vittuaria, e di munizioni, senza timore alcuno del- 
l' armata veneziana così divisa, e partita, come si è detto, 
andò velocemente nell' Istria, e all' improviso diede Y as- 
salto alla città di Capo d' Istria dalla parte di mare, e per 
forza d'arme la prese con grande tagliata di quelli di den- 
tro ; e di quelli, che restarono vivi, molti nella rocca si 
salvarono ; e molti furono fatti prigioni , dei quali quelli, 
che erano Veneziani , furono posti sopra le galere de' Ge- 
novesi. E i forastieri furono lasciati andare ; ma questi 
erano per la maggior parte feriti. E poi messa la terra a 
sacco, le ruinarono, e abbruciarono, di maniera che po- 
che case vi restarono in piedi ; e averiano anco caricato 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 177 

tutto il sale, che ivi era per grande valore, e importanza ; 
ma per la fretta, che ebbero di andare nel mare di Genova 
ad incontrar 1' armata veneziana, ed essere alle mani con 
essa, ritornarono a Zara, ove lasciate sei galere per trava- 
gliare nei luoghi dell'Istria, il detto loro capitano si levò 
con galere ventuna ben armate, e s' indirizzò verso la ri- 
viera di Genova per trovar Tarmata veneziana, dove poi 
seguì quello, che qui innanzi più particolarmente si dirà. 

Veneziani, avendo inteso la presa, e la rovina di Capo 
d' Istria con gran dispiacere, mandarono molti navigli a 
caricar il sale, che quivi avevano, che tornò a molta loro 
utilità, perchè lo diedero a molti signori di Lombardia in 
iscambio di tanto frumento, di che avevano gran bisogno. 

Mentre che le cose di Venezia erano in questi termini, il 
Duca d'Austria alli 12 giugno si partì di Treviso con tutta 
la sua gente, avendo disposte le cose della città con buon 
ordine, e promesse a' Trivisani, che presto saria ritornato, 

In detto giorno giunse nuova in Treviso, come Giovanni 
capitano delle genti del Re d' Ungheria aveva dato Porto 
Buffale al signore di Padova per ducati quattromila, dicendo 
dover avere detti danari per paghe de' soldati, che erano 
dentro, e per altre spese fatte per lui. Il qual castello esso 
capitano unghero Ano alli 21 dicembre passato in questa 
guerra con istrano modo aveva tolto a Guezzello da Ca- 
mino, che di esso era signore. E così detto Signore di Pa- 
dova lo tolse per nome del Re d'Ungheria con patti di con- 
segnarglielo, ogni volta che esso Re gli avesse restituito i 
suoi danari. 

Agli 11 di luglio giunse in Treviso la moglie del conte 
di Duino, che dal Duca eia stato [lasciato capitano della 
città, accompagnata da onorata compagnia di baroni, e gen- 
tiluomini tedeschi , la quale dalla comunità fu onorevol- 
mente ricevuta, e fattile gran trionfi, e feste, e segni di al' 

12 



!?8 GUERRA DI CH10GGIA 

legrezza per molti giorni. E perchè quando fu data la citta 
ai commissari del Duca, fu dato libertà ai cittadini di reg- 
gersi secondo le loro usanze, e di creare il loro podestà e 
altri magistrati secondo il loro consueto ; però avendo eglino 
già creato per l^ro podestà il cavalier Bertoldo da Spilim- 
bergo : egli alli li di detto mese venne al suo officio della 
podestaria; e fu il primo, che fu podestà della città sotto 
il detto Duca d' Austria, eletto dalla comunità, e confermato 
da esso Duca. 

Durando questa guerra, venne a morte il patriarca di 
Aquilegia, che era chiamato Marquardo: onde la Patria del 
Friuli si divise in due parti, e una diede avviso di questa 
morte in Avignone, dove allora era corte, e 1' altra diede 
avviso a Roma. Ma papa Urbano mandò in Friuli al go- 
verno del patriarcato Filippo francese cardinale d'Allanzon 
il qual giunse a Padova agli li di luglio, ove fu raccolto 
con grande onore, e poi andò al suo governo nel Friuli, 
e prese il possesso del patriarcato, e da molti fu ben ve- 
duto, e da molti no, per le divisioni delle parti. 

Era stata guerra tra Bernabò Visconti signore di Milano 
e Bartolomeo e Antonio fratelli della Scala signori di Ve- 
rona, e per opera di Francesco Carrara signore di Padova 
era stata fatta pace tra loro per venti anni, onde essi fra- 
telli si governavano in pace; ma la fortuna non comportò, 
che lungamente godessero questo riposo, perchè entrò nel- 
F animo di Antonio un cattivo pensiero di ammazzar detto 
Bartolomeo suo fratello ; e messe la cosa ad effetto, per- 
chè una notte essendo esso Bartolomeo in compagnia d'un 
altro solo suo fidato amico andato per godere amorosa- 
mente una sua donna, esso Antonio con molti suoi amici 
armati andò ad aspettarlo, e in insidie postosi, lo assali 
e crudelmente V ammazzò col compagno. La mattina se- 
guente i corpi loro furono trovati davanti la (porta della 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 479 

donna, e per tutta la città di Verona fu gran romore , e 
pianto per questo infelice successo. Antonio il malvagio 
fratello fingendosi di ciò molto conturbato, e parimente 
pietoso, fece prendere Y innocente donna con alquanti suoi 
parenti, e dati loro più giorni molti martirj, se ben non 
confessarono cosa alcuna, pur li fece morire, chi in se- 
greto, e chi in palese, e fece dar sepoltura al fratello con 
queir onore, che era conveniente. E notificò per suo am- 
basciatore la morte di esso all'antedetto Signore di Padova 
il quale s' immaginò subito la causa di tal fatto ; e perchè 
egli amava cordialmente Bartolomeo pel molto suo valore 
disse air ambasciatore : Molto a noi rincresce la morte di 
quel mio figliolo ; ma più mi rincresce , che quello ster- 
pone di suo fratello sia stato la causa d' ogni male. Vada 
in malora, che mai non sarò suo amico. L' ambasciatore 
con molte parole cercò d' iseusare il suo signore ; ma il 
Carrarese quasi certo, eh' egli lo avesse fatto morire, non 
gli disse altro. Il qual ambasciatore ritornato a Verona, 
riferì ad Antonio tutto quello, che il Signore di Padova gli 
aveva detto : le quali parole gli stettero sempre nella mente 
fitte ; e certo che la morte di detto Bartolomeo fu la de- 
struzione di tutta quella nobile famiglia. 

Alli 12 d' agosto 1381 giunse a Venezia un messo man- 
dato dal Duca di Savoja, dagli ambasciatori veneziani, e 
dall' altre ambascerie della lega, che erano appresso esso 
Duca, con lettere che avvisavano, che era stata conchiusa 
la pace tra il comune di Venezia da una parte, e il Re di 
Ungheria, la Signoria di Genova, e il Signore di Padova, il 
Patriarca d'Aquilegia, e altri suoi aderenti dall'altra parte. 
La qual pace alli 8 d* agosto era stata pubblicata in To- 
rino alla presenza del Duca e delle ambascerie predette. 
Giunto questo messo, la Signoria di Venezia tutta allegra 
per confortare il suo popolo, alli 24 di detto mese volle 



180 GUERRA DI CH1UGGIA 

anch' essa, che fosse publicata, e a S. Mai co, e a Rialto 
solennemente, come si conveniva. E questo istesso giorno 
furono lasciati di prigione tutti gli schiavoni del Re dTn- 
gheria, eia metà de' genovesi , siccome Dell' istesso anco 
a Genova per le condizioni della pace, si doveva lasciar 
di prigione la meta deli! prigioni veneziani ; e come cia- 
scuna delle parti sapesse, che i lor prigioni fossero pro- 
pinqui alle loro citta, dovevano lasciar poi r altra parte 
sì che tutti restassero liberi. E ciascuno di detti comuni, 
che a ciò contrafatto avesse, era tenuto di pace rotta. E 
nel di della della pubblicazione fu data anco la liberta ai 
prigioni veneiiani che erano in Zara, e alia meta di quei 
veneziani, ebe ad istanza de' Genovesi erano stati tratte- 
nuti in Padova. E fu scritto in Caudia per la Signoria, che 
dovessero essere rilasciati tutti i genovesi, che per Vene- 
ziani erano in questa guerra stati presi in quelle bande 
per gli molti danni, ebe avevano fatto in molte e varie ar- 
mate di galere. 

rs T el giorno sopraddetto, che fu pubblicata la pace in Ve- 
nezia , nacque in essa città nella contrada di San Biagio 
ti" una povera femmina , una creatura mostruosa , che fu 
una putta con due teste, con quattro braccia, e quattro 
gambe , ma con un sol corpo , le quali teste coi membri 
predetti si guardavano l'una per mezzo 1' altra. Fu battez- 
zata, e visse due notti , e un giorno solo , e poi morì. E 
io Daniele Chinazzo ritrovandomi in questo giorno in Ve- 
nezia vidi detto mostro, siccome infiniti altri corsero d 
tutta Venezia per vederlo. 

Gridata la pace, la Signoria ne diede per suoi messi no- 
tizia e avviso a tutti i principi, e signori d' Italia, i quali 
ji' ebbero tutti grande allegrezza, perchè siccome questa 
guerra era stata dannosa, così questa pace veniva ad es- 
sere utile a tutto il mondo. 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 481 

Il primo di settembre furono pubblicati i capitoli , e le 
condizioni della pace predetta, che furono trattati tra la 
Signoria di Venezia, e il Signore di Padova in particolare, 
e furono : 

1. Che il detto Signore di Padova restituisca alla Signo- 
ria di Venezia il castello di Cavarzere, e la bastia del Mo- 
ranzano, la qual era alla palata di Venezia di là da Oriago 
tolta già pel Signore di Padova a detta Signoria nel mese 
d' Aprile 1379. 

2. Che la Signoria di Venezia restituisca al Signore di Pa- 
dova la torre del Coran toltagli V anno 1372 

3. Che Nicolò da Este marchese di Ferrara solo dovesse 
esser giudice e arbitro a ritornare i confini, per partire il 
Veneziano dal Padovano nei luoghi soliti, e che nei tempi 
antichi erano, e a decidere, di cui ragione essi luoghi do- 
vessero essere, con certe altre condizioni, e patti, che si 
tenevano di credenza tra Y una parte e V altra per causa 
dei detti confini. 

4. Che tutte le rendite , e affitti de' monasteri , e di pri- 
vate persone di Venezia, e animali di qualsivoglia sorta, 
che detto Signore di Padova aveva avuto per occasione 
della guerra dai coloni, e lavoratori delle possessioni dei 
Veneziani in Padovana; e così ogni quantità di danari per 
lui da molti suoi Padovani debitori di molti Veneziani avuti 
per tutto il tempo della guerra predetta, dovessero restar 
liberi, e in libera disposizione di detto Signore di Padova; 
né dovesse egli mài in alcun tempo essere tenuto a restituir 
cosa alcuna a chi pretendesse aver ragione o in essi ani- 
mali , o in esse rendite , e affìtti , o in essi danari sotto 
qualsivoglia titolo o di anzianità , o di privilegio d' ante- 
riorità di tempo, e poziorità di ragione ; ma tutte e cadauna 
cosa predetta per lui in detto tempo avuta, gli debba re- 
star nelle mani libera e franca senza timore alcuno di re- 
stituzione. 



182 GUERHÀ DI CHIOGGIA 

Ultimamente che il detto Signore di Padova debba restar 
libero e franco dalla obbligazione di tutti i patti, e con- 
venzioni seguite, e che gli convenne fare nell'altra guerra, 
eh' egli ebbe con la Signoria di Venezia V anno 1372 le 
quali come troppo dure , e di grande incarico e vergogna 
ad esso Signore di Padova siano , e s' intendano essergli 
levate dal carico d'ogni obbligazione. 

Pubblicata questa pace furono aperte tutte le palate , e 
passi, che vanno da Venezia a Padova e per ambe le parti 
furono rilasciati i prigioni, e dall'ora in poi cominciarono 
ad andar su e giù le mercanzie e le grasse secondo l'usanza 
senza timore o pericolo alcuno. 

Alli 3 settembre vennero lettere a Venezia, dalle quali 
s' intese, che i prigioni veneziani licenziati da Genova si 
approssimavano, onde la Signoria fece subito rilasciare il 
resto de' prigioni genovesi e queir istesso giorno Genovesi 
fecero rilasciar 1' altra metà de' prigioni veneziani , che 
erano nelle lor prigioni, e tutte le due parti tornarono a 
salvamento. E fu in questa liberazione usata una gran 
magnificenzia e fatto un officio di molta pietà in Venezia 
che molte donne veneziane insieme unite fecero una grossa 
raccolta di danari, e comperarono una gran quantità di 
gonnelle, mantelli, cappucci, calze, scarpe, e altri vestimenti 
compartendoli tra i prigioni genovesi , secondo il bisogno 
di ciascuno, dando anco danari per ispese ad alcuni, che 
n' avevai o grandissima necessità. E a quel tempo essi pri- 
gioni genovesi erano ancora al numero di mila cinquecento 
perchè già molti erano stati rilasciati , e una gran parte 
pel tempo passato erano morti in prigione. E cosi giunti 
che furono a casa, ciascuna delle parti volle vedere il 
conto degli uomini, che mancavano, e si trovarono man- 
care a' Genovesi circa otto mila persone, e a' Veneziani 
circa tre mila e cinquecento. Ma non è da maravigliarsi, 



TRA VENEZIANI E GENOVESI Ì83 

se de' Genovesi ne mancarono tanti, perchè la distruzione 
loro fu in Chioza , sì per le molte rotte , che furono loro 
date, come per gli molti prigioni, che di loro furono fatti, 
quando Veneziani ricuperarono quella città , la maggior 
parte de* quali morirono nelle prigioni , ove stettero con 
molto disagio dalli 23 luglio 1380 fino al giorno, che fu* 
rono rilassati, oltra quelli che erano stati presi per innanzi 
al tempo della rotta data a Luigi dal Fiesco capitano dei 
Genovesi in Puglia, come innanzi appare. 

Gonchiusa la detta pace, Francesco da Carrara signore 
di Padova a consolazione del suo popolo, la fece anch'egli 
pubblicare il primo di settembre in Padova, nel qual giorno 
giunsero in quella città molti de' Genovesi prigioni rilasciati 
da Venezia, i quali furono dal detto signore cortesemente 
raccolti , e li più nobili furono alloggiati in corte , e gli 
altri ne* monasteri della città secondo la condizione loro ; 
a'quali tutti però esso signore fece le spese del suo, e diede 
anco danari pei 1 ritornare a casa : le quali cose furono di 
gran laude ad esso signore, e ad essi genovesi di molta 
soddisfazione ; i quali partendosi il ringraziarono assai ; e 
così ritornarono al loro paese molto consolati. 

Era mò giunto il tempo , che cessati i travagli delle 
guerre, e fatta questa pace universale, si dovesse sentir da 
tutti i popoli il frutto di essa , e massime nella città di 
Venezia, ove il popolo stava aspettando, che gli fossero 
servate le promesse fattegli al tempo che nel maggior bi- 
sogno della repubblica esso diede al suo principe que 
maggior ajuto , che potè nel preparamento deli' armata 
fatta per serrare i Genovesi in Chioza. Perciò dunque la 
Signoria di Venezia non volendo mancare di eseguire 
quanto aveva promesso al detto suo popolo, per rimeritar 
ciascuno di quello che aveva operato per la comune sa- 
lute della patria, cominciò a trattar di creare trenta citta- 



184 GUERRA DI CHIOGGIÀ 

dini popolari di quelli?, che si erano affaticati in questa 
guerra, nell'ordine dei nobili, e farli del consiglio maggiore 
di Venezia, come erano gli altri nobili di detta citta. E 
per trovar chi di quest' onore fossero più degni , fece sa- 
pere, che ciascuno cittadino di popolo, che s' avesse ado- 
perato in servizio della repubblica, che desiderasse questo 
grado, dovesse farsi scrivere, e darsi in nota alla cancel- 
leria ducale, dando in nota le offerte loro, e le operazioni, 
che ciascuno aveva fatto si con la persona , come con la 
robba. E in questa occasione comparvero quarantacinque 
cittadini del popolo predetto di Venezia, facendosi scrivere, 
e dichiarando insieme le gran fatiche , e spese , che ave- 
vano sostenuto , e patito in quella guerra, facendo notare 
anco quei particolari , che loro parvero potessero giovare 
per ottenere il desiderio loro. E notati che furono, la Si- 
gnoria per voler fare la elezione dei trenta i quali fossero 
giudicati più degni di questo grado , diede ordine , che il 
giorno seguente fosse per questo effetto congregato il suo 
Consiglio maggiore. 

Così alli 3 settembre 43SI congregato il detto Consiglio 
sopra il palazzo grande a mezza terza, si cominciò a leg- 
gere i nomi di tutti quelli , che s' erano dati in nota , e 
che pretendevano ottener la grazia del Consiglio , e para- 
gonati i meriti di uno in uno, si cominciarono ballottare 
separatamente, tanto che ciascuno che aveva più voti, era 
scritto e posto da una parte. E stette esso Consiglio sopra 
queste esaminazioni, e ballottazioni tutto quel giorno , e 
tutta la notte seguente fino all' altro giorno dietro a mezza 
terza, innanzi che fosse ben discernito, e conosciuto, quali 
dovessero essere li trenta, che a tal onore fossero eletti. E 
finalmente rimasti i detti trenta col maggior numero degli 
altri ballottati : quelli, che non rimasero, restarono alla 
speranza della promissione dei danari, come persone più 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 185 

degne degli altri di aver meritato dalla Signoria la ricogni- 
zione dei loro meriti nella distribuzione di essi danari, i 
quali furono secondo la promessione ducati cinquemila i 
quali si dovevano distribuire neir avanzo dei cittadini di 
Venezia secondo i travagli e danni patiti nella detta guerra 
a tanto per ciascuno di perpetuo per loro e per suoi eredi 
detratti però i trenta fatti del Consiglio. E che gli altri of- 
fici di Venezia che vacassero, dovessero esser conferiti ai 
detti, per modo che ciascuno di loro avesse ad essere ri- 
compensato del suo ben fare. E similmente dovessero avere 
quegli altri cittadini , che s' erano adoperati in servizio 
della Signoria, i quali non si erano fatti scrivere al pre- 
detto fatto. 

Alli 4 di settembre a mezza terza furono pubblicati a 
San Marco , e a Rialto gì' infrascritti nomi di trenta citta- 
dini, che erano stati eletti nel gran Consiglio, e confermati 
dalla Signoria ad essere del gran Consiglio eglino, e tutti 
i loro eredi, e descendenti, e ad essere avuti, tenuti, e ri- 
putati del numero delli nobili veneziani del Consiglio pre- 
detto a tutti gli onori , offici, e reggimenti , come tutte le 
altre casate de'nobili di Venezia. E primo 
Rafaino Caresini cancellier grande di Venezia. 
Nicolò de' Garzoni. 
Zannino de' Garzoni suo fratello. 
Giacomo Condolmiero. 
Polo Trivisano. 
Andrea Vendramini. 
Aluise dalle Fornasi. 
Pietro Pencini. 
Nicolò Longo. 
Nicolò de'Rinieri. 
Nicolò Taglia-pietra. 
Antonio di Arduino 



186 GUERRA DI CHI0GG1A 

Giovanni di Arduino suo fratello. 

Zannino Negri. 

Marco Orso. 

Marco Storia do. 

Pietro Lipamanno. 

Franceschino de Mezzo. 

Polo Nani. 

Bartolomeo Paruta. 

Pietro Zaccheria. 

Marco Zaccberia suo nipote. 

Giacomello Trivisano. 

Marco Ci gogna. 

Franceschin Gerardo, 

Nicolò Polo. 

Donalo da Porto. 

Giacomello Vizzamano ì 

Giorgio Galergi, e \ lutti e tre di Candia. 

Marco Pasqualigo ] 

Il giorno seguente che fu alli 5 settembre, tutti i soprad- 
delti di compagnia a buon' ora furono nella chiesa di San 
Marco con un doppiero per uno in mano , e fecero dire 
una messa piana ; la qual finita, andarono in Dogado, si 
presentarono alla Signoria, e la ringraziarono di tanto be- 
nefìcio avuto, offerendosi sempre pronti ad ogni stato e 
onore della repubblica. E così tutti giurarono fedeltà in 
mano del principe, e della signoria ; e poi tutti lieti e con- 
tenti se n' andarono alle lor case. 

Alli 8 di settembre fu pubblicata la pace in Veuezia fatta 
tra il Patriarca d'Aquilegia, e suoi seguaci e aderenti per 
una parte, e il comune di Venezia per 1' altra. La cagione 
veramente, che non fu gridata per tutti i luoghi in un istesso 
tempo, fu perchè in diversi giorni essi signori erano en- 
trati nella lega, e chi primo, chi ultimo; ma questa fu l'ul- 



TRA VENEZIANI E GENOVESI 187 

tima pubblicazione, cbe fu fatta. E pubblicata che fu, co- 
minciarono ad andare le mercanzie da Venezia per tutte le 
parti del mondo, siccome andavano prima. 

Alli 21 giunsero in Venezia Giovanni Gradenigo , Michel 
Moresini; e Zacheria Gontarini, i quali ritornarono da To- 
rino, ove era stata fermata la pace, e vennero per la via 
di Genova, dove fu fatto loro grandissimo onore ; e di lì 
per la via di Pisa vennero a Venezia , non volendo tener 
la via di Milano per tema di Bernabò Visconte che gli ave- 
ria ritenuti, perchè Veneziani avevano fatta la pace senza 
di lui, se ben egli era in lega con loro , e aveva guerreg- 
giato contra Genovesi per terra ; ma tennero Veneziani 
opinione , che fosse entrato in lega per proprio interesse , 
essendo che Genovesi tenevano Famagosta in Cipro per 
forza, la quale era stata del re di Cipro, che ebbe per mo- 
glie una figliuola di esso Bernabò ; ma se Veneziani lo la- 
sciassero fuori della pace con ragione , o senza , non lo 
posso scrivere. Alli 18 fu mandata per la Signoria di Ve- 
nezia una galera in Levante, facendo sopracomito di essa 
Geronimo Contarmi , sopra la quale vi enno due sindici 
uno del comune di Genova , e P altro di Venezia , i quali 
dovessero visitare i luoghi di Levante e dinotar loro la pace 
seguita tra essi due comuni. 

Giunti che furono in Venezia gli ambasciatori veneziani 
che ritornavano dalla conclusione della pace, si seppe parte 
dei patti, che trattati avevano, e spezialmente di quelli, 
che erano seguiti tra Veneziani, e Genovesi sopra i fatti di 
Tenedo, perciocché la guerra era nata tra loro per causa 
di esso luogo che era tenuto da' Veneziani. E però non vo- 
lendo Genovesi, che per modo alcuno Veneziani lo tenes- 
sero, né Veneziani, che Genovesi lo avessero , il duca di 
Savoja determinò, che Tenedo fosse dato in mano a lui, e 
che egli dovesse custodirlo per due anni a spese comuni 



188 GUERRA DI CHIOGGIA 

de* Veneziani, e de* Genovesi, dovendogli ogni comune dare 
ducati tremila air anno per pagare i soldati, che lo guar- 
dassero, con condizione che finiti essi due anni , dovesse 
essere spianato (volendo Genovesi) a loro spese ; e che Ve- 
neziani per V avvenire non vi avessero più da fare. 

Fu ancora dichiarato in esse convenzioni, che alcun di 
essi comuni non dovessero navigare nel mar Maggiore con 
alcun naviglio, né al viaggio della Tana, ne di Trabisonda 
acciocché non nascesse alcuna rissa tra loro, perchè spesso 
in tempo di pace erano solili venire alle mani insieme, e 
massime alla Tana, perchè in quella città ciascun d' essi 
comuni aveva una fortezza da per se. E per essere quello 
il più lungo viaggio, che si faccia, e gran spazio di tempo 
si averia perduto a dar nuova di pace in quelle parti; però 
fu deliberato, che per due anni non dovessero navigarvi. 
E di questo fatto Genovesi venivano a star molto meglio 
de* Veneziani, perchè Genovesi avevano alcune sue terre 
in mar Maggiore, fra le quali la città di CafTa tre giornate 
lontana dalla Tana per terra, e a que' suoi luoghi pote- 
vano navigare. E pensavano Genovesi, che per non vi an- 
dar navigli alla Tana, quelli, che con le caravane condu- 
cevano lì le specierie, e altre mercanzie, averi a no conve- 
nuto condurle a C'affa , e cosi levar gran parie del corso 
alla Tana, tenendo modo, che niun altro che eglino potesse 
comprar da persone, che conducessero mercanzie in Caffa.. 
se non i Genovesi, e i cittadini di essa città, come è usanza 
in Venezia, che niuno può comperar da forestieri, che con- 
ducano mercanzie in Venezia, se non è proprio cittadino 
di essa città. Così dunque pensavano anco Genovesi di 
fare, poiché fu deliberato, che Veneziani non potessero na- 
vigare alla Tana , perchè dovendo venire a comperare a 
Caffa dagli uomini di quella terra, averiano comperata la 
roba più cara, e migliore saria'stata la condizione dei ven- 



TRA VENEZIANI E GENOVESt 189 

ditori, che dei compratori, e maggior utile di essi Genovesi; 
e per questo venivano a star meglio de' Veneziani. 

Alli 2 d* ottobre giunsero in Venezia due ambasciatori 
del re d* Ungheria, il vescovo di Sagabria, e il vescovo di 
Cinque Chiese, i quali per nome del loro re giurarono la 
pace fatta tra lui, e la signoria di Venezia, e furono rice- 
vuti con grande onore. 

Alli 12 la Signoria mandò con una galera a Segna due 
ambasciatori, i quali coi detti due vescovi andarono ancor 
essi a giurar detta pace appresso il detto re. 

Alli 13 giunse in Venezia Carlo Zeno capitano generale 
da mare con tutte le sue galere, e con cinque galere grosse 
cbe a Modon erano caricate di specierie e sete, che erano 
di grandissimo valore. E lasciò alla guardia del golfo sei 
galere secondo V usanza per causa de' Turchi, che vanno 
danneggiando per quelle acque , delle quali restò capitano 
Andreolo Dandolo; e così egli venne a Venezia con diecias- 
sette galere. 



Fine della Guerra di Chloggia e dui volume. 



Milano - g. DAjiLLia^C, - Editori. 

B I B L iil^^^^^iToVflr 

I MISERABILI, di Victor Hugo. Voi. 10, ili Fr 15 -. 

LA STREGA, di Giulio Michelet. Voi. 2, iH. '. [ » 3 — 
L'AMORE, di Giulio Michelet. Voi. 2, ili. 
LE MEMORIE DI VITTOR HUGO. Voi. 4, ili." '. 
NOVELLE POLACCHE di diversi autori. Un Voi 
LA BATTAGLIA DELLA VITA, di C. Dickens, ag- 
giuntevi due novelle originali. Un Voi. ili 

LA VITA DI GESÙ', di E. Renan. Volgarizzata ' da 

F. De Boni, con proemio del traduttore Voi, 4. . . . 
FASMA, commedia di Menandro, interpretata da F. Dal- 
l' Ongaro. Un Voi ili 

IL MALEDETTO, dell'Abate ***. Voi. 6. ! ". ! 
L' ULTIMO BARONE , dramma storico di F. Dal- 
l' Ongaro. Un Voi 

FRA LE ALPI, romanzo originale di Paolo Lioy, con 

un proemio dell'Autore. Un Voi 

STORIE INCREDIBILI. Un Voi. con 8 'incis. 
LA CHIESA ROMANA E L'ITALIA , di F. De Boni depu- 
tato al Parlamento Nazionale, opera originale. Un Voi 
IL MONDO SEGRETO di Giovanni De Castro, opera 

originale. Voi. 7. ; . . . . 
STORIA DEL CONSIGLIO DEI DIECI, narrata da m! 

Macchi, deputato, opera originale. Voi. 10 ili. . 
IL RE DEI RE, convoglio diretto nell' XI secolo, opera 

originale di F. Petrucelli della Gattina, dep. Voi. 4 
I NIPOTI DI PAOLO IV, romanzo storico originale del 

marchese Cesare Trevisani. Voi. 4. 
LMNQUISIZIONE E I CALABRO VALDESI* COL MARÌ 
TIROLOGIO DI GUARDIA, per Filippo De Boni, 

deputato, opera originle. Un Voi 

LE FARFALLE DI PROVINCIA, scene della vita reale 
per Ludovico de Rosa. Voi. 2 . 



3 — 
6 — 
1 50 

1 50 



1 50 
9 — 

1 50 



« 


1 50 


» 


1 50 


* 


1 50 


* 


10 50 


» 


15 — 


» 


6 — 


» 


6 — 


» 


1 50 


» 


3 — 



Dirigere dimando e vaglia postali olii Fdilori «. DAELLI i C filano. 



Milano -G. DAELLI oc C. -Editori 



OPERE DIVERSE DI NOSTRA E ALTRUI EDIZIONE 



AMERICO BARBERI. 
La. scienza nuova dell'armonia 

dei suoni E sue leggi, raccolte 
a codio?. Un voi. in foglio, con 
180 tavole, fr. 80. 

Conte GIORGIO GIULINI. 
Memorie spettanti alla storia, 
al governo ed alla descri- 
zione della città e campagna 

DI MILANO, fr. 70. 

Sette grossi volumi in • 8 , con 
magnifiche incisioni in rame, e 
ricco indice generale dei nomi pro- 
pri e delle cose notabili. Pochi 
esemplari rimangono di questa edi- 
zione e sono esclusivamente affidali 
per la vendita alli Edit. G, Daelli 
e C.° a Milano. 

DAMIANO MUONI. 
Collezione d'autografi di fami- 
glie SOVRANE, CELEBRITÀ POLITI- 
CHE, MILITARI, ECCLESIASTICHE, 
LETTERARIE E ARTISTICHE, COll 

cenni biografici, facsimili di firme, 

ritratti, monete ecc., fr. 12. 

Sono due volumi, di cui l'uno 
riguarda la famiglia Sforza, l'altro 

governatori , luogotenenti e ge- 
nerali dello Stato di Milano dal 
1491 al 1848. 

Si vendono anche separatamente. 
L'edizione e esclusivamente affidata 
per la vendita alli editori G. Daelli 
e C. a a Milano. 

M. C. PERRY. 

Narrative of the expedition of 
an american squadron to the 
china seas andjapan, perfor- 
med in the years 1852, 185o and 
1834, by order. of the govern- 
ment of the united states. 3 
voi. in 4° — Washington , 1856 
con molte tavole, fr. 300 (fuori 
<óii commercio). 



JEAN MESLIEE. 
Le testamént de cure tTÈtreplemy 
et de Buten Champagne, i ■ 

en 1733. Premiere èdition ori- 
ginale. Amsterdam — 3 volumes 
in 8, fr. 18. 

Questa è tal opera di Volt; ire 
in una sua lettera dice che 
convertire il mondo. Lo stesso Vol- 
taire, nelle sue opere filosofiche, e 
il barone Holbach, ne pubblicarono 
estratti. Ora compare per la prima 
volta integralmente in luce. 

CHARLES GRUN 
L'italie en 1861. Politique, Lit- 
tèrature, Biographie, Beaux-Arts, 
2 voi. in-8°, franchi 10. 
A. ERDAN. 
La france mystiques, tableau des 
excentricitès religieuses de ce 
temps. 2° edition revue et aug- 
mentée. Deux volumes , fr. 10. 
F. MURALTO. 

ANNALIA (1492-1520) FRANCISCI MU- 
RALTI I. U. D. PATRICI COMENSIS 
A PETRO ALOISIO DONINIO HUnC 

primum edita etexposita. Un vo- 
lume in-8 con tavola, fr. 5. 

EDIZIONI BODONIANE 

Aurei i B»rud«»-»tii Clfineolis. 

Opera omnia. Nunc primum cum 
codd. Vaticanis collata, prtefatione, 
variantibus lectionibus, notis, ac 
rerum verborumque indice locu pa- 
tissimo aucta et illust,, 2. voi., fr. 10. 

ilesio h Ascraei. 

Opera omnia a Bernardo Zama- 
gna latinis versibus expressa atque 
illustrata. 2 Voi., fr. 10. 

Af-saTidro Pope. 

Saggio sull'uomo. Poema filo- 
sofico, in cinque lingue (inglese, 
latina, italiana, francese e tedesca). 
Voi. 1, fr. 10. 



Dirigere dimando e vaglàj postali aiii Editori G. DAELL! & C« 






1 



T' 



.O 35 IJJHAa .O-oneliM: 



;ofl/\a omitju'J 

00U0T8 AKHAS4 

un OJ0M3 jaa «Tanaf anafora 8«m WTMT 






ni 



x>itài 



.8I*fli am&lev nU 



— - 



y.Oia OiDCO A «a: 

LJ.A 3J AHI 

-.totosoplbt- 

èra «ài 

■ ■ •• 

t£3 eaoiasnc; />flO b UH»-* 

io oa>e t ; 
.-■ Ubi» ottgdb eieis 

.02,1 •il ,oxi*i4 — ■. .81-oi apulo? 



Milano- G. DAELLI oc C. - E d: 

L'ULTIMO BARO 

DRAMMA STORICO 

TRATTO DILLE CRONACHE TENETE DEL SECOLO ì 



JL.' O TX 



J^. 



E il rovescio della medaglia del Fornaretto , celebrato di 
dello stesso autore; e la controprova di una medesima tesi, 
zion«* della pena di morte. Vi è dipinto uno de' numerosi 
dall'arbitrio feudale coll'autorità della legge e vi è ritratta la 
veneta nel seicento, cioè in uno de' suoi momenti caratteristici 
gli assidui commerci e i ripetuti contatti aveano introdotto 
insolite forme di vita e novelli costumi. 

Un volume in-I6. — Prezzo, fr. I, 50 



PAOLO LIOY 

FRA Li AL 

ROMANZO ORIGINALE 
CON UN PROEMIO SUI ROMANZI CONTEMPORANEI; 

Un valoroso scienziato, qual è l'autore di questo libro, che ci 
fra le Alpi, non per istudiarvi i fenomeni della natura, ma 
del cuore, non per narrarci i cataclismi del mondo fisico ma 
ripezie del mondo morale, i tragici episodi d'una passione 
e indomita, ecco ciò che attrae alla lettura di queste pagine, 
meraviglia troviamo il romanziere degno dello scienziato, 
uno studio sul romanzo contemporaneo, pagina di critica feco 

aratrice. 

TT n volume in-I6. — Prezzo, fr. 1,50 



de e vaglia postali alli Editori 6. DAELLI & C a 



Vressboard 

Pamphlet 

Binder 

Gaylord Bros. Inc. 

Makers 

Syracuse, N. Y. 

PAI. M 21. t808 






UNIVERSITY OFIUINOIS-URBANA 



3 0112102165328